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giovedì 15 maggio 2025

Sopra le nubi tossiche

Fioritura di narcisi sotto alla vetta del monte Croce 

C'è un racconto nella saga di Hyperion di Dan Simmons che non mi ha mai lasciato davvero. Il protagonista vive su un pianeta - T'ien Shan - dove solo le vette delle montagne sono abitabili: le basse quote, immerse in un’atmosfera densa di fosgene, sono diventate letali. Le persone si rifugiano in alto, sopra le nubi tossiche, come se la salvezza fosse ormai confinata all’apice del mondo.

Mi è tornata in mente questa storia stamattina, camminando lungo il sentiero 109 che dall'Albergo Rifugio Alto Matanna conduce alla vetta del Monte Croce, poco più di 1300 metri. Davanti a me si apriva il profilo delle Panie, ma erano i miei passi a essere immersi in un’altra meraviglia: un'immensa fioritura di narcisi e asfodeli che ammantava prati e pendii. Un tripudio bianco e verde che sembrava una benedizione. E lì, nel silenzio profumato del mattino, ho capito che anche quella bellezza, così pura e apparente, raccontava una storia più complessa.

Panorama da sotto la vetta del monte Croce  

Le Apuane meridionali, da lontano, sembrano un rifugio incontaminato sopra una pianura ormai satura: fabbriche, capannoni, centri commerciali, asfalto, automobili, logistica. Tutti i feticci della nostra epoca. Ma questo isolamento montano non è frutto di un miracolo: è la conseguenza di scelte umane, o più spesso di non-scelte. Di abbandoni. Di economie che si sono sgonfiate, di borghi svuotati, di sentieri dimenticati. L’agricoltura di quota, la pastorizia, le attività forestali: tutte ritirate, lasciando spazio a una rinaturalizzazione che oggi ci appare “vergine” ma che, in realtà, è il volto più recente di un paesaggio plasmato per secoli dall’uomo.

A ogni passo, lungo il crinale, si incontrano le tracce di quel mondo perduto: mulattiere, muretti, terrazzamenti, ruderi di case in pietra, carbonaie ormai avvolte nel muschio. Non era wilderness. Era civiltà.

E allora quel che vediamo oggi – e che tendiamo a mitizzare come un ritorno all’eden – è in realtà un tempo sospeso. L’uomo ha sempre avuto la tendenza a mitizzare il passato e la natura, a evocare un’età dell’oro in cui tutto era armonia. Ma quella nostalgia rischia di essere un alibi.

Forse il punto non è tornare indietro, ma imparare a guardare avanti con consapevolezza. Con la stessa cura con cui i nostri nonni sistemavano un muro a secco, o tracciavano un sentiero tra le rocce. Perché anche il futuro – come le vette di Hyperion – dipenderà da dove e come decideremo di abitare.

sabato 22 marzo 2025

Resurrezione liquida: la sorgente del Borro di Cavagliano a Travalle

Il Rio Camerella a poca distanza dalla sorgente

Quando si osservano i Monti della Calvana, situati tra Prato e il Mugello, ci si accorge immediatamente di quanto questo massiccio sia diverso dalle altre montagne toscane. Il paesaggio che si presenta agli occhi del visitatore è caratterizzato da un'apparente assenza d'acqua: poche sorgenti in quota e nessun ruscello che scende visibilmente dai pendii. In passato, quando le praterie avevano un'estensione maggiore rispetto a quella odierna, chi attraversava in estate i crinali assolati della Calvana si trovava davanti a uno scenario quasi lunare: vaste distese di praterie pietrose, doline scavate nella roccia e rarissime tracce d'acqua in superficie.

Questa caratteristica peculiare nasconde però una verità affascinante: l'acqua nella Calvana è abbondante, ma scorre invisibile sotto i nostri piedi. I Monti della Calvana rappresentano infatti il secondo complesso carsico della Toscana per dimensioni, superato solo dalle più note Alpi Apuane. La loro formazione geologica, denominata "formazione di Monte Morello" e risalente al periodo compreso tra il Paleocene e l'Eocene medio (circa 66-40 milioni di anni fa), è costituita principalmente da argille e dal caratteristico calcare Alberese. Queste rocce, con la loro particolare composizione, hanno dato origine nel corso dei millenni a un sistema idrologico complesso e articolato.

La Marinella vicino alla villa di Travalle 

Il calcare, elemento predominante del massiccio, agisce come un gigantesco filtro naturale: l'acqua piovana, anziché scorrere in superficie formando torrenti e ruscelli, si infiltra nelle innumerevoli fratture e nelle doline che punteggiano i crinali e i pascoli sommitali. Una volta penetrata nella roccia, l'acqua intraprende lunghi e tortuosi viaggi sotterranei, muovendosi lentamente attraverso cunicoli e gallerie scavate dalla sua stessa azione chimica. Nel corso dei millenni, questo processo continuo ha progressivamente eroso la roccia calcarea, creando un articolato sistema di cavità sotterranee.

Il viaggio dell'acqua all'interno del massiccio prosegue fino all'incontro con strati di roccia più impermeabile o con barriere geologiche naturali, come le marne o altre formazioni meno permeabili che si trovano a quote inferiori. È proprio in questi punti, generalmente posizionati tra i 300 e i 400 metri di altitudine, significativamente più in basso rispetto alla dorsale montuosa principale, che avviene la "risorgenza": l'acqua riemerge in superficie dando vita a sorgenti perenni.

La distribuzione di queste sorgenti non è uniforme lungo tutto il massiccio. Ne sono state censite ben 97, concentrate principalmente nella parte settentrionale e in quella centrale della catena montuosa, molte delle quali situate proprio nella fascia altimetrica compresa tra i 300 e i 400 metri. La parte meridionale, invece, presenta un numero significativamente inferiore di sorgenti, prevalentemente localizzate in prossimità dei fondovalle. Una caratteristica importante di queste sorgenti è la notevole variabilità della loro portata, strettamente legata all'intensità delle precipitazioni. Questa particolarità evidenzia la rapidità con cui l'acqua piovana attraversa il sistema carsico, riemergendo dopo percorsi relativamente brevi ma complessi.

Rio Camerella 

Nonostante la natura carsica del territorio, la densità del drenaggio superficiale nella Calvana è sorprendentemente abbondante rispetto ad altre aree con caratteristiche geologiche simili. Tuttavia, solo alcuni dei piccoli torrenti che discendono dalla dorsale mantengono un flusso perenne durante tutto l'anno, mentre la maggior parte si secca nei periodi di siccità prolungata; tutti, in generale, vengono alimentati dalle risorgenze presenti a varie quote, alcune delle quali particolarmente copiose.

