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| La statua di San Michele |
La statua è colorata, quasi domestica nella sua collocazione tra le tende rosse, una finestra troppo luminosa e la fiammella artificiale di un lumino. Ha il pathos un po' impacciato dei santi di provincia, e tuttavia racconta qualcosa di smisurato. Non soltanto la vittoria del bene sul male, ma l'irruzione di un ordine diverso dentro il nostro.
Il drago è in basso, aderente alla terra: scuro, pesante, informe. Michele è verticale, e non sembra appartenere alla materia su cui poggia. Vi è disceso. La spada spezza, la bilancia distingue, le ali dichiarano che esiste un altrove.
Guardando questa immagine ho pensato che l'arcangelo potesse essere qualcosa di più del comandante delle schiere celesti. Forse proprio una crepa luminosa nella parete del mondo.
La sua storia viene da lontano, e non da un solo luogo. Affiora nel giudaismo del Secondo Tempio, quando gli antichi messaggeri anonimi di Dio cominciano ad acquistare un nome, una personalità, una funzione. Nel Libro di Daniele, redatto nella sua forma definitiva intorno al II secolo avanti Cristo, Michele compare con particolare evidenza: è uno dei grandi "prìncipi" del cielo, il difensore d'Israele.
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| La grotta di San Michele all'interno dell'Abbazia |
Michele attraversa così l'ebraismo e arriva al cristianesimo. Nell'Apocalisse combatte il drago e lo precipita dal cielo; nei secoli diventa guerriero, protettore, guaritore, custode dei santuari, accompagnatore delle anime. La sua figura percorre il Mediterraneo, raggiunge il Gargano, viene adottata dai Longobardi, si diffonde lungo montagne, grotte, luoghi di confine.
Non è casuale che tanti santuari micaelici sorgano in alto o dentro la roccia. Michele abita le soglie: cielo e terra, luce e buio, corpo e spirito, vita e morte. Non appartiene del tutto a nessuno dei due lati. Li tiene in comunicazione.
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| L'abbazia vista dal Lago Superiore di Monticchio |
Ma quale mondo separa — o unisce — l'arcangelo?
Il cristianesimo risponde che la creazione è buona, benché ferita. Michele non viene a liberarci dalla materia, ma dal male che la corrompe. Il drago non è il mondo: è ciò che tenta di deformarlo, di possederlo, di convincerci che violenza, paura e morte abbiano l'ultima parola.
Esiste però un'altra lettura, più inquieta, nata nelle correnti gnostiche dei primi secoli.
Secondo molti sistemi gnostici, al di sopra del nostro universo si trova il Pleroma, la pienezza della realtà divina. Il Dio supremo, l'Uno inconoscibile, non crea direttamente il mondo materiale: da lui procedono gli eoni, emanazioni della sua luce. Tra questi c'è Sophia, la Sapienza. Da una sua frattura, data da un errore, un desiderio incompleto, nasce il Demiurgo: un creatore inferiore che, ignorando la realtà superiore, modella il nostro universo e si crede l'unico dio.
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| La chiesa vista dall'interno della Grotta di San Michele |
La salvezza, qui, non è comportarsi bene o obbedire a una legge. È la gnosi: una conoscenza che trasforma chi la riceve. Salvarsi significa ricordare chi siamo, capire che non apparteniamo del tutto a questo mondo, e attraversare le barriere che ci separano dall'origine.
Vista con questa lente, la figura dell'arcangelo cambia del tutto. Non è più un funzionario della corte divina, ma un emissario della Pienezza: una potenza luminosa che attraversa i livelli della realtà per raggiungere la scintilla imprigionata nell'uomo. Scende nel mondo inferiore, porta un frammento di conoscenza, indica la via del ritorno.
La spada non serve solo a uccidere il drago: recide l'inganno che tiene l'uomo legato alla sua prigione. La bilancia non pesa solo le azioni di una vita: distingue ciò che in noi appartiene alla terra da ciò che conserva memoria del cielo. Le ali non sono un ornamento: sono la prova che le mura non sono invalicabili.
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| I laghi visti dall'abbazia |
Michele sembra rispondere di sì. Non spiega che cosa ci sia oltre la parete, non consegna una mappa del Pleroma né la certezza di una fuga. Compare e basta, luminoso e armato, tenendo sotto i piedi la creatura che pretendeva di essere padrona dell'intero orizzonte.
Il drago è forse proprio questo: la voce che ripete che la realtà materiale, con le sue paure, le sue necessità, la sua morte, sia tutto ciò che esiste. Michele non distrugge il mondo; ne incrina la pretesa di essere assoluto.
E proprio da questa incrinatura entra la luce.
E forse la vera sapienza — Sophia — non è conoscere ogni cosa, ma accorgersi della crepa. Riconoscere che perfino nella stanza più chiusa, tra le tende rosse e la fiammella di un lumino, filtra un chiarore che viene da un luogo che ancora non vediamo.






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