mercoledì 1 luglio 2026

L’impero d’acqua

Basilio II, immagine contemporanea di JF Oliveras  

Ci sono immagini che restano nella memoria per anni senza spiegare davvero perché siano rimaste, quasi depositate in un angolo della mente insieme a molte altre cose dell’infanzia, finché, molto tempo dopo, quando la vita ha dato loro un contesto nuovo, non cominciano lentamente a parlare.

Da qualche giorno penso a Basilio II, l’imperatore bizantino che regnò fra il X e l’XI secolo e sotto il quale l’Impero romano d’Oriente raggiunse uno dei suoi momenti di maggiore potenza. Non era più il mondo di Giustiniano, né quello di un Mediterraneo intero raccolto sotto una sola corona, perché molte cose erano cambiate, e in modo irreversibile, nei secoli trascorsi; ma era comunque un Impero vasto, ricco, temuto, amministrato con quella severità paziente e quasi ostinata che spesso appartiene alle civiltà consapevoli di avere già attraversato più di una volta il rischio della fine.

Bisanzio, intorno all’anno Mille, doveva apparire come un luogo incredibile, e forse persino un poco impossibile, anche per i contemporanei. Mentre Roma era caduta da secoli e l’Occidente si era trasformato in un mosaico di regni, signorie, popoli, chiese e rovine, sulle rive del Bosforo un imperatore continuava a sedere in un palazzo romano, a emanare leggi romane, a ricevere ambasciatori come sovrano dei Romani. I suoi sudditi, del resto, non si chiamavano bizantini, termine che sarebbe stato inventato molto più tardi dagli storici per distinguere e ordinare ciò che la storia aveva reso troppo complesso: si chiamavano Romaioi, Romani.

Non era, credo, una semplice ostinazione archeologica, né il vezzo un po’ solenne di una corte incapace di accettare il mutamento. Roma, per loro, non coincideva più soltanto con una città sul Tevere, né con la memoria di un impero scomparso; era un ordine politico, religioso, giuridico e mentale che continuava a esistere, perché qualcuno continuava a viverlo, a riconoscerlo, a trasmetterlo.

Forse è proprio questo che rende Bisanzio così affascinante: il fatto che avesse trasformato la continuità in una forma d’arte. Guerre, sconfitte, invasioni, crisi dinastiche e rovesci di fortuna non smettevano certo di esistere, perché nessun impero può sottrarsi davvero al movimento della storia; e tuttavia tutto sembrava venire assorbito dentro forme antiche, dentro titoli, cerimonie, archivi, leggi, liturgie e genealogie che consentivano al presente di non percepirsi come una semplice frattura rispetto al passato.

Mi piace pensare che, sotto Basilio II, il Tempo dovesse sembrare quasi un drago addomesticato. Non innocuo, naturalmente, e nemmeno sconfitto o ridotto a una creatura docile; ma in qualche modo costretto a passare per le porte del palazzo, a rispettare almeno in parte i confini, a piegarsi alle regole di un mondo che si ostinava a riconoscersi nella propria durata.

Naturalmente non mi paragono a Basilio II. Non possiedo un esercito, non ho guardie variaghe alle porte del mio palazzo e, per quanto alcune questioni familiari sappiano talvolta essere bizantine nel senso meno lusinghiero del termine, non governo da una sala rivestita di porfido.

Eppure quella figura mi tocca da vicino.

Da bambino mi divertivo con le cartine geografiche. Le guardavo, le coloravo, immaginavo imperi, confini, alleanze e conquiste, lasciando che territori reali si trasformassero in un dominio immaginario che si estendeva, si contraeva, cambiava forma secondo una geopolitica che probabilmente non avrebbe retto cinque minuti davanti a un diplomatico serio, ma che per me possedeva una logica impeccabile.

D’estate, però, quel gioco cambiava forma.