Tra le tante sorgenti della Calvana, una spicca in modo particolare: quella del Borro di Cavagliano a Travalle. Qui l’acqua, dopo aver percorso il suo misterioso viaggio sotterraneo, riemerge con tale forza da generare l’intero Rio Camerella, che dopo un breve corso va a gettarsi nella Marinella. Dal punto di vista idrogeologico, la sorgente del Borro di Cavagliano presenta una conformazione peculiare: una bocca principale alimenta direttamente il rio, mentre un serbatoio creato artificialmente è collegato a un antico lavatoio e a una presa d'acqua. Questa doppia struttura ha permesso, nei secoli, un uso razionale e sostenibile della risorsa: da un lato, il nutrimento continuo del corso d’acqua; dall’altro, il supporto alle attività quotidiane della comunità locale.

La sorgente del Borro di Cavagliano 

Grazie alla sua portata costante, anche nei periodi più siccitosi, la sorgente è stata per secoli un riferimento vitale per gli abitanti della zona, garantendo acqua per uso domestico, agricolo e per l’abbeveraggio del bestiame. La sua importanza è testimoniata dalle opere di sistemazione idraulica realizzate nel tempo, che hanno permesso di ottimizzare la fruizione della sorgente senza comprometterne l’equilibrio naturale.

Ma la sorgente non è solo una risorsa idrica: la sua storia è intrecciata a un universo culturale e simbolico di rara suggestione. A pochissima distanza si ergono antiche murature che racchiudono una collinetta lobiforme di origine quasi certamente artificiale. Oggi questo luogo ospita la casa colonica nota come "podere Castelluccio", ma alcuni studiosi ritengono che queste strutture costituissero originariamente la base di un tempio probabilmente dedicato al culto delle acque. La presenza di un edificio sacro in prossimità di una sorgente così abbondante non è casuale. Il culto delle acque rappresenta infatti uno degli elementi più antichi e persistenti nelle religioni mediterranee, e in particolare nella cultura etrusca, che aveva sviluppato una profonda connessione spirituale con le manifestazioni naturali dell'acqua.

Il lavatoio-abbeveratoio 

Le sorgenti, in particolare quelle che emergevano misteriosamente dal sottosuolo dopo percorsi invisibili attraverso le viscere della terra, erano infatti considerate manifestazioni divine, punti di contatto tra il mondo terreno e quello ctonio. L'acqua che sgorgava dalle profondità della terra portava con sé non solo fertilità e vita, ma anche conoscenza e potere purificatore. Non sorprende quindi che attorno a queste sorgenti si sviluppassero luoghi di culto e rituali specifici.

Gli Etruschi, popolo che ha abitato queste terre prima della dominazione romana, avevano elaborato una complessa teologia in cui le divinità legate alle acque occupavano un ruolo primario. Numerose sono le testimonianze archeologiche di culti legati alle sorgenti in tutta l'Etruria, con ritrovamenti di ex voto, strutture rituali e santuari dedicati a divinità acquatiche. A Pizzidimonte, a poca distanza da qui, sono state ritrovati diversi reperti di epoca etrusca collegati a frequentazioni sacrali di questo tipo, mentre la collina del podere Castelluccio, finora, non è mai stata oggetto di indagine archeologica e verosimilmente potrebbe celare altri ritrovamenti dello stesso genere.

Il punto in cui riemerge la sorgente 

Il ciclo delle acque carsiche – che si perdono nel sottosuolo per poi riemergere – ha nutrito, fin dall’antichità, un immaginario legato ai temi della morte e della rinascita. Il viaggio sotterraneo dell’acqua, che scompare nell’oscurità per poi riapparire pura e rinnovata, era interpretato come una metafora del percorso dell’anima nel mondo dei morti e del suo ritorno alla vita. Nelle culture arcaiche del Mediterraneo – e in quella etrusca in particolare – questo ciclo naturale assumeva un significato sacrale. Le sorgenti carsiche venivano viste come varchi tra il mondo visibile e l’aldilà, e non a caso i luoghi sacri sorgevano spesso in prossimità di questi fenomeni.

L’antico tempio di Castelluccio, collocato su una collinetta sopraelevata rispetto alla sorgente, probabilmente rievocava simbolicamente questo viaggio, dall’acqua che risorge dalle profondità ctonie al tempio che si eleva verso la luce. Era un cammino rituale, un’ascesa carica di significati spirituali e di legami con i cicli stagionali e il culto degli antenati, con pratiche di purificazione, riti propiziatori e offerte votive alle divinità delle acque. L’acqua della sorgente – ritenuta rigenerante e guaritrice – veniva utilizzata sia per scopi cerimoniali che terapeutici.

Il getto che cade nel lavatoio 

Oggi, mentre l'acqua continua il suo eterno ciclo attraverso le rocce calcaree della Calvana, emergendo copiosa dalla sorgente del Borro di Cavagliano, possiamo solo immaginare i rituali e le credenze che per millenni hanno accompagnato questo fenomeno naturale. Ma le antiche murature del podere Castelluccio rimangono, a testimoniare quella sacralità del luogo che i millenni non hanno completamente cancellato.

Oggi la sorgente è molto più di un fenomeno idrogeologico: è un crocevia di storie e conoscenze dove geologia, archeologia, storia e mito si incontrano e si mescolano, dando forma a un racconto affascinante che attraversa i millenni e ci parla ancora, toccando le nostre radici più profonde.

Per chi voglia visitare questo luogo di seguito posto una cartina (cliccate per aprirla in modo interattivo); nel caso raccomando di fare attenzione perché la sorgente si trova dentro campi coltivati che non vanno calpestati né percorsi con mezzi diversi dalle gambe. Le coordinate GPS della sorgente sono 43.8881086N, 11.1538936E.

La conca di Travalle

mercoledì 5 marzo 2025

Castiglioncello tra memoria e oblio

Il borgo di Castiglioncello, oggi 

C'è qualcosa di profondamente evocativo nei luoghi abbandonati. Visitando Castiglioncello, frazione dimenticata di Firenzuola, si viene avvolti da una sensazione ambivalente, allo stesso tempo familiare e aliena. È come trovarsi in uno di quei sogni in cui sei inseguito da una presenza angosciosa che ti costringe in un angolo fino a rivelarsi, per poi scoprire che questa presenza è in realtà una parte di te che avevi dimenticato.

Una delle poche abitazioni rimaste in piedi 

Questo grappolo di case abbarbicate su un crinale appenninico, al centro della Valle del Santerno, è circondato da montagne scoscese. Non sono particolarmente alte, ma suscitano un senso di intensa solitudine che ti porta inevitabilmente a chiederti come potessero vivere le persone quassù. Eppure, paradossalmente, questa estraneità si trasforma in un inspiegabile déjà-vu: luoghi che dentro di noi conosciamo perfettamente, perché hanno lasciato una traccia - in noi, nei nostri genitori, nel nostro territorio - qualcosa di familiare e alieno al tempo stesso.

