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martedì 7 settembre 2021

Le Rupi del Sole

Lo stemma del Sasso su di una pergamena cinquecentesca 
Il viaggiatore che si trovi a passare per una delle parti più remote della nostra Toscana, quel lembo di forma approssimativamente triangolare che un tempo era parte del Montefeltro e che oggi si incunea all'interno del territorio marchigiano tra Badia Tedalda e Sestino dando origine a tre fiumi, il Tevere, la Marecchia e il Foglia, ha lo sguardo inevitabilmente attratto da due immense rupi di roccia calcarea che sovrastano il crinale dell'Appennino, in questa zona arrotondato e inciso da profonde fenditure argillose ricche di calanchi: il Sasso di Simone e il Simoncello.
La parete verticale del Sasso di Simone  
Sono due gigantesche mesas: enormi blocchi di arenaria con pareti verticali alte 100 metri, dalle cime pianeggianti estese per complessivi 8 ettari - 6 del Sasso di Simone e 2 del Simoncello - , situati a oltre 1200 metri di quota e originati dalla trasformazione di possenti strati di sedimenti marini risalenti all'era Terziaria, decine di milioni di anni fa. 

Il Sasso di Simone dal Simoncello  
Questi depositi vennero creati dall'azione di minuscoli organismi viventi - rimasti poi imprigionati nelle rocce - e furono accumulati dall'erosione dei fiumi in quella parte poco profonda dell'Oceano Tetide che sarebbe diventato il Tirreno Settentrionale. Vennero compressi a pressioni immani nel cuore della Terra per essere poi sollevati e traslati dai movimenti della crosta terrestre fino ad emergere nel corso dell'orogenesi appenninica, frammentati in ciclopici macigni che formarono l'ossatura delle montagne dal Casentino al monte Titano e a San Leo, proprio di fronte alla riva di un altro mare, l'Adriatico.

Sasso di Simone (a destra) e Simoncello 
Queste immensità - di materia, di spazio, di tempo - da un lato sottolineano la nostra pochezza di "mosche cocchiere" e dall'altro la nostra capacità di essere giunti - oggi - a capire questi fenomeni. Ma anche nella inconsapevolezza delle epoche passate queste rupi furono sempre percepite come dei tramiti tra la terra, spazio del presente, e il cielo, spazio dell'inconoscibile, dell'immensamente grande, dell'eternità. 

Frequentate da tempi immemorabili - sul pianoro sommitale del Sasso di Simone sono stati trovati reperti dell'età del Bronzo risalenti al 1000 a. C. - le due cime prendono il nome attuale da un eremita di origine forse orientale che si stabilì sul pianoro in epoca longobarda, costruendo un romitorio e una cappella dedicata a San Michele. Questi edifici diedero in seguito origine a un monastero benedettino, denominato San Michele al Sasso. Il primo documento che testimonia la presenza del monastero, siglato dal primo abate, è del 1168: il riconoscimento dell'insediamento da parte della Chiesa - e la sua fondazione - furono quindi antecedenti.

La croce che sorgeva sul luogo dell'antico monastero   
Il luogo scelto dai monaci sembrava attraente per vari motivi, non solo spirituali ma anche pratici. Situato in posizione facilmente difendibile, il Sasso dominava le vie di comunicazione e una vasta estensione di foreste e pascoli che almeno inizialmente diedero modo ai monaci di impiantare una proficua attività di allevamento e di sfruttamento del bosco. Purtroppo il clima che inizialmente era favorevole - nel periodo altomedievale ci fu una sorta di "periodo caldo" simile a quello attuale - nei secoli successivi si raffreddò, portando a inverni sempre più rigidi che uniti a flagelli come quello della peste "nera" del 1348 sancirono il trasferimento dei monaci in sedi più comode e lo spopolamento della rupe, con la rovina del monastero - soppresso da papa Pio II nel 1462 - di cui restò in piedi verso la fine del Quattrocento solo la chiesa di San Michele.

La posizione dominante del Sasso di Simone, unita alle lotte per il controllo delle vie di comunicazione che contrapposero tra Quattrocento e Cinquecento lo Stato Toscano e il ducato di Urbino e Montefeltro, portarono dapprima a un tentativo da parte di Novello Malatesta, signore di Cesena e per matrimonio duca del Montefeltrodi costruire e mantenere sul Sasso negli anni intorno al 1450 una fortificazione che avrebbe dovuto controllare il piviere di Sestino, allora compreso nel Ducato di Urbino, e i territori fiorentini appartenenti ai Conti di Carpegna. Il progetto non andò a buon fine per la prematura scomparsa del Malatesta, morto senza eredi a 47 anni. Il piviere nel 1465 tornò allo Stato Pontificio e tutto sembrò fermarsi fino al 5 luglio 1520, quando papa Leone X de' Medici cedette l'intera zona al ducato toscano a compenso di un pagamento che peraltro non venne mai effettuato.

