martedì 7 settembre 2021

Le Rupi del Sole

Lo stemma del Sasso su di una pergamena cinquecentesca 
Il viaggiatore che si trovi a passare per una delle parti più remote della nostra Toscana, quel lembo di forma approssimativamente triangolare che un tempo era parte del Montefeltro e che oggi si incunea all'interno del territorio marchigiano tra Badia Tedalda e Sestino dando origine a tre fiumi, il Tevere, la Marecchia e il Foglia, ha lo sguardo inevitabilmente attratto da due immense rupi di roccia calcarea che sovrastano il crinale dell'Appennino, in questa zona arrotondato e inciso da profonde fenditure argillose ricche di calanchi: il Sasso di Simone e il Simoncello.
La parete verticale del Sasso di Simone  
Sono due gigantesche mesas: enormi blocchi di arenaria con pareti verticali alte 100 metri, dalle cime pianeggianti estese per complessivi 8 ettari - 6 del Sasso di Simone e 2 del Simoncello - , situati a oltre 1200 metri di quota e originati dalla trasformazione di possenti strati di sedimenti marini risalenti all'era Terziaria, decine di milioni di anni fa. 

Il Sasso di Simone dal Simoncello  
Questi depositi vennero creati dall'azione di minuscoli organismi viventi - rimasti poi imprigionati nelle rocce - e furono accumulati dall'erosione dei fiumi in quella parte poco profonda dell'Oceano Tetide che sarebbe diventato il Tirreno Settentrionale. Vennero compressi a pressioni immani nel cuore della Terra fino a trasformarsi in pietra, per essere poi sollevati e traslati dai movimenti della crosta terrestre ed emergere nel corso dell'orogenesi appenninica, frammentati in ciclopici macigni che formarono l'ossatura delle montagne dal Casentino al monte Titano e a San Leo, proprio di fronte alla riva di un altro mare, l'Adriatico.

Sasso di Simone (a destra) e Simoncello 
Il solo pensiero di queste immensità - di materia, di spazio, di tempo - dà i brividi: sottolinea la nostra pochezza di "mosche cocchiere" e ciò nonostante la nostra capacità di essere giunti - oggi - a comprendere questi fenomeni. Ma anche nell'inconsapevolezza delle epoche passate queste rupi furono sempre percepite come dei tramiti tra la terra, spazio del presente, e il cielo, spazio dell'inconoscibile, dell'immensamente grande, dell'eternità. 

Frequentate da tempi immemorabili - sul pianoro sommitale del Sasso di Simone sono stati trovati reperti dell'età del Bronzo risalenti al 1000 a. C. - le due cime prendono il nome attuale da un eremita di origine forse orientale che si stabilì sul pianoro in epoca longobarda, costruendo un romitorio e una cappella dedicata a San Michele. Questi edifici diedero in seguito origine a un monastero benedettino, denominato San Michele al Sasso. Il primo documento che testimonia la presenza del monastero, siglato dal primo abate, è del 1168: il riconoscimento dell'insediamento da parte della Chiesa - e la sua fondazione - furono quindi antecedenti.

La croce che sorgeva sul luogo dell'antico monastero   
Il luogo scelto dai monaci sembrava attraente per vari motivi, non solo spirituali ma anche pratici. Situato in posizione facilmente difendibile, il Sasso dominava le vie di comunicazione e una vasta estensione di foreste e pascoli che almeno inizialmente diedero modo ai monaci di impiantare una proficua attività di allevamento e di sfruttamento del bosco. Purtroppo il clima che inizialmente era favorevole - nel periodo altomedievale ci fu una sorta di "periodo caldo" simile a quello attuale - nei secoli successivi si raffreddò, portando a inverni sempre più rigidi che uniti a flagelli come quello della peste "nera" del 1348 sancirono il trasferimento dei monaci in sedi più comode e lo spopolamento della rupe, con la rovina del monastero - soppresso da papa Pio II nel 1462 - di cui restò in piedi verso la fine del Quattrocento solo la chiesa di San Michele.