Arroccato su uno sperone di roccia a strapiombo sul fiume Santerno, il borgo rappresenta uno dei luoghi più affascinanti del comune di Firenzuola. Un paese abbandonato, costruito con pietre e malta, che non smette mai di stupire e che, soprattutto, non cessa di ospitare visite e leggende. La storia di Castiglioncello è l'epilogo di un passato difficile e costellato di sciagure, un conto severo che si è concluso con spopolamento, morte e distruzione. Fu un paese di dogana, punto nevralgico di confine tra il Gran Ducato di Toscana e quello di Bologna, conteso da entrambi proprio per la sua strategica collocazione. Sul crinale della montagna sopra al Santerno passava la vecchia via Montanara, che prima dell'Ottocento rappresentava l'unica strada a collegare Toscana ed Emilia Romagna e, di conseguenza, l'unica via di collegamento tra Nord e Sud.

Fiume Santerno e cascata di Moraduccio 

Le origini di Castiglioncello risalgono a tempi remoti. Dai documenti datati XII secolo, il borgo non compare come luogo autonomo, bensì assoggettato ad un "pace" (un'antica unità territoriale) ormai scomparso, denominato S. Ambrogio della Massa. Successivamente divenne un possedimento della famiglia Alidosi. Fu proprio questa famiglia che, cercando protezione dalla città di Firenze, fece in modo che Castiglioncello divenisse "toscano".

Le prime notizie di un Castiglioncello indipendente risalgono al 1450 circa, quando il comune di Castel del Rio tentò l'annessione a Firenze. Il borgo si trovava in una posizione di confine estremamente importante dal punto di vista militare e strategico, oltre che commerciale. Questa posizione conferì all'abitato una certa rilevanza fino al XVIII secolo, quando la costruzione di una serie di strade e ponti causò l'abbandono dell'antica via di collegamento passante per Castiglioncello, strada che in realtà era una mulattiera ed era definita molto scomoda e poco praticabile sin dal XVII secolo.

Il borgo sorgeva strategicamente lungo l'antica via che, seguendo la sponda sinistra del Santerno, collegava la zona con Imola attraverso San Piero, Le Piagnole e Sant'Apollinare. La sua storia è intrecciata con quella di importanti casate: fu infatti possedimento della diocesi di Imola, degli Alidosi e degli Ubaldini, prima di passare sotto il dominio di Firenze nel 1372.

Il borgo di Moraduccio e la statale dalla chiesa

La vita delle popolazioni di queste zone montane era estremamente dura, segnata da povertà, isolamento e frequenti calamità naturali. Castiglioncello non fece eccezione, subendo nel corso della sua storia numerosi eventi traumatici. Negli anni Venti dell'Ottocento, dopo il congresso di Lubiana, alcune truppe dell'impero austro-ungarico dirette a Napoli per placare i moti rivoluzionari dei Carbonari si stanziarono per settimane nel borgo di Castiglioncello. Gli imperiali presidiarono e saccheggiarono l'abitato, occupando persino la chiesa locale e aggravando le già difficili condizioni di vita dei residenti.

Ma le sciagure non si limitavano alle vicende umane. Il 24 settembre del 1784, un violento temporale si abbatté su tutta la valle del Santerno. Erano circa le 16, poco dopo la conclusione della messa domenicale. Il cielo era talmente cupo che sembrava notte fonda. Un fulmine cadde sul campanile, fracassandolo completamente. La saetta penetrò in chiesa fino a raggiungere la sacrestia, attraversando due muri e bucando perfino l'armadio dei fiori. Infine, il fulmine colpì mortalmente la perpetua, che in quel momento stava portando dei vasi sull'altare.

Stefano Casini, nel suo "Dizionario di Firenzuola", riporta un vivido racconto dell'evento tratto da un documento dell'archivio parrocchiale, oggi probabilmente perduto: 

"Il 26 settembre alle ore 16 circa... venne un'oscurità di tempo che pareva notte e indi cadè un fulmine sopra il campanile che lo fracassò del tutto ed entrando in chiesa penetrando il muro... forò due buchi sull'altare, andando nell'armadio dei fiori, indi penetrò la muraglia sovra l'uscio dell'altare venendo a colpire la serva di anni 68 circa la quale andava a portar vasi sopra la mia camera piovendo nella medesima e colpita fu sull'ultimo gradino della scala, venne giù per la muraglia della cucina, vedendola co' miei propri occhi, restando tutto sbalordito, essendo a tavola e solo in casa...".

Dopo un tentativo iniziale di restauro, l'edificio fu abbandonato e la chiesa venne ricostruita all'interno del borgo, sostituendo quella che era l'antica cappella del castello. Questa è la chiesa che ancora oggi si può vedere, seppur in condizioni di grave deterioramento.

L'interno della chiesa ormai crollata 
Le calamità naturali avevano da sempre segnato la storia del piccolo abitato. Particolarmente devastante fu l'alluvione del 1777, quando una disastrosa piena del fiume Santerno si abbatté sulla zona con furia implacabile. La violenza delle acque provocò la rottura degli argini dei canali, spazzando via tutti i mulini dell'area. Il Mulino di Ferro, simbolo dell'operosità locale, venne completamente travolto dalla corrente impetuosa, scomparendo per sempre tra i flutti tumultuosi. La catastrofe fu amplificata quando, durante lo stesso evento, un modesto rio sfondò il poggio che sorgeva sotto l'abitato di Moraduccio. Questa breccia creò un nuovo corso d'acqua che, confluendo nel Santerno, ne alimentò ulteriormente la già devastante portata. La potenza distruttiva del fiume raggiunse così livelli senza precedenti, abbattendo ogni ponte che attraversava il suo percorso e isolando completamente le comunità che per secoli avevano vissuto sulle sue sponde.

Degli arredi della chiesa ottocentesca non abbiamo notizie, presumibilmente erano modesti data la povertà della zona. L'unico elemento di cui ci resta memoria è una campana che recava l'iscrizione: "UGULINUS TOSCOLI ME FECIT A. D. MCCCXXVII" (1327), successivamente trasferita negli anni '70 sul campanile della pieve di Cornacchiaia.

Il censimento del 1841 registrava a Castiglioncello 97 abitanti, distribuiti in 20 famiglie che occupavano 19 abitazioni. Queste persone conducevano una vita di stenti e sacrifici, tipica delle popolazioni montane dell'epoca, costrette a sopravvivere in un ambiente ostile e isolato. La popolazione era composta principalmente da coloni o piccoli proprietari terrieri che coltivavano con fatica appezzamenti di terra strappati alla montagna, in un territorio impervio e poco fertile. Le famiglie vivevano di un'agricoltura di sussistenza, integrando la loro alimentazione con quello che la natura circostante poteva offrire attraverso la caccia e la raccolta.