Cosimo de' Medici ritratto dal Pontormo a 19 anni, nel 1538
Il duca Cosimo I de' Medici, salito al potere nel 1537 a soli 18 anni, era un uomo colto, ambizioso e determinato, inteso fin dal principio a stabilire in modo netto il proprio dominio sulla Toscana. Nella sua visione i confini dello Stato dovevano essere resi il più possibile sicuri attraverso la costruzione di fortezze che dovevano controllarne il territorio, anche e soprattutto nei suoi lembi più periferici. 

Mappa cinquecentesca del Montefeltro e della Romagna
Per questo, seguendo un disegno sistematico commisurato alle particolari condizioni dello Stato, avviò una notevole attività edilizio-militare. Per la sua posizione geografica la Toscana era esposta a frequenti passaggi di truppe, oltre ad essere afflitta dal banditismo. E proprio per controllare i confini e riaffermare l'autorità statale furono progettati e realizzati - insieme a molti altri - i due centri di Terra del Sole ed Eliopoli sul Sasso di Simone. Il primo era una "città nuova" fortificata, edificata in un luogo che sembrava ostile ad ogni insediamento urbano a causa delle alluvioni del fiume Montone e dei fuorilegge che flagellavano l'area. La seconda era una fortezza costruita sulla rupe strapiombante del Sasso per dominare e controllare i passi appenninici verso il Montefeltro e la Romagna, a sfida e monito dei prospicienti fortilizi di San Leo e del Titano.

Scriveva un cronista dell'epoca:
"Il Sasso è luogo della massima importanza perché è elevatissimo e inespugnabile, e perché sta sui confini del piviere di Sestino, del duca d'Urbino, dei conti Giovanni e Ugo di Carpegna, del conte Carlo di Piagnano, della Chiesa e di Rimini e perché chi vi edificasse un castello, come un leone fortissimo potrebbe annientare tutti gli altri castelli e luoghi circostanti senza timore di attacchi. In caso di timor di guerra è possibile specialmente di notte far segnali a Montauto di Perugia, al monte di Assisi, a Recanati, a Sassoferrato e a molte altre terre della Chiesa: in una notte si arriva di rocca in rocca a trasmettere il segnale fino a Roma e di lassù è anche possibile vedere molti luoghi della Dalmazia".
Sull'orlo della rupe 
Entrambi gli insediamenti furono intitolati al Sole. Non a caso: c'era un ben preciso programma iconografico in questa dedica. Il Sole, nella visione medicea, mutuata da autori latini come Ovidio e inquadrata nella filosofia neoplatonica diffusa nell'aristocrazia fiorentina, rappresentava il principio dell'ordine, della ragione e della saggezza, e ben si associava a un tema di perennità e di armonia cosmica che voleva legarsi alla dinastia per 
celebrare la famiglia nella sua continuità genealogica e nella temporalità ciclica ma assoluta dell’eternità. L'astro era il simbolo di un potere “divino” che, pur evolvendo nel trascorrere della vita restava eterno al variare delle stagioni. Infatti nella Reggia del Sole Apollo, assiso in trono, è circondato dalle Ore, dal Giorno, dal Mese, dall’Anno, dalle Stagioni, che nel loro eterno avvicendarsi creano quel cambiamento continuo che peraltro sottende  la stabilità.
Pianta e veduta della Fortezza del Sasso di Simone
Della costruzione della Fortezza di Eliopoli sul Sasso di Simone vennero incaricati gli architetti Giovanni Camerino e Simone Genga. L'idea che aveva preso forma nella primavera del 1554 durante una visita di Cosimo I alla podesteria di Sestino si rivelò subito un progetto ben più che ardito: una città fortezza inaccessibile,  a quote mai osate in precedenza, ben oltre i 1200 metri di altezza, con evidenti difficoltà di approvvigionamento e mantenimento. Una roccaforte inespugnabile ma difficile da realizzare e ancor più da mantenere, pensata per essere inizialmente popolata da 300 armigeri e dalle loro famiglie e destinata a crescere fino a dominare dall'alto delle sue mura tutto il Montefeltro.