La posizione dominante del Sasso di Simone, unita alle lotte per il controllo delle vie di comunicazione che contrapposero tra Quattrocento e Cinquecento lo Stato Toscano e il ducato di Urbino e Montefeltro, portarono dapprima a un tentativo da parte di Novello Malatesta, signore di Cesena e per matrimonio duca del Montefeltrodi costruire e mantenere sul Sasso negli anni intorno al 1450 una fortificazione che avrebbe dovuto controllare il piviere di Sestino, allora compreso nel Ducato di Urbino, e i territori fiorentini appartenenti ai Conti di Carpegna. Il progetto non andò a buon fine per la prematura scomparsa del Malatesta, morto senza eredi a 47 anni. Il piviere nel 1465 tornò allo Stato Pontificio e tutto sembrò fermarsi fino al 5 luglio 1520, quando papa Leone X de' Medici cedette l'intera zona al ducato toscano a compenso di un pagamento che peraltro non fu mai effettuato.

Cosimo de' Medici ritratto dal Pontormo a 19 anni, nel 1538
Il duca Cosimo I de' Medici, salito al potere nel 1537 a soli 18 anni, era un uomo colto, ambizioso e determinato, inteso fin dal principio a stabilire in modo incontrovertibile il proprio dominio sulla Toscana. Nella sua visione i confini dello Stato dovevano essere resi il più possibile sicuri attraverso la costruzione di fortezze che dovevano controllarne il territorio, anche e soprattutto nei suoi lembi più periferici. 

Mappa cinquecentesca del Montefeltro e della Romagna
Per questo, seguendo un disegno sistematico commisurato alle particolari condizioni dello Stato, avviò una sorprendente attività edilizio-militare. Per la sua posizione geografica la Toscana era esposta a frequenti passaggi di truppe, oltre ad essere afflitta dal banditismo. E proprio per controllare i confini e riaffermare l'autorità statale furono progettati e realizzati - insieme a molti altri - i due centri di Terra del Sole ed Eliopoli sul Sasso di Simone. Il primo era una "città nuova" fortificata, edificata in un luogo che sembrava ostile ad ogni insediamento urbano a causa delle alluvioni del fiume Montone e dei fuorilegge che flagellavano l'area. La seconda era una fortezza costruita sulla rupe strapiombante del Sasso per dominare e controllare i passi appenninici verso il Montefeltro e la Romagna, a sfida e monito dei prospicienti fortilizi di San Leo e del Titano.

Scriveva un cronista dell'epoca:
"Il Sasso è luogo della massima importanza perché è elevatissimo e inespugnabile, e perché sta sui confini del piviere di Sestino, del duca d'Urbino, dei conti Giovanni e Ugo di Carpegna, del conte Carlo di Piagnano, della Chiesa e di Rimini e perché chi vi edificasse un castello, come un leone fortissimo potrebbe annientare tutti gli altri castelli e luoghi circostanti senza timore di attacchi. In caso di timor di guerra è possibile specialmente di notte far segnali a Montauto di Perugia, al monte di Assisi, a Recanati, a Sassoferrato e a molte altre terre della Chiesa: in una notte si arriva di rocca in rocca a trasmettere il segnale fino a Roma e di lassù è anche possibile vedere molti luoghi della Dalmazia".
Sull'orlo della rupe 
Entrambi gli insediamenti furono intitolati al Sole. Non a caso: c'era un ben preciso programma iconografico in questa dedica. Il Sole, nella visione medicea, mutuata da autori latini come Ovidio e inquadrata nella filosofia neoplatonica diffusa nell'aristocrazia fiorentina, rappresentava il principio dell'ordine, della ragione e della saggezza, e ben si associava a un tema di perennità e di armonia cosmica che voleva legarsi alla dinastia per 
celebrare la famiglia nella sua continuità genealogica e nella temporalità ciclica ma assoluta dell’eternità. L'astro era il simbolo di un potere “divino” che, pur evolvendo nel trascorrere della vita restava eterno al variare delle stagioni. Infatti nella Reggia del Sole Apollo, assiso in trono, è circondato dalle Ore, dal Giorno, dal Mese, dall’Anno, dalle Stagioni, che nel loro eterno avvicendarsi creano quel cambiamento continuo che peraltro sottende  la stabilità.