Una finestra in una delle case

L'unica eccezione a questa economia di pura sopravvivenza era rappresentata da Lorenzo Lelli, che esercitava il mestiere di fabbro. L'analfabetismo era diffuso: in tutto il borgo, solo Dionisio Marrani sapeva leggere e scrivere, testimonianza di una vita incentrata sui bisogni primari e lontana da qualsiasi forma di istruzione o sviluppo culturale. L'11 luglio 1861, la chiesa di Castiglioncello ricevette la visita pastorale dell'arcivescovo di Firenze Giovacchino Limberti. Il canonico Palagi ci ha lasciato questo suggestivo resoconto:

"Dopo pranzo per un magnifico stradale che costeggia le vette dei monti, e rasentando i più profondi dirupi, ci recammo a Castiglioncello, che ci annunziaron vicino i fragorosi colpi di gioia. Faticose furono l'Esequie del Campo Santo posto in un'alta e inaccessibile roccia, ma un vero spettacolo. La sera attraversate a cavallo le acque del Santerno venimmo a Ca' Maggiore, rallegrati da molti fuochi di gioia, che sebben lontani ci rischiaravano il cammino".

Nei dintorni del borgo sorgevano due oratori. Il primo, dedicato alla Madonna del Poggio, fu edificato da certo Paolo Masini in seguito al ritrovamento di un'immagine mariana durante dei lavori agricoli. Una iscrizione su pietra, oggi perduta, commemorava l'evento: "

Deo in Cristi parentis honorem Virginis a Podio nuncupatae valetudinis ergo a fundamentis erigendo inque ipsam ex abiecta et humili aedicula insignis patronae iconem evehendo ut decentium collocaretur festa ipsius certa die quotannis adsignata r. p. Paulus Masinius pia vota exsolvit perpetuum grati animi monumentum a. aerae v. MDCCXCVI"

Il secondo oratorio, di proprietà della famiglia Giannoni, era dedicato alla Crocifissione.

Data la sua posizione di confine con lo Stato Pontificio, Castiglioncello ospitò una dogana di terza classe, dipendente da quella di Piancaldoli. Con l'apertura della nuova strada per Imola, la dogana fu trasferita a Moraduccio e l'edificio venduto a privati. Il borgo fu definitivamente abbandonato nel 1962, anche a causa delle difficoltà di collegamento con la strada principale. Negli anni precedenti fu avviata la costruzione di un ponte sul Santerno, opera che però non venne mai completata.

La scala d'ingresso in una casa

Nel 1969, quando il paese era ancora in discrete condizioni, vi fu girato "Flashback", un film del regista Raffaele Andreassi. La pellicola racconta la storia di un soldato tedesco che, addormentatosi su un albero e abbandonato dal suo reparto, decide di rimanere in quel luogo, tra la natura e gli abitanti del paese, ripercorrendo i momenti significativi della sua vita.

Oggi Castiglioncello giace in rovina. Le strutture, esposte per decenni alle intemperie e all'incuria, mostrano i segni evidenti del degrado: muri crollati, tetti sfondati, vegetazione che si insinua tra le pietre. Nonostante alcuni limitati tentativi di ricostruzione, il borgo rimane in gran parte un testimone silenzioso del passaggio del tempo. Gli sforzi di preservazione, seppur lodevoli, non sono stati finora sufficienti a fermare l'inesorabile declino di questo insediamento storico.

Visitare Castiglioncello oggi significa confrontarsi con le tracce tangibili dell'abbandono, ma anche intraprendere un viaggio interiore tra le pieghe della memoria collettiva. Le rovine, nella loro fragile bellezza, ci ricordano la precarietà delle opere umane e, al contempo, la loro capacità di evocare storie e vite che, sebbene apparentemente lontane, continuano a risuonare in noi con sorprendente familiarità.

martedì 14 gennaio 2025

I silenzi di Brento Sànico

Il paese oggi, con la chiesa di San Biagio 

Brento Sànico è un borgo medievale abbandonato situato nel comune di Firenzuola, nell'Appennino tosco-romagnolo. Il nome Brento è di origine germanica e si riferisce al fatto che il paese è "ben protetto dalle intemperie del vento", mentre l'attributo Sànico indica quasi certamente la salubrità del luogo. Le sue origini risalgono al 1145, quando era un importante possedimento degli Ubaldini di Susinana, che vi tenevano un vicariato per la riscossione delle tasse e lo utilizzavano come centro amministrativo dei loro distretti.

Il paese, molto isolato, si trova a un'altitudine di circa 628 metri e sovrasta la Valle del Santerno. Era situato sull'unica strada che collegava la Romagna con la Toscana, il che gli conferiva un'importanza strategica notevole. Nonostante ciò, Brento Sànico rimase un borgo tipicamente rurale, con un'economia basata su pastorizia, allevamento, raccolta delle castagne e coltivazione di grano, granturco e ortaggi.

Croce di Sassi 

Ancora negli anni '30 del XX secolo, il borgo era noto per le sue feste, che attiravano molti giovani dai paesi vicini. Durante gli anni '40, la zona ospitava anche un'istituzione scolastica. Il comune di Firenzuola aveva infatti autorizzato l'utilizzo di una stanza in un'abitazione privata come aula, dopo averla fatta certificare da un esperto. Questa soluzione permetteva ai bambini di Brento e dei poderi vicini di studiare senza dover affrontare il lungo tragitto fino a valle. Tuttavia, con l'industrializzazione e la costruzione di moderne strade e autostrade nel periodo post-bellico, Brento Sànico perse la sua importanza strategica e fu progressivamente abbandonato. L'ultima famiglia lasciò il paese nel 1951, trasferendosi nella frazione di San Pellegrino.

Negli anni successivi, il borgo cadde in rovina: le case in pietra locale vennero invase dalla vegetazione, i tetti crollarono, i campi furono occupati dal bosco, e i muretti a secco dei terrazzamenti franarono. Rimase in piedi solo la chiesa di San Biagio, con il suo campanile a vela e le vivaci decorazioni interne ottocentesche, in particolare la cupola di un acceso colore azzurro e le pareti con tracce di pitture del XVI secolo, progressivamente sbiadite.

L'interno della chiesa di San Biagio 

Solo dopo il Duemila sono stati avviati progetti di recupero del borgo. Nel 2016, l'escursionista e scrittrice Anna Boschi, insieme al "prete muratore" don Antonio Samorì, già protagonista del recupero dell'eremo di Gamogna e delle chiese di Lozzole e Trebbana, ha visitato Brento Sànico e lanciato un'iniziativa per salvare prima la chiesa di San Biagio e poi l'intero paese. Con l'aiuto di volontari, sono stati effettuati interventi di pulizia e restauro, con l'obiettivo di ristrutturare le abitazioni e darle in comodato d'uso gratuito a chi desidera una vita più vicina alla natura e ai ritmi lenti di una volta.

