mercoledì 28 ottobre 2026

Un uomo pubblico, in una strada pubblica: Francesco Giuseppe Maria Pacchiani


Nel pezzo sullo stemma dei Pacchiani, quello col maiale a sette stelle, c'era un personaggio che scalpitava per uscire dalla genealogia e prendersi la scena. L'ho trattenuto a fatica; adesso lo lascio andare.

Francesco Giuseppe Maria Pacchiani, figlio del tintore Giovacchino, fu prete, canonico, professore di fisica, chimico sfortunato, dantista, accademico della Crusca e, per un paio d'anni, "diavolo" ufficiale della città di Pisa. Il titolo di questo articolo non è mio: è suo. È quello che, a sentir lui, rispose una notte alla ronda. Ma andiamo con ordine, perché con il Pacchiani l'ordine è l'unica cosa che dobbiamo mettere noi.

Nasce a Prato il 4 ottobre 1771, da Giovacchino e da Agata Cigna. In seminario, ci informa con garbo il Dizionario Biografico degli Italiani, non brilla per i risultati, ma mostra presto un debole per le materie scientifiche: il genere di studente che oggi si direbbe «intelligente ma non si applica». Viene ordinato prete nel 1792, lo stesso anno in cui la famiglia apre la fabbrica del Dolce, e prende la strada di Pisa, dove si lega a Lorenzo Pignotti, medico, poeta, favolista e professore di fisica.

La carriera corre: nel 1801 la cattedra di logica e metafisica, nel 1802 quella di fisica, proprio al posto di Pignotti, nel 1803 un canonicato nella cattedrale di Prato. Gli studenti lo adorano. Uno di loro, Pietro Petrini, scrive di aver cambiato i propri studi seguendo i suoi suggerimenti e di trovare ogni giorno nuove ragioni per amarlo e stimarlo.

Il suo modo di stare al mondo, tuttavia, lasciava parecchio spazio alle distrazioni. Carlo Fedeli, medico e storico dell'ateneo pisano, che ne scrisse quasi un secolo dopo, lo descrive come «buontempone oltre misura», frequentatore di ritrovi con gli studenti e di compagnie cittadine assai vivaci. Si affretta però a precisare che "alle abitudini e al linguaggio liberissimi si accompagnavano convinzioni religiose saldissime". Detto da uno che pubblicava i propri studi a spese dell'arcivescovo di Pisa, la precisazione ha tutta l'aria di una excusatio non petita.

Anche le lezioni, pare, le dosava. Quando qualcuno se ne lamentò col granduca Ferdinando III, si sentì rispondere che valeva più una lezione del Pacchiani che dieci di molti altri. Una giustificazione che immagino che il Pacchiani conservò con cura per le occasioni opportune.

Poi c'è l'episodio della ronda, che lo rese celebre. Thomas Medwin, cugino di Shelley, che ritroveremo più avanti, racconta che una notte, durante una delle sue baldorie con gli studenti più scapestrati, il professore fu fermato dalla pattuglia delle guardie civiche per le strade di Pisa. Alla domanda su chi fosse e cosa facesse, rispose: «Io sono un uomo pubblico, in una strada pubblica, con una donna pubblica». Per chi non mastica l'italiano dell'Ottocento: «donna pubblica» era il modo garbato di dire prostituta. Tre volte pubblico, e nessun imbarazzo. Il dettaglio più bello è la fonte: a raccontarlo a Medwin fu lo stesso Pacchiani, con evidente orgoglio. Secondo lui la battuta gli costò la cattedra, ma gli diede lustro, non gli fece perdere un amico e non gli chiuse le porte delle famiglie di cui era confessore. 

Come tanti scienziati dell'epoca, Pacchiani si buttò sulla pila di Volta, la novità che faceva impazzire l'Europa. Nell'agosto 1804 presenta ai Georgofili di Firenze alcune osservazioni sui poli della pila, poi, il 9 maggio 1805, scrive a Pignotti la lettera che gli cambia la vita: ha svelato il mistero dell'acido muriatico, cioè l'acido cloridrico, quello che allora si chiamava anche spirito di sale. Secondo lui era un ossido d'idrogeno, fatto d'idrogeno e ossigeno come l'acqua, solo in proporzioni diverse; e lo otteneva facendo passare la corrente nell'acqua. Il talento di famiglia per tirar fuori qualcosa dal nulla, applicato però alla chimica, dove funziona decisamente peggio che nel commercio.