La Fortezza di Eliopoli sul Sasso di Simone in un disegno cinquecentesco
Della costruzione della Fortezza di Eliopoli sul Sasso di Simone vennero incaricati gli architetti Giovanni Camerino e Simone Genga. L'idea che aveva preso forma nella primavera del 1554 durante una visita di Cosimo I alla podesteria di Sestino si rivelò subito un progetto ben più che ardito: una città fortezza inaccessibile,  a quote mai osate in precedenza, ben oltre i 1200 metri di altezza, con evidenti difficoltà di approvvigionamento e mantenimento. Una roccaforte inespugnabile ma difficile da realizzare e ancor più da mantenere, pensata per essere inizialmente popolata da 300 armigeri e dalle loro famiglie e destinata a crescere fino a dominare dall'alto delle sue mura tutto il Montefeltro.

Francesco I de' Medici ritratto da Alessandro Allori nel 1575
Il 14 luglio 1566 l'opera ebbe inizio
"..con molto solenne precisione, messa cantata, conti e contesse assai e gran concorso di popoli e parsi che fusse come una gran fiera..."
I lavori proseguirono a fasi alterne per quasi un decennio, più rapidi in estate e quasi fermi d'inverno: e il pianoro per tutti quegli anni risuonò dei rumori e delle voci degli operai, scalpellini, architetti, muratori, carpentieri, falegnami, boscaioli, fabbri, del cigolio dei carri e delle carrucole, del muggire dei buoi. Vennero lentamente realizzati da maestranze prevalentemente lombarde una cinquantina di edifici tra cui le osterie, le casematte, il forno, le carceri, le grandi cisterne per l'acqua, la bottega del fabbro con la fucina, i granai per mille staia di grano, il salnitraio e le salaie, il deposito delle farine, il palazzo del provveditore, l'armeria, l'arsenale, il tribunale, le stalle. 

La strada che porta su al Sasso di Simone, oggi
La fortezza fu progettata per rispondere a quell'ideale di città perfetta rinascimentale, organizzata dalla mente del Signore che crea ex-novo una realtà nella cui architettura si possa esprimere il concetto stesso della perfezione formale, che trovava la sintesi nel simbolo stesso della solarità - eletto a stemma della città - e nella istituzione delle magistrature preposte all'amministrazione della giustizia che coesistono accanto alle strutture militari dell'insediamento, a significare l'inscindibilità delle due funzioni in una comunità civile razionalmente organizzata.

Fu costruito un portico per il mercato settimanale, un'altra chiesa in aggiunta alla cappella sopravvissuta alla rovina del convento, il palazzo del capitano con la cancelleria, gli edifici per l'acquartieramento dei soldati, la sala delle torture, le torri, le mura perimetrali, i depositi per le munizioni, i ricoveri per l'artiglieria, i magazzini per i viveri. Non tutto fu fatto in pietra, molte costruzioni avevano parti anche importanti in legno, e questo determinò una fragilità che nel lungo periodo si rivelò esiziale.

La precipite bastionata del Sasso di Simone
Vennero anche tracciate strade per collegare la rocca ai castelli vicini, e una "strada maestra" che la univa direttamente a Firenze. Anche la rampa per salire alla fortezza dovette essere faticosamente scavata a colpi di scalpello nella viva roccia della rupe, e ciò nonostante la salita restò sempre e comunque difficoltosa al punto che una carovana di pezzi d'artiglieria trainati da buoi, giunta da Arezzo nel pieno dell'inverno 1572, scivolò giù per la ripida salita ormai ghiacciata, trascinando uomini e animali giù per la rupe in una gelida carneficina. 

Simone Genga nel luglio del 1577 scriveva a Francesco I de' Medici, successore di Cosimo I:
«Io venni quì in Mugello, dove ho dato ordine di quanto si ha a fare in mia absentia, et quì anderò alla Terra del Sole et al Sasso di Simone, con disegno di non partir di là sú, sin tanto che non sarà finito il tutto, in maniera che V.A.S. non habbia a sentir molestia... Et in ogni caso non mancarò tragettarmi sì spesso al Sasso, et lì (a Terra del Sole) che ambedue queste fabriche resteranno quest'anno finite purché V.A.S. cometta a chi tocca la provisione delli assegnamenti»