L'abside romanica della chiesa 

Oggi Brento Sànico si erge come testimone silenzioso di un'epoca passata, dove il tempo sembra essersi fermato tra i suoi muri di pietra e i sentieri invasi dalla vegetazione. Il silenzio che avvolge il borgo non è più quello dell'abbandono, ma quello contemplativo di chi cerca un rifugio dalla frenesia della vita moderna. Le antiche pietre, testimoni di secoli di storia, attendono pazientemente di tornare ad accogliere nuovi abitanti, non più contadini o pastori, ma persone alla ricerca di un modo di vivere diverso.

Un mondo di boschi e silenzi 

In questo angolo appartato dell'Appennino, dove la natura ha ripreso i suoi spazi e il passato dialoga con il presente, Brento Sànico si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua storia millenaria. Il suo esempio potrebbe mostrarci come anche i luoghi dimenticati possano rinascere, non solo recuperando le proprie radici, ma anche indicando una via alternativa per il futuro che ci attende.

martedì 31 dicembre 2024

Monte Labbro, la montagna del Secondo Avvento

La croce sulla Torre del Monte Labbro, oggi

Il Caso, il Fato, il Destino

David Lazzaretti, noto anche come il "Santo dell'Amiata" o il "Profeta dell'Amiata", nacque ad Arcidosso, in Toscana, nel 1834. La sua vita seguì inizialmente un percorso comune - lavorava come barrocciaio (trasportatore di merci con carro) - fino a quando, intorno al 1868, ebbe quella che descrisse come un'esperienza mistica che cambiò radicalmente il suo percorso di vita.

Questa avvenne nella grotta di Sant'Angelo, sul Monte Labbro, una delle cime del massiccio dell'Amiata. Lazzaretti raccontò di aver avuto una visione in cui gli apparve un cavaliere misterioso che si presentò come "il principe delle eterne milizie". Durante questa visione, il cavaliere gli avrebbe impresso dei segni sulla fronte - secondo alcune versioni, si trattava di due "C" incrociate che stavano per "Cristo Crocifisso". Lazzaretti interpretò questi segni come un marchio divino che lo designava come nuovo profeta.

Prima di questa esperienza principale, Lazzaretti aveva già riferito di aver avuto altre visioni minori. Ma fu questo incontro mistico nella grotta che segnò definitivamente la sua trasformazione da semplice barrocciaio a predicatore religioso. Dopo quest'esperienza, iniziò a vestirsi con un saio rosso e a farsi crescere una lunga barba, assumendo un aspetto che ricordava quello dei profeti biblici, e iniziando a predicare raccolse attorno a sé un numero crescente di seguaci nella zona del Monte Amiata. Il suo messaggio mescolava elementi religiosi cristiani con idee sociali riformatrici e millenaristiche. Fondò una comunità religiosa chiamata "Chiesa Giurisdavidica" (dalla fusione del suo nome David con elementi religiosi), stabilendo una sorta di comunità utopica sul Monte Amiata. 

Vetta del monte Labbro con la Torre Giurisdavidica

Lazzaretti documentò questa esperienza in diversi scritti, tra cui "Il risveglio dei popoli", dove descrisse dettagliatamente la visione. Secondo questi scritti, il cavaliere misterioso gli avrebbe anche affidato una missione specifica: quella di riformare la Chiesa e preparare il mondo per una nuova era. La sua predicazione, che univa elementi religiosi a messaggi di rinnovamento sociale e giustizia per i poveri, attirava principalmente contadini e artigiani della zona. Tuttavia, le sue attività e il crescente seguito iniziarono ad attirare l'attenzione sia delle autorità ecclesiastiche che di quelle civili; e proprio l'aspetto sociale e cooperativo della comunità creata da Lazzaretti fu uno degli elementi che misero Lazzaretti in contrasto con le autorità dell'epoca. 

Sul Monte Labbro, Lazzaretti fondò una comunità che chiamò "Società delle Famiglie Cristiane", organizzata secondo principi che oggi potremmo definire proto-socialisti. La comunità si basava su un sistema di condivisione dei beni e del lavoro, dove i membri mettevano in comune risorse e profitti delle loro attività. Un elemento centrale della comunità era l'Istituto degli Eremiti Penitenzieri e Penitenti, dove si svolgevano attività sia spirituali che pratiche. Qui venne costruita una chiesa, ma anche strutture per l'istruzione e il lavoro comune. La comunità aveva creato un sistema di mutuo soccorso, dove i membri più abbienti aiutavano quelli più poveri, e tutti contribuivano secondo le proprie possibilità.

Particolarmente innovativo per l'epoca fu l'impegno nell'istruzione: Lazzaretti istituì scuole gratuite per i figli dei contadini, dove si insegnava non solo a leggere e scrivere ma anche nozioni di agricoltura e artigianato. Questo aspetto era rivoluzionario in un'Italia post-unitaria dove l'analfabetismo era ancora molto diffuso, specialmente nelle zone rurali. La comunità sviluppò anche forme di cooperazione economica avanzate per l'epoca: creò una cassa comune per aiutare i membri in difficoltà e stabilì un sistema di commercio basato su principi di equità.

Il monte Amiata dal monte Labbro

I prodotti agricoli e artigianali venivano scambiati secondo regole che miravano a garantire un giusto compenso per il lavoro, evitando le speculazioni dei mercanti. E proprio attraverso il sistema cooperativo, i membri della comunità riuscirono a migliorare sensibilmente le loro condizioni di vita ottenendo risultati economici significativi; il sistema di mutuo soccorso e la gestione collettiva delle risorse permise infatti di ridurre notevolmente l'indebitamento cronico dei contadini verso gli usurai locali, creando un sistema di prezzi più equi per i prodotti agricoli e migliorando le tecniche di coltivazione attraverso la condivisione delle conoscenze, in modo da garantire una maggiore stabilità economica alle famiglie attraverso il sostegno reciproco.

Questi elementi di organizzazione sociale alternativa, uniti al crescente seguito popolare di Lazzaretti, rappresentarono una sfida concreta all'ordine costituito. Le autorità vedevano nella comunità giurisdavidica non solo un problema religioso, ma soprattutto un pericoloso esempio di organizzazione sociale alternativa che poteva ispirare altre comunità contadine a ribellarsi contro il sistema esistente, scardinandolo dall'interno. La combinazione di messaggio religioso e pratica sociale cooperativa rendeva infatti il movimento di Lazzaretti particolarmente "pericoloso" agli occhi delle autorità, in quanto offriva non solo una visione alternativa, ma anche un modello concreto e funzionante di organizzazione sociale diversa da quella dominante, che dimostrava nei fatti - non solo in teoria - che i contadini potevano organizzarsi autonomamente e migliorare la propria condizione senza dipendere dal sistema padronale.

La grotta della Rivelazione, oggi
La prosperità della comunità attirava sempre più persone, non solo per motivi spirituali ma anche per ragioni pratiche ed economiche. Le classi dominanti locali vedevano eroso il loro potere economico e sociale: i contadini che aderivano alla comunità di Lazzaretti sfuggivano al loro controllo e dimostravano di poter vivere meglio senza dipendere da loro. Questo portò a crescenti pressioni sulle autorità per intervenire contro quella che veniva vista come una pericolosa sovversione.

