martedì 28 luglio 2026

La crepa luminosa del mondo

La statua di San Michele 

Nell'abbazia di San Michele, affacciata sui laghi di Monticchio, l'arcangelo appare con tutta la teatralità che la tradizione gli ha consegnato: la corona, le grandi ali spiegate, la corazza dorata, il mantello rosso. In una mano stringe la spada, nell'altra una piccola bilancia. Sotto i piedi, schiacciato contro la roccia, si contorce il drago.

La statua è colorata, quasi domestica nella sua collocazione tra le tende rosse, una finestra troppo luminosa e la fiammella artificiale di un lumino. Ha il pathos un po' impacciato dei santi di provincia, e tuttavia racconta qualcosa di smisurato. Non soltanto la vittoria del bene sul male, ma l'irruzione di un ordine diverso dentro il nostro.

Il drago è in basso, aderente alla terra: scuro, pesante, informe. Michele è verticale, e non sembra appartenere alla materia su cui poggia. Vi è disceso. La spada spezza, la bilancia distingue, le ali dichiarano che esiste un altrove.

Guardando questa immagine ho pensato che l'arcangelo potesse essere qualcosa di più del comandante delle schiere celesti. Forse proprio una crepa luminosa nella parete del mondo.

La sua storia viene da lontano, e non da un solo luogo. Affiora nel giudaismo del Secondo Tempio, quando gli antichi messaggeri anonimi di Dio cominciano ad acquistare un nome, una personalità, una funzione. Nel Libro di Daniele, redatto nella sua forma definitiva intorno al II secolo avanti Cristo, Michele compare con particolare evidenza: è uno dei grandi "prìncipi" del cielo, il difensore d'Israele.

La grotta di San Michele all'interno dell'Abbazia

Alle spalle di questa trasformazione c'è il lungo incontro del mondo ebraico con le culture babilonese, persiana ed ellenistica. Sarebbe troppo comodo dire che gli arcangeli siano nati in Persia: le religioni raramente rispettano genealogie così pulite. Ma in quell'Oriente attraversato da imperi, migrazioni e rivelazioni si consolida l'idea di un universo popolato da potenze invisibili, ordinate per gradi e funzioni, impegnate in un conflitto che eccede la storia degli uomini.

Michele attraversa così l'ebraismo e arriva al cristianesimo. Nell'Apocalisse combatte il drago e lo precipita dal cielo; nei secoli diventa guerriero, protettore, guaritore, custode dei santuari, accompagnatore delle anime. La sua figura percorre il Mediterraneo, raggiunge il Gargano, viene adottata dai Longobardi, si diffonde lungo montagne, grotte, luoghi di confine.

Non è casuale che tanti santuari micaelici sorgano in alto o dentro la roccia. Michele abita le soglie: cielo e terra, luce e buio, corpo e spirito, vita e morte. Non appartiene del tutto a nessuno dei due lati. Li tiene in comunicazione.

L'abbazia vista dal Lago Superiore di Monticchio 

A Monticchio tutto questo sembra naturale. L'abbazia è incastonata nella parete del monte, sospesa sopra due laghi nati nel cratere di un vulcano spento. Acqua, bosco, roccia e profondità della terra si incontrano in un paesaggio che ha già qualcosa di enigmatico. Il santuario non occupa quel luogo: si inserisce nella sua frattura.

Ma quale mondo separa — o unisce — l'arcangelo?

Il cristianesimo risponde che la creazione è buona, benché ferita. Michele non viene a liberarci dalla materia, ma dal male che la corrompe. Il drago non è il mondo: è ciò che tenta di deformarlo, di possederlo, di convincerci che violenza, paura e morte abbiano l'ultima parola.

Esiste però un'altra lettura, più inquieta, nata nelle correnti gnostiche dei primi secoli.

Secondo molti sistemi gnostici, al di sopra del nostro universo si trova il Pleroma, la pienezza della realtà divina. Il Dio supremo, l'Uno inconoscibile, non crea direttamente il mondo materiale: da lui procedono gli eoni, emanazioni della sua luce. Tra questi c'è Sophia, la Sapienza. Da una sua frattura, data da un errore, un desiderio incompleto, nasce il Demiurgo: un creatore inferiore che, ignorando la realtà superiore, modella il nostro universo e si crede l'unico dio.