La sella da cui discendeva la "strada Maestra" per Firenze
Il primo gruppo di soldati - undici, più un capitano - venne mandato a presidiare la fortezza nel dicembre del 1573, e ci si rese immediatamente conto di cosa significasse risiedere in un luogo così elevato. I venti soffiavano gelidi e costanti, e le nevi erano talmente copiose che entravano "financo nei letti" e impedivano gli spostamenti sul pianoro a un punto tale che non era possibile nemmeno usare la chiesa ordinaria che pure distava solo una settantina di metri dagli edifici maggiori: per l'inverno venne infatti allestita una cappella temporanea all'interno del palazzo del Capitano. Inoltre il Sasso era lontano dai centri di approvvigionamento e tutto doveva essere trasportato da grande distanza, in particolare tutti i viveri e perfino la legna, per non impoverire la grande foresta di cerro che lo circondava completamente.

Ciclopici massi ai piedi della rupe del Sasso di Simone
Malgrado queste difficoltà nel 1575 venne stabilita sul Sasso la sede del Capitanato di Sestino, con il Tribunale di Giustizia, la podesteria e la sede dell'Arciprete: fu anche istituita una Fiera che si teneva ai primi del mese di giugno insieme a un mercato settimanale favorito dall'abolizione dei dazi sulle merci. Ma pure con queste attribuzioni amministrative e questi incentivi commerciali la Fortezza di Eliopoli restò ben poco appetita dai sudditi del Granduca, che fecero di tutto per non trasferirsi in un luogo così poco ospitale. Al termine dichiarato dei lavori, nell'estate del 1577, solo una decina di case erano abitate stabilmente, e soprattutto in inverno il centro tendeva a spopolarsi del tutto. Uno scritto di uno dei sacerdoti dell'Arcipretura cita addirittura il Salmo 147 per descrivere la situazione climatica: 

"Egli manda la neve come lana, sparge la brina come cenere. Egli getta il suo ghiaccio come a pezzi; e chi può resistere al suo freddo? Egli manda la sua parola e li fa sciogliere; fa soffiare il suo vento e le acque corrono."

Il colpo finale al sogno mediceo di questa città rupestre dedicata al Sole provvide a darlo la Natura nella forma di un cambiamento climatico, ancora in negativo, con la cosiddetta Piccola Era Glaciale: un brusco raffreddamento della temperatura media terrestre, iniziato alla fine del Quattrocento e precipitato verso la fine del secolo successivo per durare altri tre secoli, fin quasi al termine del XIX secolo. Gli inverni diventarono via via più lunghi e più freddi, le nevicate persistenti e abbondanti, i rifornimenti e le comunicazioni sempre più disagevoli. Nel frattempo cambiarono anche le tecnologie militari e la situazione strategica - il Ducato di Urbino entrò a far parte dello Stato Pontificio nel 1630 - e resero sempre più irrilevante e inutilmente dispendiosa la presenza di una simile fortezza, che inevitabilmente scivolò nell'abbandono.

Cosimo III de' Medici ritratto nel 1673 dal Volterrano
Nel 1673, cento anni dopo la fondazione e dopo molti decenni di stentata sopravvivenza, la città del Sasso veniva infine abbandonata al vento, al ghiaccio e alle tempeste invernali, che tornati ad essere dominatori incontrastati del massiccio in breve fecero tabula rasa di tutti gli edifici che con tanta spesa e fatica erano stati eretti sul pianoro. Va detto anche che l'anno successivo all'abbandono - il 1674 - il Granduca Cosimo III de' Medici decretò lo smantellamento del sito, e molti materiali da costruzione furono prelevati per costruire o restaurare i cascinali del circondario, dove ancora si può intravedere qualche elemento architettonico proveniente dalla Fortezza del Sole.

Poche sono le tracce rimaste oggi di quella scommessa granducale di quasi cinque secoli fa: la strada che ripida sale al pianoro, le cisterne per l'acqua, le soglie delle porte di accesso alla fortezza, una grande croce - oggi abbattuta dalle tempeste - che sottolinea l'incessante attrazione spirituale che questo luogo continua ad avere. Resta invece intatto il fascino di un luogo impressionante per la sua solitudine e per la sua alterità.

La lapide celebrativa di Eliopoli nel 1993, un anno dopo la sua posa, e 28 anni dopo nel 2021, a testimonianza di come il tempo sul Sasso corra forse più che altrove