Francesco I de' Medici ritratto da Alessandro Allori nel 1575
Il 14 luglio 1566 l'opera ebbe inizio
"..con molto solenne precisione, messa cantata, conti e contesse assai e gran concorso di popoli e parsi che fusse come una gran fiera..."
I lavori proseguirono a fasi alterne per quasi un decennio, più rapidi in estate e quasi fermi d'inverno: e il pianoro per tutti quegli anni risuonò dei rumori e delle voci degli operai, scalpellini, architetti, muratori, carpentieri, falegnami, boscaioli, fabbri, del cigolio dei carri e delle carrucole, del muggire dei buoi. Vennero lentamente realizzati da maestranze in gran parte lombarde una cinquantina di edifici tra cui le osterie, le casematte, il forno, le carceri, le grandi cisterne per l'acqua, la bottega del fabbro con la fucina, i granai per mille staia di grano, il salnitraio e le salaie, il deposito delle farine, il palazzo del provveditore, l'armeria, l'arsenale, il tribunale, le stalle. 

La strada medicea che porta sul pianoro del Sasso di Simone
La fortezza fu progettata per rispondere a quell'ideale di città perfetta rinascimentale, organizzata dalla mente del Signore che crea ex-novo una realtà nella cui architettura si possa esprimere il concetto stesso della perfezione formale, che trovava la sintesi nel simbolo stesso della solarità - eletto a stemma della città - e nella istituzione delle magistrature preposte all'amministrazione della giustizia che coesistono accanto alle strutture militari dell'insediamento, a significare l'inscindibilità delle due funzioni in una comunità civile razionalmente organizzata.
Il Sasso di Simone con i suoi calanchi
Fu costruito un portico per il mercato settimanale, un'altra chiesa in aggiunta alla cappella sopravvissuta alla rovina del convento, il palazzo del capitano con la cancelleria, gli edifici per l'acquartieramento dei soldati, la sala delle torture, le torri, le mura perimetrali, i depositi per le munizioni, i ricoveri per l'artiglieria, i magazzini per i viveri. Non tutto fu fatto in pietra, molte costruzioni avevano parti anche importanti in legno, e questo determinò una fragilità che nel lungo periodo si rivelò esiziale.

La precipite bastionata del Sasso di Simone
Vennero anche tracciate strade per collegare la rocca ai castelli vicini, e una "strada maestra" che la univa direttamente a Firenze. Anche la rampa per salire alla fortezza dovette essere faticosamente scavata a colpi di scalpello nella viva roccia della rupe, e ciò nonostante la salita restò sempre e comunque difficoltosa al punto che una carovana di pezzi d'artiglieria trainati da buoi, giunta da Arezzo nel pieno dell'inverno 1572, scivolò giù per la ripida salita ormai ghiacciata, trascinando uomini e animali giù per la rupe in una gelida carneficina. 

Simone Genga nel luglio del 1577 scriveva a Francesco I de' Medici, successore di Cosimo I:
«Io venni quì in Mugello, dove ho dato ordine di quanto si ha a fare in mia absentia, et quì anderò alla Terra del Sole et al Sasso di Simone, con disegno di non partir di là sú, sin tanto che non sarà finito il tutto, in maniera che V.A.S. non habbia a sentir molestia... Et in ogni caso non mancarò tragettarmi sì spesso al Sasso, et lì (a Terra del Sole) che ambedue queste fabriche resteranno quest'anno finite purché V.A.S. cometta a chi tocca la provisione delli assegnamenti»

La sella da cui discendeva la "strada Maestra" per Firenze
Il primo gruppo di soldati - undici, più un capitano - venne mandato a presidiare la fortezza nel dicembre del 1573, e ci si rese immediatamente conto di cosa significasse risiedere in un luogo così elevato. I venti soffiavano gelidi e costanti e le nevi erano talmente copiose che entravano "financo nei letti" e impedivano gli spostamenti sul pianoro a un punto tale che non era possibile nemmeno usare la chiesa ordinaria che pure distava solo una settantina di metri dagli edifici maggiori: per l'inverno venne infatti allestita una cappella temporanea all'interno del palazzo del Capitano. Inoltre il Sasso era lontano dai centri di approvvigionamento e tutto doveva essere trasportato da grande distanza, in particolare tutti i viveri e perfino la legna, per non impoverire la grande foresta di cerro che lo circondava completamente.

Ciclopici massi ai piedi della rupe del Sasso di Simone
Malgrado queste difficoltà nel 1575 venne stabilita sul Sasso la sede del Capitanato di Sestino, con il Tribunale di Giustizia, la podesteria e la sede dell'Arciprete: fu anche istituita una Fiera che si teneva ai primi del mese di giugno insieme a un mercato settimanale favorito dall'abolizione dei dazi sulle merci. Ma pure con queste attribuzioni amministrative e questi incentivi commerciali la Fortezza di Eliopoli restò ben poco appetita dai sudditi del Granduca, che fecero di tutto per non trasferirsi in un luogo così poco ospitale. Al termine dichiarato dei lavori, nell'estate del 1577, solo una decina di case erano abitate stabilmente, e soprattutto in inverno il centro tendeva a spopolarsi del tutto. Uno scritto di uno dei sacerdoti dell'Arcipretura cita addirittura il Salmo 147 per descrivere la situazione climatica: 

"Egli manda la neve come lana, sparge la brina come cenere. Egli getta il suo ghiaccio come a pezzi; e chi può resistere al suo freddo? Egli manda la sua parola e li fa sciogliere; fa soffiare il suo vento e le acque corrono."