Peraltro David Lazzaretti non si pose in diretta opposizione alle autorità, tanto che cercò più volte un dialogo sia con la Chiesa cattolica (arrivando a recarsi a Roma per ottenere l'approvazione del Papa) che con le autorità civili. La sua predicazione non era esplicitamente rivoluzionaria nel senso politico del termine. Piuttosto, annunciava una trasformazione sociale e spirituale che sarebbe dovuta avvenire attraverso un rinnovamento morale e religioso. 

Il suo messaggio mescolava elementi millenaristici (l'attesa di una nuova era) con riforme sociali concrete, ma sempre inquadrate in una visione religiosa. Tuttavia, negli ultimi anni della sua vita i suoi toni divennero più apocalittici e il suo messaggio più radicale. Cominciò a predicare l'avvento della "Repubblica di Dio", un concetto che univa elementi religiosi a ideali repubblicani. È significativo che nel suo ultimo giorno di vita, durante la processione che portò alla sua morte, portasse uno stendardo con la scritta "La Repubblica è il Regno di Dio".

Questo slittamento verso posizioni più esplicitamente politiche, anche se sempre inquadrate in una visione religiosa, contribuì probabilmente alla decisione delle autorità di intervenire con la forza. Tuttavia, è importante notare che Lazzaretti non predicò mai una rivoluzione violenta o un rovesciamento armato dell'ordine costituito. La sua visione era piuttosto quella di una trasformazione graduale della società attraverso l'esempio della sua comunità e la diffusione dei suoi ideali di giustizia sociale. Il fatto che venne comunque percepito come una minaccia tale da dover essere eliminato fisicamente dimostra quanto il suo modello alternativo di organizzazione sociale, più che la sua predicazione religiosa o politica, fosse considerato pericoloso dalle autorità dell'epoca.

La sua vicenda si concluse tragicamente il 18 agosto 1878, quando, durante una processione ad Arcidosso, fu colpito mortalmente dalle forze dell'ordine in circostanze che rimangono oggetto di dibattito storico. La sua morte diede origine a una leggenda popolare che continua in parte ancora oggi, e alcuni suoi seguaci continuarono a mantenere vivo il suo insegnamento per anni dopo la sua scomparsa.

Il Caso, il Fato, il Destino: tre forze che sembrano intrecciarsi nella tragica parabola di David Lazzaretti. Fu il Caso a far nascere un simile spirito riformatore nell'Italia post-unitaria, in un momento in cui il paese, ancora immerso in strutture sociali feudali e dominato da rigide gerarchie ecclesiastiche e politiche, non poteva comprendere né accettare il suo messaggio rivoluzionario di giustizia sociale e rinnovamento spirituale. Fu forse il Fato a guidare i suoi passi verso quella particolare sintesi di spiritualità e pragmatismo sociale che, in un altro contesto storico, avrebbe potuto fare di lui una figura simile a quella che, decenni dopo, sarebbe stato Gandhi in India - un leader capace di unire la dimensione spirituale alla lotta per la giustizia sociale e la dignità degli ultimi. E infine fu il Destino a decidere che la sua vita si concludesse tragicamente quel 18 agosto 1878, proprio quando il suo apostolato stava dimostrando, attraverso i successi concreti della comunità del Monte Labbro, che un'alternativa era possibile. Un destino che ci porta a riflettere su quanto la società italiana dell'epoca non fosse pronta per un messaggio che univa in modo così originale spiritualità e giustizia sociale, fede e cooperazione, misticismo e pragmatismo economico.

La sua figura rimane come testimonianza di una possibilità mancata, di una strada non percorsa nella storia italiana: quella di un rinnovamento che partisse dal basso, dalle comunità rurali, unendo la forza della fede alla concretezza dell'azione sociale. Un'eredità che forse, a distanza di quasi 150 anni, può ancora offrire spunti di riflessione per il nostro presente.

mercoledì 18 settembre 2024

Sul Matanna col pallone: un viaggio tra cielo e terra nelle Alpi Apuane

Cartolina celebrativa della Funicolare Aerostatica
"Un mare di monti percosso da una tremenda tempesta, la quale ne abbia sollevate le onde sino alle nubi e quindi le abbia pietrificate." 

Così Antonio Repetti, nel suo celebre Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, dipingeva le Alpi Apuane, regalandoci un'immagine tanto potente quanto indelebile. Questo mare di pietra, con le sue creste affilate come frangenti e le valli profonde come abissi, ha da sempre esercitato un fascino irresistibile su esploratori, scienziati e sognatori.

Monte Procinto

Fu in questo scenario romantico che, nell'alba del diciannovesimo secolo, l'alpinismo mosse i suoi primi, temerari passi nelle Apuane Meridionali. Pionieri come Giovan Battista Giorgini, che nel 1810 scalò il Monte Matanna, e il botanico Antonio Bertoloni, che esplorò il Monte Sagro nel 1817, furono tra i primi a sfidare queste vette. Ma fu l'ascensione del Monte Procinto - citato persino dall'Ariosto nell'Orlando Furioso come dimora del Sospetto - effettuata nel 1879 ad opera di Aristide Bruni e Felice Bontà, a segnare un punto di svolta. Questa scalata, su una delle cime più iconiche e intimidatorie delle Apuane, catalizzò l'attenzione degli alpinisti di tutta Europa, trasformando queste montagne da semplici giganti di pietra a vere e proprie arene per sfide verticali. L'eco di queste imprese risuonò infatti ben oltre i confini locali, attirando l'attenzione di esploratori, scienziati e, inevitabilmente, sognatori con lo sguardo rivolto al futuro.

Le Apuane dal Monte Serra

Così proprio qui, tra cime maestose, rupi selvagge e sentieri impervi, si dipanò una storia di pionierismo e ambizione tanto ardita quanto effimera che avrebbe lasciato un'impronta indelebile nel panorama del turismo apuano. La famiglia Barsi di Camaiore intuì il potenziale turistico di queste vette incontaminate e con l'audacia tipica dei visionari, non si limitò a sognare: agì. Il primo passo - verso il 1880 - fu l'apertura di un albergo alle Ferriere di Palagnana, detto anche Basso Matanna, nei pressi della Grotta all'Onda: un punto di partenza strategico a poco meno di 700 metri di altezza, per gli intrepidi esploratori che osavano sfidare le altezze apuane. Venne infatti pubblicizzato anche sulla Rivista Mensile del Club Alpino Italiano nel 1881, che così lo descriveva:

