venerdì 14 agosto 2026

Castel del Monte, lo Stupor Mundi trasformato in cristallo

L'ottagono del cortile interno del castello 

Ci sono edifici che si ammirano per la loro storia, altri per le dimensioni, altri ancora per la ricchezza delle decorazioni. Castel del Monte appartiene a una categoria diversa: prima ancora di comprenderlo, si ha la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di perfettamente compiuto.

La sua bellezza nasce certamente dalla posizione, dalla pietra chiara, dalla geometria rigorosa. Eppure nessuno di questi elementi, preso da solo, basta a spiegare l’impressione che lascia. A me, vecchio mineralogista, Castel del Monte ricorda soprattutto un cristallo.

Castel del Monte 

Forse è lo sguardo di chi come me ama i minerali a suggerirmelo. Un cristallo non è bello perché qualcuno lo ha decorato: la sua forma deriva da una legge interna. Facce, angoli, simmetrie sono la manifestazione visibile di un ordine che appartiene alla materia stessa. È qualcosa di concreto e insieme astratto, naturale e matematico.

Castel del Monte produce una sensazione simile. L’ottagono sembra contenere già tutto l’edificio. Otto lati, otto torri anch’esse ottagonali, una struttura che continua a riproporre corrispondenze e simmetrie. Non sembra costruito semplicemente aggiungendo mura, stanze e torri secondo necessità. Sembra piuttosto generato da una regola, come se un principio geometrico avesse lentamente preso consistenza fino a diventare pietra: un’astrazione matematica concretizzata in una costruzione.

E tuttavia questa geometria così rigorosa non rende Castel del Monte freddo. Al contrario, la pietra cambia continuamente con la luce: avorio, miele, rosa, quasi bianca nelle ore più luminose. Le facciate e le torri si sovrappongono mentre ci si muove intorno all’edificio, gli spigoli compaiono e scompaiono, il volume cambia senza perdere mai la propria coerenza. Come accade osservando un cristallo tra le mani, ogni movimento rivela una faccia diversa della stessa forma.

Poi c’è il luogo: Castel del Monte sorge isolato sulla collina, senza bisogno di montagne spettacolari o precipizi che ne aumentino artificialmente la monumentalità. È semplicemente lì, sopra il paesaggio pugliese, e proprio questa solitudine ne accresce la forza. Molti castelli dominano il territorio perché sono fortezze: mura, fossati, torri, soldati. Castel del Monte sembra dominarlo in un altro modo, attraverso la forma.

Visto da lontano perde quasi il carattere di edificio e diventa un segno. Una figura geometrica collocata tra cielo e terra, qualcosa che sembra essere emerso dalla collina secondo una legge propria. Ed è difficile, davanti a questa costruzione, non pensare a Federico II.

Lo chiamarono Stupor Mundi, meraviglia del mondo. Una definizione che oggi rischia quasi di trasformarsi in una formula turistica, ma che racconta bene la straordinaria complessità culturale del personaggio: imperatore medievale immerso contemporaneamente nel mondo latino, germanico, normanno, greco e arabo; uomo di potere ma anche curioso di scienza, filosofia, astronomia e natura. Un uomo leonardesco ante litteram, un esempio per noi tutti.

Castel del Monte sembra raccogliere qualcosa di quella stessa tensione: non occorre immaginare misteriosi codici esoterici nascosti in ogni misura dell’edificio. Il suo fascino è già abbastanza grande senza aggiungere enigmi. Basta osservare ciò che abbiamo davanti: una costruzione nella quale geometria, architettura e paesaggio sono legati con una coerenza rarissima.

È un castello, ma non assomiglia davvero a una fortezza. È monumentale, ma non è enorme. È medievale, ma possiede una purezza formale capace di apparire sorprendentemente contemporanea: ed è proprio questa ambiguità a renderlo inesauribile. Castel del Monte sembra chiarissimo nella propria forma e contemporaneamente impossibile da esaurire con una spiegazione, esattamente come un cristallo. Materia organizzata secondo una regola invisibile, geometria diventata pietra.

Forse Federico II ha davvero lasciato su questa alta collina pugliese qualcosa che gli assomiglia più di qualsiasi ritratto: non semplicemente un castello, ma l’idea stessa dello Stupor Mundi trasformata in forma: un enorme cristallo posato sul paesaggio, perfetto nelle sue sfaccettature, che da otto secoli continua silenziosamente a dominare il mondo.

martedì 11 agosto 2026

Le Castella, o dell'assedio

Le Castella, luglio 2026 

Ci sono luoghi che riconosciamo prima ancora di averli conosciuti, perché sembrano appartenere a un paesaggio interiore che ci portiamo dietro da anni. Le Castella, quando l'ho vista avanzare nel mare con le sue mura massicce circondate dall'azzurro, mi ha dato esattamente questa sensazione. Di fortezze ne ho viste molte: arroccate sulle montagne, sospese sopra speroni di roccia, schiacciate contro il profilo delle città, distese lungo coste che per secoli qualcuno ha sorvegliato aspettando di scorgere vele nemiche all'orizzonte. Questa mi è sembrata diversa. Non appare costruita accanto al mare: sembra entrarci dentro, opponendo la geometria ostinata delle sue mura alla mutevolezza dell'acqua.