Il Simoncello e la sella tra i Sassi
Il colpo finale al sogno mediceo di questa città rupestre provvide a darlo la Natura nella forma di un cambiamento climatico, ancora in negativo, con la cosiddetta Piccola Era Glaciale: un brusco raffreddamento della temperatura media terrestre, iniziato alla fine del Quattrocento e precipitato verso la fine del secolo successivo per durare altri tre secoli, fin quasi al termine del XIX secolo. Gli inverni diventarono via via più lunghi e più freddi, le nevicate persistenti e abbondanti, i rifornimenti e le comunicazioni sempre più disagevoli. Nel frattempo cambiarono anche le tecnologie militari e la situazione strategica - il Ducato di Urbino entrò a far parte dello Stato Pontificio nel 1630 - e resero sempre più irrilevante e inutilmente dispendiosa la presenza di una simile fortezza, che inevitabilmente scivolò nell'abbandono.

Cosimo III de' Medici ritratto nel 1673 dal Volterrano
Nel 1673, cento anni dopo la fondazione e dopo molti decenni di stentata sopravvivenza, la città del Sasso veniva infine abbandonata al vento, al ghiaccio e alle tempeste invernali, che tornati ad essere dominatori incontrastati del massiccio in breve fecero tabula rasa di tutti gli edifici che con tanta spesa e fatica erano stati eretti sul pianoro. Va detto anche che l'anno successivo all'abbandono - il 1674 - il Granduca Cosimo III de' Medici decretò lo smantellamento del sito, e molti materiali da costruzione furono prelevati per costruire o restaurare i cascinali del circondario, dove ancora si può intravedere qualche elemento architettonico proveniente dalla Fortezza del Sole.

Poche sono le tracce rimaste oggi di quella scommessa granducale di quasi cinque secoli fa: la strada che ripida sale al pianoro, le cisterne per l'acqua, le soglie delle porte di accesso alla fortezza, una grande croce - più volte abbattuta dalle tempeste e ricostruita - che sottolinea l'incessante attrazione spirituale che questo luogo continua ad avere. Resta invece intatto il fascino di un luogo impressionante per la sua solitudine e per la sua alterità.

La lapide celebrativa di Eliopoli nel 1993, un anno dopo la sua posa, e 28 anni dopo nel 2021, a testimonianza di come il tempo sul Sasso corra forse più che altrove

mercoledì 12 maggio 2021

Gli Uomini della Neve e il ghiacciaio invisibile

Il crinale di vetta della Pania della Croce
La geografia dei monti toscani è punteggiata di toponimi che raccontano una storia sul territorio che identificano. Hanno le origini più svariate e conservano sempre una traccia delle popolazioni che li hanno creati e usati. Alcuni rivestono un significato evidente, altri invece appaiono curiosi o difficili da interpretare.

Il gruppo delle Panie, se non la più alta di certo la più eminente montagna delle Alpi Apuane, è apparso peculiare sin dai tempi più antichi a tutte le popolazioni stanziate nel suo territorio, tant'è che l'oronimo attuale che dà il nome a questo insieme di montagne deriva dall'antica radice indoeuropea "pan" - ovvero "cima, vetta" - che fu utilizzata per la prima volta dalla popolazione dei Liguri Apuani che si insediarono in quest'area geografica circa quattromila anni fa e la dominarono per oltre nove secoli.

Il lato sud della Pania o "Costa Pulita"
La Pania con i suoi 1858 metri è la quarta cima per altezza delle Apuane. Nei secoli passati era chiamata anche "Petrapana", un oronimo che raggruppava nel nome sia il richiamo al termine usato per indicare una vetta che la contrazione del latino "Petrae Apuanae" ovvero "monti degli Apuani". Dai primi anni dell'Ottocento sulla cima maggiore del gruppo è stata innalzata una croce - inizialmente di legno e dall'agosto del 1900 in metallo - che ha caratterizzato la vetta al punto da farne cambiare il toponimo in Pania della Croce, che è il nome con cui la conosciamo ancora oggi.