Dietro casa c’era un marciapiede in cotto, e io lo bagnavo con l’acqua, immaginando che il mio impero fosse la parte umida, più scura e leggermente lucida sotto il sole, mentre il resto, il cotto asciutto, rappresentava i territori avversari. Poi arrivava la calura, e l’acqua cominciava a evaporare; i confini si ritiravano, le province conquistate si asciugavano una dopo l’altra, e io dovevo tornare con l’acqua per riconquistare, ridisegnare e difendere. Non c’era, in realtà, un nemico in carne e ossa, né un generale rivale, né una cavalleria pronta a comparire oltre il confine. Il nemico era il sole, o forse, più precisamente, il tempo.

Per molti anni ho considerato quel ricordo soltanto uno dei giochi un po’ strani e innocenti dell’infanzia, una delle tante bizzarrie di chi cresce leggendo troppo presto di battaglie, imperi e confini colorati sulle carte. Ora, invece, mi sembra che quella scena contenga una piccola allegoria, forse persino troppo precisa per essere del tutto casuale.

Un ordine, una volta creato, non resta necessariamente in piedi da solo. Può conservarsi per un tratto, può sembrare stabile, può perfino dare l’impressione di essere ormai acquisito; ma tende, col passare del tempo, ad allentarsi, a perdere forma, a lasciarsi erodere dalla stanchezza, dalle distrazioni, dagli imprevisti e da quella naturale inclinazione delle cose a non restare identiche a se stesse.

Non basta avere conquistato qualcosa, né averla ricevuta in eredità, né sapere che un giorno è stata solida. Bisogna tornarci sopra, occuparsene, correggere ciò che si allenta, mettere ordine dove le cose tendono a confondersi. Bisogna, in un certo senso, bagnare di nuovo il cotto.

Forse è questo che, a livello familiare, mi fa sentire vicino a Basilio II. Non nel senso grottesco di immaginarmi imperatore di qualcosa, ci mancherebbe, ma in quello più concreto di chi eredita una tradizione, un patrimonio di cose materiali e immateriali, una certa idea di responsabilità, e cerca di portarla al limite massimo delle proprie possibilità. Non soltanto case, beni, documenti e conti, ma anche memorie, storie, nomi, legami, e forse soprattutto il senso di ciò che è stato fatto prima di noi e di ciò che, pur senza poter essere conservato tutto, merita ancora di essere custodito.

La difficoltà è che nulla di tutto questo si trasmette automaticamente. Si possono lasciare immobili, denaro, fotografie, carte ordinate, persino istruzioni dettagliate; ma non si può lasciare in eredità, almeno non con certezza, la stessa attenzione, la stessa urgenza, la medesima inquietudine davanti a una crepa che si allarga o a un ricordo che rischia di andare perso. Forse è giusto che sia così. I figli non sono successori designati in un palazzo imperiale, e hanno il diritto di avere un’altra idea della vita, un altro rapporto con le cose, perfino un’altra geografia interiore. Nessuno dovrebbe essere condannato a custodire per sempre l’impero di qualcun altro, soprattutto se quell’impero è diventato una gabbia invece che una possibilità.

E tuttavia, per chi si trova a tenere in mano il tubo dell’acqua, una certa malinconia rimane. Perché arriva un momento in cui ci si accorge che il Tempo non è più soltanto il sole che asciuga lentamente il marciapiede mentre noi giochiamo. Arriva un’età in cui il Tempo ci porta nelle prime linee, mettendoci davanti ciò che si consuma, ciò che cambia, ciò che non può essere rimandato, e costringendoci a capire che non siamo più soltanto abitanti dell’Impero, ma coloro ai quali tocca, almeno per un tratto, difenderne i confini.

Forse la saggezza non consiste nel credere che tutto possa sopravvivere identico a se stesso, perché quella sarebbe soltanto una forma elegante di follia. Forse consiste piuttosto nel capire, ogni volta, che cosa meriti ancora di essere bagnato. Non tutto, non necessariamente, non per sempre. Ma ciò che contiene una storia, un affetto, una possibilità di futuro; ciò che, senza quel gesto, si asciugherebbe troppo presto.

E allora, in certe giornate, mi torna in mente quel bambino chino sul cotto, impegnato a difendere il suo impero d’acqua contro il sole. Forse non sapeva ancora che avrebbe passato una parte della vita a fare qualcosa di molto simile.