La chiesa vista dall'interno della Grotta di San Michele

Il mondo diventa allora una copia imperfetta, una stanza chiusa, governata da potenze che vogliono impedire all'uomo di ricordare la propria origine. Eppure dentro alcuni esseri umani resta imprigionata una scintilla che viene dal Pleroma.

La salvezza, qui, non è comportarsi bene o obbedire a una legge. È la gnosi: una conoscenza che trasforma chi la riceve. Salvarsi significa ricordare chi siamo, capire che non apparteniamo del tutto a questo mondo, e attraversare le barriere che ci separano dall'origine.

Vista con questa lente, la figura dell'arcangelo cambia del tutto. Non è più un funzionario della corte divina, ma un emissario della Pienezza: una potenza luminosa che attraversa i livelli della realtà per raggiungere la scintilla imprigionata nell'uomo. Scende nel mondo inferiore, porta un frammento di conoscenza, indica la via del ritorno.

La spada non serve solo a uccidere il drago: recide l'inganno che tiene l'uomo legato alla sua prigione. La bilancia non pesa solo le azioni di una vita: distingue ciò che in noi appartiene alla terra da ciò che conserva memoria del cielo. Le ali non sono un ornamento: sono la prova che le mura non sono invalicabili.

I laghi visti dall'abbazia 

Non sto dicendo che la statua di Monticchio sia un'immagine gnostica: appartiene in pieno alla tradizione cristiana e a una devozione costruita in secoli. Ma le immagini religiose sono più antiche e più profonde delle interpretazioni che pretendono di chiuderle dentro una sola. Continuano a generare significati, a volte contraddittori, perché nascono dalle stesse domande di sempre: perché il mondo contiene il dolore, perché ci sentiamo stranieri dentro la nostra stessa vita, se esista qualcosa oltre ciò che vediamo — e se qualcuno possa attraversare la distanza che ci separa da quell'altrove.

Michele sembra rispondere di sì. Non spiega che cosa ci sia oltre la parete, non consegna una mappa del Pleroma né la certezza di una fuga. Compare e basta, luminoso e armato, tenendo sotto i piedi la creatura che pretendeva di essere padrona dell'intero orizzonte.

Il drago è forse proprio questo: la voce che ripete che la realtà materiale, con le sue paure, le sue necessità, la sua morte, sia tutto ciò che esiste. Michele non distrugge il mondo; ne incrina la pretesa di essere assoluto.

E proprio da questa incrinatura entra la luce.

E forse la vera sapienza — Sophia — non è conoscere ogni cosa, ma accorgersi della crepa. Riconoscere che perfino nella stanza più chiusa, tra le tende rosse e la fiammella di un lumino, filtra un chiarore che viene da un luogo che ancora non vediamo.

venerdì 24 luglio 2026

Oltre il confine della notte

Il candelabro di Ruvo 

La notte non restituisce ciò che prende.

È una delle paure più antiche, avvertita molto prima che qualcuno riuscisse a darle un nome: vedere una persona allontanarsi nel buio, perdere il contorno del suo volto, tendere una mano senza trovare più nulla. La morte, in fondo, comincia proprio così, come una distanza che improvvisamente non sappiamo attraversare. Gli antichi, però, popolavano quella distanza di figure. Dove noi vediamo un limite, loro immaginavano un viaggio; dove noi troviamo il silenzio, collocavano dèi capaci di scendere nel buio e, qualche volta, di strappargli ciò che sembrava ormai perduto.

Nel Museo Archeologico Nazionale del Melfese, sulla sommità di un candelabro di bronzo, una piccola scena racconta proprio questo. Una donna alata tiene tra le braccia un giovane. Lei è eretta, salda, le grandi ali aperte ai lati del corpo; lui è quasi nudo, abbandonato nella sua presa, con le gambe sospese e il volto rivolto verso di lei. Non sappiamo se dorma, se abbia smesso di resistere o se sia già entrato in quella condizione misteriosa nella quale il corpo rimane presente mentre qualcosa, dentro, sembra essersi allontanato.