“Alle Ferriere di Palagnana, a un quarto d’ora dalla foce del Callare sorge, a 687 metri, l’Albergo Alpino del Matanna tenuto dalla famiglia Barsi, sulle sponde della Tùrrite Cava in un fresco vallone, frammezzo alle faggette e ai castagni. Vi si trova vitto, buon alloggio e prezzi modesti. Ci sono uffizio postale, stazione termo-pluviometrica e un teatrino. È codesto un importante centro di escursioni e una comoda fermata per chi voglia recarsi (10 ore di cammino) dai Bagni di Lucca a Viareggio o viceversa, attraverso una delle più attraenti regioni delle Alpi Apuane. L’albergo si trova a metà del percorso che si effettua risalendo dal Serchio l’intera valle della Tùrrite Cava pel paese delle Fabbriche e per quello di Campolemisi fino a Palagnana e alla foce del Callare, dove nasce la Tùrrite, indi pel nuovo sentiero all’Alpe della Grotta, a Stazzema e per Pontestazzemese a Pietrasanta e Viareggio. Il Barsi avrebbe delle buone idee, ma in quella come in molte altre parti delle Alpi Apuane, l’alpinista e il tourista si conoscono appena per averne sentito parlare. È a sperare che dalla gita che farà in autunno la Sezione di Firenze per inaugurare l’albergo e visitare la via ultimata del Callare, il signor Barsi possa trarre eccitamento a dare maggior sviluppo all’opera iniziata”

Spinti dal successo dell'iniziativa e da un'innegabile ambizione, i Barsi alzarono la posta in gioco, decidendo di realizzare verso il 1890 una seconda struttura al Piano d'Orsina proprio sotto la vetta del Monte Matanna, a oltre 1000 metri di quota. L'Albergo-Rifugio Alto Matanna sorse così come un nido d'aquila, offrendo ai suoi ospiti non solo comfort, ma una vista mozzafiato sulle Apuane Meridionali e la Versilia che avrebbe fatto invidia ai più blasonati resort alpini. L'albergo era aperto nella buona stagione da giugno a settembre ed era dotato di undici camere. Nel 1906 le camere aumentarono a 40. L’albergo era dotato di illuminazione e di telefono.

Il "mare di pietra" dal Callare del Matanna 

Le comunicazioni, però restavano il punto debole dei due alberghi: la zona era priva di strade carrozzabili ed i “signori turisti” e le loro dame, accompagnati dai loro pargoli ed in qualche caso dalla servitù, raggiungevano l’albergo per mezzo di cavalli o di muli, inerpicandosi per oltre 300 metri di dislivello con un innegabile sforzo che restringeva di molto la platea dei possibili soggiornanti.

Nel mondo, si dice, esistono due tipi di persone: quelle che di fronte alle difficoltà si arrendono, e quelle che invece rilanciano. I Barsi appartenevano indiscutibilmente alla seconda categoria. Dove altri avrebbero visto ostacoli insormontabili - la natura selvaggia, l'isolamento, le sfide logistiche - loro scorgevano opportunità. Ogni scalino conquistato sulla montagna dell'imprenditoria turistica non era per loro un punto d'arrivo, ma un trampolino di lancio verso nuove, vertiginose altezze. La loro filosofia sembrava essere: perché accontentarsi di scalare una montagna quando si può volare sopra di essa? Così Daniele Barsi, figlio di Alemanno, fondatore del "Basso Matanna" pensò che anziché portare i turisti sulla montagna con i muli, li avrebbe portati... in mongolfiera! Un colpo di genio.

Monte Nona e Pania della Croce

Fu così costituita una società anonima, con sede a Viareggio, dalla denominazione “Stazioni climatiche Viareggio, Camaiore, Alto Matanna” della quale fecero parte oltre ad Alemanno e a Daniele Barsi un gruppo di investitori toscani ed alcuni ingegneri milanesi che progettarono l’opera, che fu chiamata Funicolare Aerostatica Camaiore-Alto Matanna: un progetto che avrebbe catapultato le Alpi Apuane nell'olimpo delle destinazioni turistiche più esclusive. 

Immaginatevi: un pallone aerostatico di seta grigia, battezzato "Rosetta" in onore della moglie di Daniele Barsi, che si librava maestoso lungo un cavo metallico teso tra la stazione di partenza (presso la Grotta all’Onda) e quella d’arrivo (Colle della Prata o degli Asini), trasportando fino a sette fortunati passeggeri dalla Grotta all'Onda al Colle della Prata. Un viaggio di soli cinque minuti che prometteva di unire mare e montagna in un'esperienza da mille e una notte. Il viaggio in pallone era un lusso destinato solo ad un gruppo ristretto di persone che potevano permettersene il costo e anche, più semplicemente, potevano permettersi di fare una vacanza. I turisti dovevano raggiungere Casoli in auto e da qua raggiungere la stazione di partenza a piedi o a dorso di mulo e perfino in portantina. Alla stazione di arrivo trovavano poi una carrozza che li accompagnava all’albergo in pochissimi minuti.

Il 28 agosto 1910, il sogno divenne realtà. Il primo viaggio del "Pallone Frenato" fu un trionfo che fece eco su tutta la stampa nazionale. La Domenica del Corriere immortalò l'evento in una copertina che gridava al miracolo della tecnica. L'alta società europea, re compresi, si affrettò a prenotare un posto su questa meraviglia volante. Ma, come spesso accade ai sogni più audaci, la realtà si dimostrò più dura del previsto. Dopo soli quattro mesi di gloria, un uragano impietoso spazzò via la stazione di partenza e con essa le speranze dei Barsi. Il "Pallone Frenato" non si sarebbe più alzato in volo.

Monte Matanna

Eppure, nonostante la sua breve esistenza, la Funicolare Aerostatica ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del turismo apuano. Oggi, la Foce del Pallone e l'Albergo Alto Matanna rimangono testimoni silenziosi di quell'epoca dorata, mentre rare cartoline dell'impresa sono diventate preziosi cimeli per collezionisti.

In conclusione, la vicenda del "Pallone Frenato" ci ricorda che anche i sogni più effimeri possono lasciare un segno duraturo. Sebbene la sua storia sia stata breve, ha acceso l'immaginazione di generazioni di viaggiatori, ispirando un approccio innovativo al turismo di montagna. L'audacia dei Barsi ha trasformato le Alpi Apuane da remote vette a meta ambita, gettando le basi per un turismo che ancora oggi unisce l'adrenalina dell'avventura al fascino senza tempo della natura incontaminata. La loro visione, seppur fugace, continua a ispirare chi cerca di spingersi oltre i limiti convenzionali del viaggio, ricordandoci che talvolta, nel turismo come nella vita, è il viaggio stesso, non la destinazione, a lasciare l'impronta più profonda.

giovedì 4 maggio 2023

I boschi della Calvana

Chiesino di Cavagliano, 1989
In questa mia foto del 1989 il Chiesino di Cavagliano, da poco restaurato grazie al contributo della Cassa di Risparmio di Prato, era circondato da una bassa vegetazione di cespugli intervallata da prati e pascoli, testimone delle attività agricole, silvicole e pastorali portate avanti nei secoli precedenti e abbandonate a partire dagli anni Cinquanta del Novecento a causa del boom industriale della piana pratese.