Per la loro posizione dominante, l'eleganza delle forme e l'interesse paesaggistico, alpinistico e geologico le Panie rappresentano la Montagna toscana nella sua forma più emozionante. Contrapposte alla costa lineare della Versilia, si innalzano separate da profonde valli dal resto delle Apuane per strapiombare nel versante sud con una impressionante bastionata calcarea, rendendosi visibili nelle giornate limpide da tutta la Toscana Nord-Occidentale. Conseguente a questa visibilità è la panoramicità della sua cima, che in condizioni ottimali permette di ammirare un panorama che va dal Monviso alle montagne della Corsica e all'Amiata.

Il versante nord, dove si trova l'altipiano della Vetricia
Queste montagne sono nate da complessi fenomeni tettonici che hanno portato all'emersione di rocce sedimentarie che inizialmente - e per decine di milioni di anni - erano sprofondate al di sotto della crosta terrestre per essere compresse e riscaldate a temperature di centinaia di gradi fino a subire una vera e propria "metamorfosi" che dai sedimenti iniziali ha prodotto i marmi, i minerali e le pietre che ben conosciamo e che contraddistinguono questa catena montuosa. 

Circa venti milioni di anni fa il movimento delle placche della crosta terrestre tra Europa e Africa ha compresso, piegato e innalzato queste rocce fino a trasformare quelli che erano fondali oceanici in affilati crinali di vette rocciose, erosi dalla pioggia e dagli eventi meteorici, tra i quali il più importante è stato certamente l'alternarsi periodico di periodi freddi e caldi, con formazione e scioglimento di coltri glaciali spesse anche centinaia di metri che nei periodi di maggiore freddo scendevano fino a valle dando al paesaggio un aspetto himalayano.

L'altopiano della Vetricia e la Borra di Canala
Il fenomeno delle glaciazioni insieme alle precipitazioni ordinarie è all'origine di una delle caratteristiche salienti del paesaggio apuano, ovvero l'erosione delle rocce carbonatiche con la conseguente nascita di numerosissime cavità, alcune delle quali molto rilevanti sia per dimensione che per estensione. Questo facilita la permanenza di neve e ghiaccio soprattutto nei versanti nord di queste vette, e la Pania in questo non fa eccezione e anzi presenta una caratteristica unica al mondo.

Proprio al di sotto della Pania della Croce e del Pizzo delle Saette ma separato dalle vette dal vallone della Borra di Canala, a una quota media di circa 1400 metri, sta l'altopiano della Vetricia, una straordinaria balconata di pietra profondamente corrosa dai fenomeni carsici che creano un paesaggio arido e sconvolto ma di notevole suggestione. La sua peculiarità è la presenza di numerose fessurazioni tettoniche che con l'erosione delle acque nei millenni hanno originato numerose cavità verticali: grotte "a pozzo" di varia dimensione, con la più ampia che le sopravanza tutte di gran lunga.

L'Abisso Revel (foto E. Lotti)
Per la profondità e le dimensioni è stata chiamata Abisso Enrico Revel, dal nome del primo speleologo che ne raggiunse il fondo nel 1931. Posizionato nella parte meridionale dell’Altopiano alla quota di poco più di 1400 metri, ha all'imboccatura una lunghezza di 60 metri, una larghezza di 10 ed una profondità verticale di oltre 300. Fino a qualche anno fa era considerata la verticale assoluta più profonda del mondo e resta ancora oggi una voragine fra le più impegnative, certamente la prima delle Apuane; prova ne è che dal 1931 ad oggi soltanto 5 spedizioni lo hanno esplorato completamente. 

Proprio in fondo all'Abisso sopravvive, invisibile da più di 10.000 anni, in attesa della prossima era glaciale, l'ultimo relitto del grande ghiacciaio che copriva millenni fa la Vetricia: alcuni metri di ghiaccio fossile, rinnovato a ogni inverno attraverso le nevicate, al riparo dagli eccessivi calori dell'estate e dall'andirivieni delle temperature stagionali.

Perché il lato nord delle Panie, grazie alle numerose spaccature, consente spesso - pur senza arrivare alla protezione offerta dall'Abisso Revel - il mantenimento di neve e ghiaccio anche durante il periodo estivo. Questo fenomeno, ben conosciuto dagli abitanti di queste zone, portò nell'Ottocento alla nascita di un vero e proprio mestiere, quello degli Uomini della Neve.

Il Passo degli Uomini della Neve
Con questo nome erano infatti conosciuti gli "spalloni" che rifornivano di ghiaccio i villeggianti versiliesi - e a volte anche gli ospedali - tra Ottocento e Novecento, prima della diffusione dei refrigeratori industriali. All'appressarsi dell'inverno questi montanari - boscaioli o pastori - allestivano le "neviere" nelle spaccature delle rocce della Vetricia, rivestendole di rami e foglie, pressandovi dentro la neve per compattarla in modo da trasformarla in ghiaccio e poi coprendola nuovamente con foglie ed erba in modo da proteggerla anche nella stagione più calda.