La donna è Thesan, la dea etrusca dell'Aurora: non una parente di Eos, ma la stessa figura pensata in un'altra lingua religiosa, quella che Omero chiamava «dalle rosee dita» perché ogni mattina sembrava dischiudere il cielo sfiorandolo con la prima luce.

Il giovane potrebbe essere Kephalos, il bellissimo cacciatore ateniese del quale la dea si innamorò e che rapì per portarlo con sé. Altri hanno pensato a Tithonos, l'amato troiano per il quale Eos ottenne da Zeus l'immortalità dimenticando però di chiedere anche l'eterna giovinezza: l'uomo sottratto alla morte e proprio per questo condannato a invecchiare senza fine, a rimpicciolirsi, a ridursi infine a una voce chiusa in una stanza. L'identificazione non è certa, e forse il nome conta meno del gesto: ma se il giovane è lui, il mito dice qualcosa di più duro di un rapimento amoroso. Dice che ogni salvezza si paga, e che chi viene strappato al buio non torna mai davvero indietro.

È questa ambiguità a rendere la piccola composizione tanto commovente. Thesan non si limita ad abbracciare il giovane: lo porta via. Il suo gesto è protettivo e violento nello stesso tempo, perché ogni salvezza implica una sottrazione e ogni partenza lascia qualcuno dalla parte opposta. Lei lo stringe come si stringe ciò che si teme di perdere, ma proprio mentre lo salva dal buio lo separa dal mondo al quale apparteneva. Non c'è soltanto il desiderio di possedere l'amato: c'è quello, più disperato, di impedirgli di scomparire.

La dea dell'Aurora arriva ogni mattina quando la notte sembra ancora padrona del cielo. Le sue dita rosate toccano l'orizzonte, aprono una fenditura nel buio e annunciano che ciò che appariva concluso può ricominciare. Nel mito raffigurato sul candelabro, però, Thesan non si accontenta di vincere le tenebre: entra nel loro dominio e ne strappa un uomo.

Lo prende fra le braccia prima che la notte possa trattenerlo.

Il candelabro proviene dalla necropoli di Sant'Antonio a Ruvo del Monte, nel territorio del Vulture, dove fu deposto alla fine del V secolo a.C. nella tomba di una donna appartenente a un gruppo aristocratico. Era un oggetto prezioso, probabilmente prodotto in ambiente etrusco e arrivato nell'Italia meridionale attraverso una rete di commerci e relazioni assai più ampia di quanto la geografia interna di questi luoghi potrebbe farci immaginare. Gli oggetti, allora, viaggiavano insieme ai miti. Attraversavano montagne, coste e città, portando con sé immagini che potevano essere riconosciute, trasformate e adattate a nuove sensibilità. Un candelabro non serviva soltanto a illuminare una sala: dichiarava ricchezza, evocava il banchetto aristocratico e costruiva, intorno alla luce, un piccolo teatro di figure e significati.

Ma quando fu deposto in una tomba, il gesto di Thesan mutò di segno. Ciò che durante un banchetto poteva raccontare il desiderio di una dea per un giovane mortale, nel silenzio della sepoltura diventava un'immagine del distacco. Il corpo abbandonato dell'amato ricordava quello della defunta; le ali, prima strumenti del rapimento, diventavano promessa di passaggio; l'Aurora non era più soltanto colei che desiderava, ma colei che veniva a prendere.

Nella vicina sepoltura maschile, appartenente allo stesso complesso funerario noto come "tomba degli sposi", anche un cratere mostrava una donna alata e un giovane cacciatore. È difficile pensare che la ripetizione fosse casuale. Chi scelse quei corredi riconosceva nel mito qualcosa che andava oltre la storia degli dèi: una possibilità di dare forma a ciò che nessuno riesce davvero ad accettare, e cioè che una persona amata possa esistere e, poco dopo, non essere più raggiungibile.

Noi - più di duemilacinquecento anni dopo - continuiamo a provare la stessa angoscia. Possiamo cambiare le parole, affidare la morte alla medicina, alla filosofia o alla fede, ma la domanda resta intatta, e resta senza risposta. Gli antichi rispondevano creando immagini; non perché sapessero più di noi, ma perché conoscevano la necessità di opporre una figura al nulla. Davanti all'idea della scomparsa immaginavano una dea alata; davanti al corpo che si abbandona, ponevano due braccia capaci di sostenerlo.