Alla fine degli anni Ottanta del Novecento insediamenti antichissimi e oggi disabitati come Cavagliano, Parmigno, Valibona erano ancora sostanzialmente in piedi, al centro di una fitta rete di relazioni - strade, sentieri, muri, campi, edifici, fonti - intrecciate con il territorio in cui erano situati, in un contesto tutt'altro che naturale perché modellato da secoli di lavoro dell'uomo.

Cavagliano nel 1988
Chi come me ha percorso in quegli anni i sentieri della Calvana è stato come il tenente John Dunbar del film "Balla con i Lupi", quando chiede e ottiene dal maggiore Fambrough di essere mandato in un lontano avamposto per "poter vedere la Frontiera prima che scompaia". In questo caso, però, a scomparire non era una frontiera ma una intera civiltà, quella dei nostri avi agricoltori e allevatori.

La dorsale della Calvana dalla Retaia a Cantagrilli nel 1988
Il territorio che noi attraversavamo era indubbiamente una nostra Frontiera, vicina nello spazio ma lontanissima nel tempo: quella della Calvana "antica" che lentamente stava scomparendo per lasciare spazio alla Calvana rinaturalizzata di oggi, che sta perdendo quella quasi completa assenza di alberi che la contraddistingueva e che le dava il nome.

I boschi, da sempre ridotti ai minimi termini, sono da decenni alla riscossa: come una marea verde risalgono vittoriosamente le pendici per sommergere di foglie e rami anche il crinale un tempo fatto solo di pascoli, e quello che appariva come un carattere peculiare si rivela solo un elemento di un paesaggio creato dall'uomo, molto meno stabile di quanto faccia credere la memoria nostra e dei nostri avi.

La Calvana nel 1971 (foto Nicola Becheri)
Perché nei secoli la Calvana ha cambiato costantemente il suo aspetto. Ci sono prove dirette e indirette di una costante trasformazione del territorio fatta dall'uomo fin dai tempi più remoti: c'è stata in passato una Calvana più o meno agricola, più o meno selvaggia, a seconda delle epoche e delle circostanze: in alcuni momenti possiamo anche dire che c'è stata una Calvana in qualche modo alternativa e competitiva anche con la più ricca realtà agricola della piana, soggetta più della montagna all'imperversare della malaria e alle scorrerie degli armati.

Ma la Calvana che noi vagheggiamo oggi, quella brulla e pascolativa dei nostri nonni e bisnonni, con le croci sui poggi più alti, con le siepi di biancospino impenetrabile e i cipressi radi che fanno da sentinella ai prati, con i sassi di scabra alberese che escono dal terreno come se fossero le ossa della Terra, emerge compiutamente - direi quasi "nasce" - solo dopo le riforme lorenesi della seconda metà del Settecento.

I Lorena, infatti, realizzarono una forte liberalizzazione in tutti i settori dell'economia toscana, che usciva da due secoli di stagnazione medicea, con dei provvedimenti che seppure necessari ebbero spesso effetti dirompenti e a volte inaspettati. Attuarono l'abolizione delle servitù di pascolo e di tutti i monopoli e privative in economia; imposero la liberalizzazione del taglio dei boschisoppressero gli enti ecclesiastici e laicali espropriando le grandi proprietà fondiarie che possedevanoabolirono e alienarono i beni collettivi, portando alla perdita degli usi civici e alla diffusione della proprietà borghese.
Poggio Camerella nel 1993, foto Fabrizio Tempesti
Soprattutto la liberalizzazione dei tagli boschivi, approvata per legge nel 1780, condusse ad una vasta distruzione del patrimonio forestale che in meno di un secolo ridusse i boschi ai minimi termini sia per incrementare la produzione di carbone vegetale (ancora nel secondo dopoguerra il 25% della produzione italiana di carbone di legna veniva dalla Toscana) che per guadagnare nuovi territori all’agricoltura, sotto la spinta di un'eccezionale pressione demografica e in assenza di uno sviluppo industriale che potesse assorbire l’aumento di manodopera sul mercato del lavoro. 

I dati sono molto eloquenti: la popolazione toscana quasi raddoppiò nel giro di ottanta anni, passando da 1.303.044 abitanti nel 1810 a 2.317.004 nel 1889, mentre il numero dei poderi fra il 1830 e il 1854 passò da 12.000 a 15.000; fra il 1830 e il 1860 la superficie dei coltivi passò da 649.000 a 722.000 ettari, con un aumento che solo in parte può essere collegato alle variazioni post unitarie delle circoscrizioni territoriali. 

Con l’unità d’Italia le terre coltivate in Toscana aumentarono ulteriormente, crescendo da 722.000 a 1.285.000 ettari fra il 1860 e il 1910, mentre i boschi diminuiscono ancora, scendendo da 572.000 ettari nel 1842 a 471.000 nel 1938. Solo all'inizio degli anni Venti del XX° secolo lo Stato cercò di invertire la tendenza effettuando estese opere di riforestazione (a base prevalentemente di conifere) e di sistemazione idraulica, che dovevano proseguire fino all’ultimo dopoguerra.
La dorsale verso Prato nel 1990, foto Fabrizio Tempesti
Solo dopo la seconda guerra mondiale avviene un profondo cambiamento che si rivela decisivo. La progressiva riduzione della produzione di legna da ardere e soprattutto del carbone vegetale che viene quasi completamente abbandonato, porta all'allungamento dei turni del ceduo nella coltivazione forestale. Tutto ciò, insieme all’introduzione di nuove fonti energetiche che sostituiscono rapidamente i combustibili vegetali, fa cambiare volto alle foreste modificandone in pochi decenni densità, struttura e composizione.
Poggio Castiglioni in due ortofoto: nel 1954 (sopra) e nel 2021 (sotto).
Evidente la diversa copertura forestale
I boschi tornano a crescere, ad essere ovunque protagonisti. Si passa dai 471.000 ettari del 1938 agli 847.000 ettari del 1990, pari al 37% della superficie regionale, per poi impennarsi fino a 1.086.000 ettari nel 2000 e 1.201.000 nel 2021,  ormai più della metà (il 52%) del territorio regionale, e con una popolazione di 3.676.000 abitanti, quasi il triplo che del primo Ottocento.

Si è dunque creata una Toscana "verde" che non si era mai vista da molti secoli. Contemporaneamente, l'interruzione di molte pratiche di coltivazione tradizionali ha causato la progressiva perdita di un prezioso patrimonio culturale che rappresenta l'identità delle popolazioni locali e un elemento chiave per la salvaguardia di un assetto paesaggistico di cui la Calvana dei nostri nonni è parte integrante. Quest'ultima, pur con tutte le sue criticità, rappresenta una parte del nostro vissuto, un elemento fondamentale della nostra identità.

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