domenica 19 luglio 2026

Un voto per Hera Lacinia

Il mare a Capo Colonna, otto giorni fa 

Otto giorni fa ero a Capo Colonna, con il sole già alto e le cicale che coprivano quasi ogni altro rumore. Ho girato a lungo per l'area archeologica sotto un caldo implacabile, tra i resti del tempio di Hera e gli immancabili lavori di adeguamento: transenne metalliche, passerelle, qualche cartello sbiadito, che ormai sembrano far parte dell'arredo fisso di ogni sito archeologico italiano.

A un certo punto mi sono fermato a guardare il mare. Era così immobile, azzurro e luminoso che sembrava non appartenere a un giorno preciso: tantomeno a quello che stavo vivendo io, con le infradito piene di polvere e la voglia di un'ombra che mi sottraesse a quel sole spietato. Sotto il promontorio l'erba secca punteggiata dalle ferule scendeva verso la costa, e oltre la linea della terra non c'era nulla: niente navi, niente case, quasi nessun segno capace di riportarmi al presente. Mi sono fermato più del necessario, pensando che quel mare in fondo era lo stesso di duemilasettecento anni fa: diverso nelle rotte e nei nomi, ma identico nel modo di occupare l'orizzonte, promettendo approdi e nascondendo pericoli.

L'unica colonna rimasta del Tempio di Hera Lacinia  

Poi, quasi per caso, girovagando ancora tra i resti, le transenne e le recinzioni provvisorie, mi sono trovato davanti all'ingresso del museo. Sembrava abbandonato: nessuno all'esterno, nessun segnale che invitasse a entrare; e invece era aperto, e dentro fresco e molto più ordinato e curato di quanto il fuori lasciasse immaginare.

Tra ceramiche, bronzi e frammenti di mondi scomparsi, sono arrivato davanti alle offerte deposte nel santuario di Hera Lacinia. E tra queste, una teca piccola, quasi anonima in mezzo alle altre, conteneva la navicella.

La navicella nuragica 

Una navicella nuragica di bronzo, arrivata dalla Sardegna nel VII secolo avanti Cristo. Lo scafo, lungo e aperto, portava ancora sulle murate due minuscoli carri trainati da buoi, un paesaggio terrestre imbarcato su una nave, un frammento d'isola affidato al mare.

Sono rimasto lì più a lungo del necessario. E in quel momento il reperto ha smesso di essere solo un oggetto dietro un vetro. Ho iniziato a immaginare un uomo. Non sappiamo chi abbia deposto quella navicella nel santuario. Poteva essere un sardo, ma anche un navigatore greco, un mercante etrusco, o qualcuno che l'aveva ricevuta attraverso una lunga catena di scambi: gli oggetti, allora, viaggiavano quasi quanto gli uomini, passando di mano in mano e caricandosi ogni volta di significati nuovi.

Eppure, davanti a quella teca, mi è piaciuto immaginare che quest'uomo venisse davvero dalla Sardegna. Che fosse un mercante o un marinaio. Uno che aveva lasciato un approdo dell'isola con un carico di metallo, pelli, legname; merci dirette ai porti del Mediterraneo. La navicella non era necessariamente pensata come offerta: poteva essere un oggetto di prestigio, un simbolo di famiglia, qualcosa che gli ricordava da dove veniva.

E poi il mare era cambiato: il vento aveva piegato la vela, le onde erano entrate nello scafo, le correnti trascinavano la nave verso lo Stretto, dove i Greci avevano trasformato la paura dei naviganti nei corpi mostruosi di Scilla e Cariddi. In quel momento, con la distanza tra la vita e la morte ridotta al legno di un fasciame, quell'uomo aveva fatto quello che gli uomini fanno quando non resta più nulla da governare: aveva promesso qualcosa a una divinità. "Se sopravvivo", avrà pensato, "ti do la cosa più preziosa che ho". Non una moneta, non parte del carico, ma quella piccola nave con i carri e i buoi della sua terra sulle murate: una nave dentro la nave, come se il bronzo potesse contenere e proteggere quella vera.

La tempesta, naturalmente, me la sono inventata io, lì davanti alla teca. L'archeologia non può dirci se sia successa davvero, né se la navicella sia arrivata a Capo Lacinio dopo un naufragio evitato, una traversata fortunata, o molti passaggi di mano. Può dirci solo che quell'oggetto nuragico è arrivato fin qui ed è stato custodito tra le offerte del santuario. E onestamente, mi basta questo per trovarlo straordinario.

Il promontorio era uno dei punti di riferimento delle rotte ioniche. Chi navigava lungo quelle coste vedeva il santuario da lontano, alto sul mare, e sapeva che Hera non era solo la dea del matrimonio, ma anche una presenza capace di proteggere il viaggio, l'approdo, il ritorno. Forse quell'uomo, dopo aver passato lo Stretto, vide emergere il promontorio davanti a sé. Forse scese a terra, salì fino al santuario, e depose la navicella tra le altre offerte, mantenendo il voto fatto quando il mare sembrava sul punto di inghiottirlo.

Poi ripartì; ma la navicella rimase.

Restò nel tesoro della dea mentre gli uomini cambiavano lingua, mentre le città venivano conquistate e abbandonate, mentre il tempio perdeva colonne e il santuario scompariva lentamente sotto terra. Ed è arrivata fino a otto giorni fa, fino a me, come piccola prova di quanto il Mediterraneo antico fosse più vasto e insieme più vicino di quanto tendiamo a immaginare.

Pensiamo alle civiltà antiche come a mondi separati: i Nuragici in Sardegna, i Greci nelle colonie, gli Etruschi sulle coste tirreniche. Ma il mare li metteva continuamente in contatto: trasportava merci, tecniche, racconti, divinità, persone. Una navicella sarda poteva finire nel santuario di una dea greca in Calabria senza che questo sembrasse strano a chi la vedeva. Anzi: forse proprio perché veniva da lontano, quell'offerta aveva un valore ancora maggiore.

Quando sono uscito dal museo, il caldo era lo stesso, il mare era ancora lì. Lo stesso azzurro assoluto di poco prima. Ma non era più vuoto. Riuscivo quasi a vedere una nave che avanzava da occidente, dopo aver superato le correnti dello Stretto. A bordo, un uomo teneva tra le mani una piccola navicella di bronzo, sapendo che presto se ne sarebbe dovuto separare.

Non sapremo mai se sia andata davvero così. Ma otto giorni dopo, quella navicella continua a ricordarmi una cosa che tendiamo a dimenticare: per gli uomini nuragici il mare non era un confine. Era una strada. E forse dovremmo tornare a guardarlo così anche noi.