È qui che il candelabro di Ruvo del Monte rivela la sua invenzione più sottile. È un oggetto destinato a portare luce e, sulla sua sommità, raffigura la dea che ogni mattina porta la luce nel mondo. Quando le fiamme ardevano sui suoi bracci, il bronzo doveva accendersi di riflessi mobili: le ali di Thesan emergevano dall'ombra, il volto del giovane tornava visibile, il mito si compiva di nuovo davanti agli occhi di chi assisteva.

Nella tomba, invece, quelle fiamme erano spente. Restava soltanto la loro promessa. Forse il candelabro venne deposto proprio perché potesse continuare a illuminare una strada che i vivi non erano in grado di percorrere; forse Thesan doveva accompagnare la defunta, sottraendola alla notte come aveva sottratto il proprio amato. Oppure la scena serviva a chi rimaneva, e offriva l'immagine di un'ultima cura: nessuno viene lasciato cadere, nessuno attraversa da solo il confine.

Guardando oggi quel piccolo bronzo non possiamo sapere quale pensiero preciso accompagnasse chi lo depose nella terra venticinque secoli fa. Possiamo però riconoscere l'emozione che lo attraversa, perché è ancora nostra: il desiderio impossibile di raggiungere chi abbiamo perduto, di scendere nel buio, prenderlo fra le braccia e riportarlo verso la luce.

Thesan compie per noi quel gesto. Entra nella notte, si china sul corpo dell'amato e lo solleva. Non sappiamo se lo stia rapendo alla vita o salvando dalla morte: nel linguaggio del mito le due cose coincidono. Sappiamo soltanto che non lo lascia. La notte tende le sue grinfie, ma l'Aurora arriva prima e lo stringe a sé; apre le ali e lo conduce altrove.

Oltre il confine della notte.

domenica 19 luglio 2026

Un voto per Hera Lacinia

Il mare a Capo Colonna, otto giorni fa 

Otto giorni fa ero a Capo Colonna, con il sole già alto e le cicale che coprivano quasi ogni altro rumore. Ho girato a lungo per l'area archeologica sotto un caldo implacabile, tra i resti del tempio di Hera e gli immancabili lavori di adeguamento: transenne metalliche, passerelle, qualche cartello sbiadito, che ormai sembrano far parte dell'arredo fisso di ogni sito archeologico italiano.

A un certo punto mi sono fermato a guardare il mare. Era così immobile, azzurro e luminoso che sembrava non appartenere a un giorno preciso: tantomeno a quello che stavo vivendo io, con le infradito piene di polvere e la voglia di un'ombra che mi sottraesse a quel sole spietato. Sotto il promontorio l'erba secca punteggiata dalle ferule scendeva verso la costa, e oltre la linea della terra non c'era nulla: niente navi, niente case, quasi nessun segno capace di riportarmi al presente. Mi sono fermato più del necessario, pensando che quel mare in fondo era lo stesso di duemilasettecento anni fa: diverso nelle rotte e nei nomi, ma identico nel modo di occupare l'orizzonte, promettendo approdi e nascondendo pericoli.

L'unica colonna rimasta del Tempio di Hera Lacinia  

Poi, quasi per caso, girovagando ancora tra i resti, le transenne e le recinzioni provvisorie, mi sono trovato davanti all'ingresso del museo. Sembrava abbandonato: nessuno all'esterno, nessun segnale che invitasse a entrare; e invece era aperto, e dentro fresco e molto più ordinato e curato di quanto il fuori lasciasse immaginare.

Tra ceramiche, bronzi e frammenti di mondi scomparsi, sono arrivato davanti alle offerte deposte nel santuario di Hera Lacinia. E tra queste, una teca piccola, quasi anonima in mezzo alle altre, conteneva la navicella.

La navicella nuragica 

Una navicella nuragica di bronzo, arrivata dalla Sardegna nel VII secolo avanti Cristo. Lo scafo, lungo e aperto, portava ancora sulle murate due minuscoli carri trainati da buoi, un paesaggio terrestre imbarcato su una nave, un frammento d'isola affidato al mare.