In estate salivano alle neviere al crepuscolo, staccavano con l'ascia i blocchi di ghiaccio e li collocavano in grandi gerle di vimini rivestite di paglia e coperte di juta per isolare i blocchi dalla temperatura esterna, se le caricavano in spalla e si incamminavano per l'aspro sentiero che passa tra la Pania della Croce e l'Uomo Morto, per scendere ripidamente alla Foce di Valli e poi a Cardoso che raggiungevano al mattino. A quel punto il ghiaccio veniva trasferito su di un barroccio per essere portato ai clienti finali e magari per diventare gelato o granita nei caffè del litorale versiliese.

Per tornare all'argomento da cui siamo partiti, tanto era il transito di questi spalloni su e giù per i sentieri delle Panie che ne è restato traccia in un toponimo. Alla quota di 1660 metri tra la Pania della Croce e l'Uomo Morto sta oggi il Passo degli Uomini della Neve: un nome curioso e poetico che racchiude in sé tutto un mondo passato  - un passato anche nostro - fatto di sacrifici e di fatica.

domenica 18 aprile 2021

Il verde di Prato

L'orologio del Duomo di Prato
Tutti noi pratesi conosciamo bene il "marmo" verde di Figline. Estratto in passato dalle cave di Pian di Gello, si tratta in realtà di una serpentinite metamorfica che - diversamente dal marmo - non contiene affatto carbonati di calcio ma ossidi di silicio e magnesio in percentuali variabili.

La serpentinite nasce infatti da una trasformazione che avviene ai magmi del mantello terrestre quando arrivano al contatto con le rocce granitiche della crosta del nostro pianeta, ricche di gas e vapori acquei, che uniti alle pressioni fortissime di quelle profondità consentono la nascita di queste rocce in una sintesi nota come metamorfismo idrotermale.

Il serpentino così formatosi è diventato milioni di anni fa il fondale dell'Oceano Tetide per poi essere trasportato in superficie da quei rivolgimenti tettonici della crosta terrestre che hanno portato alla nascita delle montagne del nostro Appennino.

Non si tratta di una roccia vulcanica effusiva - niente eruzioni e niente vulcani quindi, sul Monteferrato - ma del risultato di una trasformazione delle rocce fluide dell'interno della Terra emerso a seguito della deriva dei continenti.

Il "marmo" verde pratese ha conosciuto il periodo di maggior splendore economico nei secoli tra l'XI e il XVI della nostra era, quando fu utilizzato per abbellire moltissime architetture religiose realizzate nello stile "romanico".

San Michele di Murato

Un elenco non esaustivo delle chiese realizzate col "verde di Prato" va dal nostro Duomo, da San Francesco e dalla Basilica delle Carceri per proseguire a Firenze col Duomo, il Battistero, la Badia Fiesolana, Santa Maria Novella e San Miniato al Monte, a Pistoia, Siena e Pisa col Duomo fino ad arrivare alla più incredibile delle chiese: quel San Michele di Murato in Corsica fatto costruire nel 1280 dai Pisani sulle alture del Nebbio che dominano il golfo di Santu Fiorenzu.

L'architettura di tutti questi edifici attinge al filone del romanico, ovvero a quella corrente architettonica che recupera monumentalità forme e strutture tipiche dell'architettura imperiale romana e bizantina per adattarle alle nuove esigenze medievali.

E appunto nell'architettura imperiale esisteva una tipologia decorativa - l'"opus sectile" - antesignana del "commesso" di pietre dure mediceo, che utilizzava lastre di pietra di diversi colori per realizzare decorazioni e rivestimenti che nobilitassero le pareti e i pavimenti dei saloni più importanti.

Porfido verde di Grecia

In quest'ambito uno dei colori più apprezzati per la decorazione dei palazzi imperiali di Roma e Costantinopoli era un marmo greco della Tessaglia e un porfido, sempre greco. Entrambi verdi, entrambi molto simili, seppure non uguali, al serpentino di Pian di Gello, entrambi denominati "verde antico".

Marmo verde di Tessaglia

Sicuramente fu per questo motivo che in età romanica il "verde di Prato" fu così apprezzato e conobbe tanta fortuna: perché rievocava, col suo colore smeraldino tendente al cupo la grandezza e la maestosità di un "antico" impero, quello Romano, scomparso da secoli ma ancora vivo nel ricordo di tutti.

La Terra Follona di Galceti

Lago di Galceti 
Quando si pensa a Galceti si pensa in genere al laghetto, al Centro di Scienze Naturali e al Parco di Villa Fiorelli. Luoghi tutti di costanti frequentazioni da parte dei pratesi, che almeno dalla fine dell'Ottocento li elessero come méta delle loro passeggiate: luoghi di svago e villeggiatura ante litteram che ancora oggi mantengono una notevole attrattiva sui cittadini.