Da una parte pietre, torri, bastioni, tutto ciò che gli uomini hanno inventato per stabilire un confine e poter dire: fin qui. Dall'altra il Mediterraneo, che i confini non li riconosce, che cambia continuamente colore e forma e continua molto oltre ciò che siamo capaci di vedere. È questa contraddizione a rendere Le Castella così affascinante: una fortezza nata per separare un dentro da un fuori, e che invece sembra protesa verso ciò che nessuna muraglia potrebbe contenere.

Guardandola mi è tornata in mente un'altra fortezza, quella Bastiani del Deserto dei Tartari, e con essa la sua incarnazione cinematografica nel film di Valerio Zurlini, girato in Iran fra le mura di Arg-e Bam. Anche lì una costruzione enorme si confronta con uno spazio sterminato e finisce per apparire fragile proprio nel momento in cui dovrebbe esprimere forza: bastioni poderosi davanti al deserto, uomini che sorvegliano un orizzonte vuoto aspettando un nemico che forse arriverà, forse no, mentre intanto il tempo passa. Vale la pena ricordare come è andata a finire davvero: la cittadella di Bam, sopravvissuta per secoli a qualunque nemico immaginabile, è crollata in pochi secondi nel terremoto del 2003. Il nemico è arrivato, ma non dalla direzione sorvegliata.

Credo sia proprio questo che mi ha sempre affascinato delle fortezze: non la loro solidità, ma il fatto che ogni fortezza contenga già in sé l'idea dell'assedio. Se esistono mura, significa che esiste qualcosa da cui difendersi, qualcosa che potrebbe arrivare e metterle alla prova. Nel romanzo di Buzzati quel qualcosa diventa il senso stesso della vita di Giovanni Drogo, che consuma gli anni nell'attesa di un evento capace di giustificare tutto ciò che ha sacrificato; e l'attesa, più ancora del nemico, si rivela la vera minaccia.

Anche noi costruiamo le nostre fortezze. Non di pietra, naturalmente, ma di affetti, libri, fotografie, abitudini: tutto ciò che ci permette di tenere insieme quello che siamo stati e quello che siamo diventati. Sono difese contro la dispersione, contro la perdita, forse anche contro la consapevolezza che il tempo continua ad avanzare, indifferente alla solidità delle nostre mura.

C'è però una differenza che oggi mi sembra importante. La Fortezza Bastiani guarda verso il deserto aspettando qualcosa che deve arrivare; Le Castella guarda verso il mare, e oltre le sue mura non c'è un nemico ma un orizzonte. Sarebbe comodo concluderne che basta solo decidere dove guardare. Non credo funzioni così: lo sguardo non si dirige, scappa. Si stacca dalle macchine d'assedio senza chiedere permesso, va a finire da qualche parte oltre le grida e il fuoco che offusca la linea del mare, e intanto l'accerchiamento continua a stringersi esattamente come prima. Poi torna, e riprende il suo turno di guardia. Nessuno regge il turno di sentinella da solo, per questo ci si alterna. Continuiamo a viaggiare, a fotografare, a leggere, a scrivere non per fermare il tempo — impresa in cui anche le più grandi fortezze della storia hanno fallito — e nemmeno per una qualche disciplina dell'attenzione: lo facciamo perché quella fuga dello sguardo è l'unica cosa che l'assedio non riesce ad accerchiare. Le Castella, protesa nel Mediterraneo, racconta esattamente questo paradosso: una fortezza costruita per difendere un confine, e che finisce per indicare lo spazio aperto.

Quaranta anni fa avevo provato a dire questa stessa cosa in una poesia, immaginando la vita come una fortezza assediata dagli anni. L'avevo quasi dimenticata. Rivedendo le fotografie di Le Castella mi sono accorto che in quei versi c'era già un oceano: allora era soltanto un'immagine, qualcosa che avevo messo là in fondo perché mi serviva un'apertura oltre le macchine d'assedio. Adesso ha un indirizzo preciso, sulla costa ionica, a poche decine di metri dalla riva. La metafora ha trovato la sua geografia; o forse ha solo aspettato con pazienza che le andassi incontro.

Ci alterniamo come sentinelle
Sugli spalti merlati della vita
Scrutando inquieti il dispiegarsi degli anni
Come nemici che tengano d’assedio
La fortezza che difende il nostro esistere

Ma il lento accerchiamento che ci stringe
Non trattiene lo sguardo dal fuggire
Via dalle macchine d’assedio, dalle grida
Delle truppe nemiche, di là dagli incantesimi
Che offuscano di fuoco l’orizzonte

Oltre le nostre paure e ben distante dai timori
Tremolante nell’aria come una visione
Ma limpido e concreto come immenso cristallo
Sfaccettato da un mastro intagliatore
S’incurva l’oceano in esultanza di azzurro

1986