Sono rimasto lì più a lungo del necessario. E in quel momento il reperto ha smesso di essere solo un oggetto dietro un vetro. Ho iniziato a immaginare un uomo. Non sappiamo chi abbia deposto quella navicella nel santuario. Poteva essere un sardo, ma anche un navigatore greco, un mercante etrusco, o qualcuno che l'aveva ricevuta attraverso una lunga catena di scambi: gli oggetti, allora, viaggiavano quasi quanto gli uomini, passando di mano in mano e caricandosi ogni volta di significati nuovi.

Eppure, davanti a quella teca, mi è piaciuto immaginare che quest'uomo venisse davvero dalla Sardegna. Che fosse un mercante o un marinaio. Uno che aveva lasciato un approdo dell'isola con un carico di metallo, pelli, legname; merci dirette ai porti del Mediterraneo. La navicella non era necessariamente pensata come offerta: poteva essere un oggetto di prestigio, un simbolo di famiglia, qualcosa che gli ricordava da dove veniva.

E poi il mare era cambiato: il vento aveva piegato la vela, le onde erano entrate nello scafo, le correnti trascinavano la nave verso lo Stretto, dove i Greci avevano trasformato la paura dei naviganti nei corpi mostruosi di Scilla e Cariddi. In quel momento, con la distanza tra la vita e la morte ridotta al legno di un fasciame, quell'uomo aveva fatto quello che gli uomini fanno quando non resta più nulla da governare: aveva promesso qualcosa a una divinità. "Se sopravvivo", avrà pensato, "ti do la cosa più preziosa che ho". Non una moneta, non parte del carico, ma quella piccola nave con i carri e i buoi della sua terra sulle murate: una nave dentro la nave, come se il bronzo potesse contenere e proteggere quella vera.

La tempesta, naturalmente, me la sono inventata io, lì davanti alla teca. L'archeologia non può dirci se sia successa davvero, né se la navicella sia arrivata a Capo Lacinio dopo un naufragio evitato, una traversata fortunata, o molti passaggi di mano. Può dirci solo che quell'oggetto nuragico è arrivato fin qui ed è stato custodito tra le offerte del santuario. E onestamente, mi basta questo per trovarlo straordinario.

Il promontorio era uno dei punti di riferimento delle rotte ioniche. Chi navigava lungo quelle coste vedeva il santuario da lontano, alto sul mare, e sapeva che Hera non era solo la dea del matrimonio, ma anche una presenza capace di proteggere il viaggio, l'approdo, il ritorno. Forse quell'uomo, dopo aver passato lo Stretto, vide emergere il promontorio davanti a sé. Forse scese a terra, salì fino al santuario, e depose la navicella tra le altre offerte, mantenendo il voto fatto quando il mare sembrava sul punto di inghiottirlo.

Poi ripartì; ma la navicella rimase.

Restò nel tesoro della dea mentre gli uomini cambiavano lingua, mentre le città venivano conquistate e abbandonate, mentre il tempio perdeva colonne e il santuario scompariva lentamente sotto terra. Ed è arrivata fino a otto giorni fa, fino a me, come piccola prova di quanto il Mediterraneo antico fosse più vasto e insieme più vicino di quanto tendiamo a immaginare.

Pensiamo alle civiltà antiche come a mondi separati: i Nuragici in Sardegna, i Greci nelle colonie, gli Etruschi sulle coste tirreniche. Ma il mare li metteva continuamente in contatto: trasportava merci, tecniche, racconti, divinità, persone. Una navicella sarda poteva finire nel santuario di una dea greca in Calabria senza che questo sembrasse strano a chi la vedeva. Anzi: forse proprio perché veniva da lontano, quell'offerta aveva un valore ancora maggiore.

Quando sono uscito dal museo, il caldo era lo stesso, il mare era ancora lì. Lo stesso azzurro assoluto di poco prima. Ma non era più vuoto. Riuscivo quasi a vedere una nave che avanzava da occidente, dopo aver superato le correnti dello Stretto. A bordo, un uomo teneva tra le mani una piccola navicella di bronzo, sapendo che presto se ne sarebbe dovuto separare.