Ma il laghetto che tutti conosciamo - un po' decaduto dall'antico rango di meta domenicale di escursioni e passeggiate - ha per così dire le proprie radici in una particolarità del terreno di questa zona del Monteferrato, ricco di una particolare argilla, detta smectica e definita in antico terra da follone o terra follona.

Questo tipo di argilla, nata dalla degradazione delle rocce del Monteferrato, ha la caratteristica di rimuovere le impurità e i grassi dalle lane, facilitando in questo modo il processo di infeltrimento del tessuto. Questa proprietà ovviamente non è esclusiva dell'argilla di Galceti: argille simili - dette montmorillonitiche dal nome di un minerale che le caratterizza - erano conosciute ed adoperate fin dai tempi dei Romani nella lavorazione dei tessuti di lana.

Lago di Galceti 
Il processo in cui queste argille erano usate prevedeva che i tessuti fossero messi in una tramoggia con la terra follona, abbondantemente spruzzati d'acqua calda e battuti, sfregati e torti, sia manualmente con un pestello a mano, sia meccanicamente con magli azionati dalla forza dell'acqua in gualchiere come quella di Coiano, di origine medievale, rimasta in esercizio fino a pochi decenni fa.

Questo procedimento serve a infeltrire le lane e follare i panni rendendoli impermeabili compattandoli, e continua a essere utilizzato anche oggi - usando macchinari industriali - per effettuare lavorazioni particolari e per la produzione di tessuti storici come il panno casentino o il loden.

Il laghetto di Galceti nasce per l'appunto da una serie di antiche estrazioni della terra follona, abbondante in questa zona del Monteferrato a causa della forza dilavante delle piogge, che qui avevano creato dei depositi di argilla smectica, sfruttati fin dal XII secolo. In passato gli scavi interessavano superfici più ampie, e l'attività di estrazione dell'argilla aveva portato alla nascita di vari bacini d'acqua, di cui il laghetto di Galceti costituisce attualmente il relitto più significativo.

giovedì 18 marzo 2021

La prima "guida turistica" delle Alpi Apuane

Frontespizio dell'opera

Noi tutti, frequentatori dei poggi pratesi - iscritti e non al Club Alpino Italiano - siamo abituati a pensare a Emilio Bertini come al precursore dei moderni escursionisti che percorrono i nostri sentieri, che già nell'Ottocento prefigurò gli sviluppi del "turismo a piedi" alla scoperta delle meraviglie della natura che ci circonda.

In realtà il peraltro benemerito Bertini era solo un continuatore - seppure di notevole livello - di una tradizione di riscoperta della natura e del territorio toscano di impronta "scientifica" che si era avviata già alla fine del Settecento come effetto collaterale del Secolo dei Lumi e della Rivoluzione Francese che ne era scaturita.

Uno dei precursori di Emilio Bertini fu un carrarese, Emanuele Repetti, che nacque, terzo di dieci figli, il 3 ottobre 1776 a Carrara da Giovanni Battista - ligure originario di Chiavari - e Anna Maggini. Personaggio dai molteplici interessi fece "per campare", diremmo oggi, il farmacista. A Firenze, ovviamente, ché nella sua Carrara non c'erano sbocchi per un ingegno come il suo.

Oltre che preparare farmaci e medicamenti, Emanuele Repetti si interessava moltissimo di viaggi e geografia, tanto da pensare fin da giovane, sull'esempio degli Enciclopedisti francesi, a una sorta di Dizionario che raccogliesse tutte le notizie interessanti e anche utili della Toscana in cui viveva: e per cominciare decise di fare una prova, scrivendo dei luoghi che conosceva maggiormente. Ovvero dei monti sopra la sua Carrara, le "dirupate balze" delle Alpi Apuane.

Ritratto di Emanuele Repetti

Tra il 1813 e il 1819 compì una serie di viaggi per esplorare approfonditamente i luoghi e raccogliere spunti per la sua ricerca, che alla fine si concretizzò in un libretto di più di 200 pagine. Era incentrato prevalentemente sull'industria di maggiore importanza di quei luoghi, l'estrazione del marmo: punteggiata però di interessanti dettagli paesaggistici e di suggerimenti di visita che rendono ancora oggi l'emozione del Repetti davanti alle "sue" montagne.