Non sapremo mai se sia andata davvero così. Ma otto giorni dopo, quella navicella continua a ricordarmi una cosa che tendiamo a dimenticare: per gli uomini nuragici il mare non era un confine. Era una strada. E forse dovremmo tornare a guardarlo così anche noi.

mercoledì 1 luglio 2026

L’impero d’acqua

Basilio II, immagine contemporanea di JF Oliveras  

Ci sono immagini che restano nella memoria per anni senza spiegare davvero perché siano rimaste, quasi depositate in un angolo della mente insieme a molte altre cose dell’infanzia, finché, molto tempo dopo, quando la vita ha dato loro un contesto nuovo, non cominciano lentamente a parlare.

Da qualche giorno penso a Basilio II, l’imperatore bizantino che regnò fra il X e l’XI secolo e sotto il quale l’Impero romano d’Oriente raggiunse uno dei suoi momenti di maggiore potenza. Non era più il mondo di Giustiniano, né quello di un Mediterraneo intero raccolto sotto una sola corona, perché molte cose erano cambiate, e in modo irreversibile, nei secoli trascorsi; ma era comunque un Impero vasto, ricco, temuto, amministrato con quella severità paziente e quasi ostinata che spesso appartiene alle civiltà consapevoli di avere già attraversato più di una volta il rischio della fine.

Bisanzio, intorno all’anno Mille, doveva apparire come un luogo incredibile, e forse persino un poco impossibile, anche per i contemporanei. Mentre Roma era caduta da secoli e l’Occidente si era trasformato in un mosaico di regni, signorie, popoli, chiese e rovine, sulle rive del Bosforo un imperatore continuava a sedere in un palazzo romano, a emanare leggi romane, a ricevere ambasciatori come sovrano dei Romani. I suoi sudditi, del resto, non si chiamavano bizantini, termine che sarebbe stato inventato molto più tardi dagli storici per distinguere e ordinare ciò che la storia aveva reso troppo complesso: si chiamavano Romaioi, Romani.

Non era, credo, una semplice ostinazione archeologica, né il vezzo un po’ solenne di una corte incapace di accettare il mutamento. Roma, per loro, non coincideva più soltanto con una città sul Tevere, né con la memoria di un impero scomparso; era un ordine politico, religioso, giuridico e mentale che continuava a esistere, perché qualcuno continuava a viverlo, a riconoscerlo, a trasmetterlo.

Forse è proprio questo che rende Bisanzio così affascinante: il fatto che avesse trasformato la continuità in una forma d’arte. Guerre, sconfitte, invasioni, crisi dinastiche e rovesci di fortuna non smettevano certo di esistere, perché nessun impero può sottrarsi davvero al movimento della storia; e tuttavia tutto sembrava venire assorbito dentro forme antiche, dentro titoli, cerimonie, archivi, leggi, liturgie e genealogie che consentivano al presente di non percepirsi come una semplice frattura rispetto al passato.

Mi piace pensare che, sotto Basilio II, il Tempo dovesse sembrare quasi un drago addomesticato. Non innocuo, naturalmente, e nemmeno sconfitto o ridotto a una creatura docile; ma in qualche modo costretto a passare per le porte del palazzo, a rispettare almeno in parte i confini, a piegarsi alle regole di un mondo che si ostinava a riconoscersi nella propria durata.

Naturalmente non mi paragono a Basilio II. Non possiedo un esercito, non ho guardie variaghe alle porte del mio palazzo e, per quanto alcune questioni familiari sappiano talvolta essere bizantine nel senso meno lusinghiero del termine, non governo da una sala rivestita di porfido.

Eppure quella figura mi tocca da vicino.

Da bambino mi divertivo con le cartine geografiche. Le guardavo, le coloravo, immaginavo imperi, confini, alleanze e conquiste, lasciando che territori reali si trasformassero in un dominio immaginario che si estendeva, si contraeva, cambiava forma secondo una geopolitica che probabilmente non avrebbe retto cinque minuti davanti a un diplomatico serio, ma che per me possedeva una logica impeccabile.

D’estate, però, quel gioco cambiava forma.