L'operetta si intitolava "Sopra l'Alpe Apuana ed i marmi di Carrara: cenni di Emanuele Repetti" e fu stampata a Fiesole nel 1820, più di duecento anni fa. Ne cito un passo rivelatore:

"La profondità di quelle gole, che si succedono quasi parallele le une alle altre offre all'immaginazione l'idea di un mare tempestoso, i cui flutti sollevati rimasero impietriti. A proporzione che si discende, le pendici veggonsi coperte da una sottile crosta di marna proveniente dalla decomposizione di quella massa calcarea. Ivi principiano a trovare alimento faggi, carpini, ontani, cerri, querci etc., e nella regione inferiore selve rigogliose di castagni, quali somministrano a quelle frugali borgate il vitto per una parte dell'anno".

Il libro ricevette favorevoli recensioni sia dagli scienziati italiani che stranieri, e fu di fatto la prima opera a descrivere abbastanza compiutamente il mondo apuano, a partire dalla sua geologia e morfologia per proseguire con la sua peculiare industria marmifera ed estrattiva senza dimenticare le radici storiche dei territori. Una (quasi) guida turistica ante litteram...

Per chi volesse saperne di più - e grazie a Google - il libro è leggibile sul web liberamente e lo trovate gratuitamente qui

domenica 28 febbraio 2021

Gocce di preistoria


Sicuramente invidiose per l'abbondanza di minerali del Monteferrato, anche le rocce sedimentarie dell'Appennino Pratese hanno per così dire "partorito" una loro gemma, che le caratterizza e identifica in modo peculiare: il quarzo a tramoggia aeroidro.

Lo troviamo abbastanza facilmente nelle spaccature delle arenarie, accompagnato dal più familiare carbonato di calcio o calcite. In piccoli cristalli che sembrano di vetro o in esemplari assai più grandi: a Porretta a fine Ottocento venne scoperta una prolifica vena dall'allora presidente della sezione bolognese del CAI, Luigi Bombicci, e da questa uscirono negli anni diverse centinaia di grandi esemplari, molti dei quali sono tutt'oggi visibili nel museo a lui intitolato che si trova a Bologna.

Il quarzo a tramoggia è una varietà di quarzo che nasce nelle profondità delle faglie ricche di silice delle nostre montagne, che attraversate da fluidi idrotermali in condizioni di grande calore e pressione hanno fatto nascere degli straordinari cristalli prismatici trasparenti dalle dimensioni davvero importanti, a volte anche di decine di centimetri.

Ciò che distingue questi cristalli dai loro fratelli alpini è la crescita "a imbuto" delle loro faccette, che vede il centro molto più in basso dei bordi del cristallo, creando un aspetto "a gradini" che per affinità con i contenitori utilizzati nei mulini e delle miniere definisce appunto come "a tramoggia" questa sottospecie.

Ma oltre a questo dato che ne caratterizza l'aspetto c'è un'altra particolarità che rende queste "gemme" davvero interessanti.  Imprigionati nella struttura cristallina ci sono molto spesso bitumi e argille accompagnati da bolle di acqua mista a gas - in genere metano - che sono coevi del cristallo, e quindi infinitamente antichi. 

Gocce di preistoria, miracolosamente arrivate fino a noi con solo una faccetta di cristallo a proteggerle!

giovedì 25 febbraio 2021

Le gemme del Monteferrato

Granato Andradite Varietà Topazolite
Visto l'interesse che tanti hanno per il nostro Monteferrato, vorrei sottolineare il fatto - che molti forse conosceranno - che le tre "gobbe" che onorano il nostro paesaggio non sono di origine vulcanica effusiva (come l'Etna, per capirsi) bensì create dall'emersione e frammentazione del mantello terrestre a seguito del movimento di deriva delle placche continentali.

In altre parole, il Monteferrato non è mai stato un vulcano, bensì un frammento dell'antico fondale dell'Oceano Tetide portato in superficie da fenomeni di obduzione (spinta verso l'alto) che hanno letteralmente portato alla luce - come con una sorta di ascensore - rocce che originariamente stavano a decine di chilometri sotto la crosta terrestre degli antichi continenti.

Questo ha creato un ambiente unico, dal punto di vista geomineralogico. Sul Monteferrato sono stati trovati minerali altrove rarissimi o peraltro di difficile reperibilità. Contrariamente ai monti circostanti è comune la presenza di percentuali anche importanti di metalli che nel passato - soprattutto nella zona di Figline - diedero origine a coltivazioni e a lavorazioni preindustriali e che durante il periodo dell'autarchia negli anni Trenta del Novecento portarono perfino a ricerche geominerarie nell'area del monte Piccioli.

Per me, comunque, il simbolo del Monteferrato è una gemma: verde come il "marmo verde di Prato" è un granato, in particolare una sottovarietà del tipo andradite, ricco di calcio e di ferro, di un colore che va dal verde giallo chiaro al verde erba intenso.

Si chiama Topazolite, la potete vedere nella foto.