Dietro casa c’era un marciapiede in cotto, e io lo bagnavo con l’acqua, immaginando che il mio impero fosse la parte umida, più scura e leggermente lucida sotto il sole, mentre il resto, il cotto asciutto, rappresentava i territori avversari. Poi arrivava la calura, e l’acqua cominciava a evaporare; i confini si ritiravano, le province conquistate si asciugavano una dopo l’altra, e io dovevo tornare con l’acqua per riconquistare, ridisegnare e difendere. Non c’era, in realtà, un nemico in carne e ossa, né un generale rivale, né una cavalleria pronta a comparire oltre il confine. Il nemico era il sole, o forse, più precisamente, il tempo.

Per molti anni ho considerato quel ricordo soltanto uno dei giochi un po’ strani e innocenti dell’infanzia, una delle tante bizzarrie di chi cresce leggendo troppo presto di battaglie, imperi e confini colorati sulle carte. Ora, invece, mi sembra che quella scena contenga una piccola allegoria, forse persino troppo precisa per essere del tutto casuale.

Un ordine, una volta creato, non resta necessariamente in piedi da solo. Può conservarsi per un tratto, può sembrare stabile, può perfino dare l’impressione di essere ormai acquisito; ma tende, col passare del tempo, ad allentarsi, a perdere forma, a lasciarsi erodere dalla stanchezza, dalle distrazioni, dagli imprevisti e da quella naturale inclinazione delle cose a non restare identiche a se stesse.

Non basta avere conquistato qualcosa, né averla ricevuta in eredità, né sapere che un giorno è stata solida. Bisogna tornarci sopra, occuparsene, correggere ciò che si allenta, mettere ordine dove le cose tendono a confondersi. Bisogna, in un certo senso, bagnare di nuovo il cotto.

Forse è questo che, a livello familiare, mi fa sentire vicino a Basilio II. Non nel senso grottesco di immaginarmi imperatore di qualcosa, ci mancherebbe, ma in quello più concreto di chi eredita una tradizione, un patrimonio di cose materiali e immateriali, una certa idea di responsabilità, e cerca di portarla al limite massimo delle proprie possibilità. Non soltanto case, beni, documenti e conti, ma anche memorie, storie, nomi, legami, e forse soprattutto il senso di ciò che è stato fatto prima di noi e di ciò che, pur senza poter essere conservato tutto, merita ancora di essere custodito.

La difficoltà è che nulla di tutto questo si trasmette automaticamente. Si possono lasciare immobili, denaro, fotografie, carte ordinate, persino istruzioni dettagliate; ma non si può lasciare in eredità, almeno non con certezza, la stessa attenzione, la stessa urgenza, la medesima inquietudine davanti a una crepa che si allarga o a un ricordo che rischia di andare perso. Forse è giusto che sia così. I figli non sono successori designati in un palazzo imperiale, e hanno il diritto di avere un’altra idea della vita, un altro rapporto con le cose, perfino un’altra geografia interiore. Nessuno dovrebbe essere condannato a custodire per sempre l’impero di qualcun altro, soprattutto se quell’impero è diventato una gabbia invece che una possibilità.

E tuttavia, per chi si trova a tenere in mano il tubo dell’acqua, una certa malinconia rimane. Perché arriva un momento in cui ci si accorge che il Tempo non è più soltanto il sole che asciuga lentamente il marciapiede mentre noi giochiamo. Arriva un’età in cui il Tempo ci porta nelle prime linee, mettendoci davanti ciò che si consuma, ciò che cambia, ciò che non può essere rimandato, e costringendoci a capire che non siamo più soltanto abitanti dell’Impero, ma coloro ai quali tocca, almeno per un tratto, difenderne i confini.

Forse la saggezza non consiste nel credere che tutto possa sopravvivere identico a se stesso, perché quella sarebbe soltanto una forma elegante di follia. Forse consiste piuttosto nel capire, ogni volta, che cosa meriti ancora di essere bagnato. Non tutto, non necessariamente, non per sempre. Ma ciò che contiene una storia, un affetto, una possibilità di futuro; ciò che, senza quel gesto, si asciugherebbe troppo presto.

E allora, in giornate come questa, mi torna in mente quel bambino chino sul cotto, impegnato a difendere il suo impero d’acqua contro il sole. Forse crescere non è altro che questo: capire che il sole non si può fermare, e continuare lo stesso a scegliere, con cura, dove far passare l'acqua.