La notizia, rilanciata da Giovanni Fabbroni, fa il giro d'Europa: ne discutono Volta, Gay-Lussac, Cuvier, Humboldt. A Parigi rifanno gli esperimenti, a Londra se ne occupa Humphry Davy. Dopo l'entusiasmo iniziale arrivano le smentite, in particolare di Biot e Thénard, e alla fine persino i suoi sostenitori più convinti devono ammetterlo: l'acido veniva da strumenti imperfetti e sostanze impure. Lo spirito, al Pacchiani, non mancava; il sale, a quanto pare, sì. Il mistero lo risolverà qualche anno dopo proprio Davy, scoprendo che il cloro è un elemento.

La caduta lo colpisce duro: il Dizionario Biografico parla di depressione e apatia, e della fine della sua carriera scientifica. Pacchiani si trasferisce a Firenze e cambia mestiere: dalla pila di Volta alla selva oscura. Scrive sonetti ed epigrammi, nel 1808 diventa segretario della Società del Cimento e il 23 gennaio 1812 entra nella Crusca, dove si occupa di origine del linguaggio e lavora alla quinta edizione del Vocabolario. Le carriere dell'epoca, però, erano più elastiche delle biografie. Nel 1820 lo ritroviamo a Pisa, professore di fisica teorica, o almeno stipendiato come tale: è lì che lo incontrano gli Shelley.

Shelley aveva una teoria: ogni città ha il suo diavolo, o la sua diavolessa. Niente corna e zolfo, però. Medwin, che riporta la frase, spiega che si trattava dell'impiccione di città, quello che si infila in tutte le case e in tutti gli affari, sul modello del Don Marzio della Bottega del caffè di Goldoni; e per descriverne l'effetto prende in prestito una parola italiana: seccatura. A Pisa il posto era già occupato, e gli Shelley ci misero pochi mesi ad accorgersene. Il 27 febbraio 1821, fra la lettura del greco e Shelley che legge ad alta voce The Ancient Mariner, Mary annota nel diario, in italiano, la visita del «Diavolo Pacchiani». All'inizio, però, era stato quasi un colpo di fulmine.

Percy e Mary Shelley si stabiliscono a Pisa nel 1820, e a introdurli fra i professori dell'università è una loro amica irlandese, Margaret King, che in città si faceva chiamare Mrs. Mason. In una lettera del gennaio 1821 Mary stila per il compagno di Mrs. Mason una specie di pagella dei docenti pisani, spesso poco generosa. Pacchiani ne esce benissimo: insieme all'astronomo Piazzini è tra i pochi che abbiano qualche idea, e il più geniale di tutti. Mary aggiunge, in italiano, una definizione che è un capolavoro: «l'uomo di spirito in un ospedale dei pazzi». L'ospedale, si capisce, era l'università.

Gli Shelley, a proposito, l'italiano lo masticavano bene. Percy lo leggeva e lo scriveva: lettere, traduzioni, perfino versi, oltre a una recensione in italiano dell'improvvisatore Tommaso Sgricci, la star del momento, capace di comporre all'istante intere tragedie in versi sul tema proposto dal pubblico. Mary ne fece la lingua degli affetti e della vita quotidiana, piena di espressioni colloquiali e di modi di dire regionali, e anni dopo definirà il loro giro pisano «anglo-italiano». Nei suoi diari, ogni tanto, l'italiano spunta in mezzo all'inglese. È così, del resto, che il Diavolo Pacchiani ci è finito dentro.

Il ritratto più vivace lo lascia Medwin. Sulla cinquantina, alto, ossuto, asciutto come un pugile; la pelle scura «come quella di un moro», gli occhi neri e cupi: sembrava un ritratto di Tiziano uscito dalla cornice. Medwin lo credeva di famiglia veneziana, e ai tintori di Prato la cosa avrebbe fatto piacere. La natura, aggiunge, non l'aveva certo progettato per fare il prete, e la sua religione stava alla pari con quella dell'abate Casti, l'autore delle Novelle galanti: casto di nome, non di fatto.

Ma quando parlava, incantava. Erudizione sterminata, memoria prodigiosa, battuta pronta: Shelley ne paragonava l'eloquenza a quella di Coleridge. Per un periodo passa da loro diverse sere alla settimana, e Medwin lo ricorda alle prese con le beccacce, che sezionava con le lunghe dita ossute macchiate di tabacco, senza mai usare forchetta né coltello. Chiamava Mary «la Signora Maria» e le inglesi in genere «le belle inglesi». Lo tolleravano anche per un'altra ragione: la paura della sua penna e della sua lingua. Gli epigrammi erano feroci e i soprannomi che inventava restavano appiccicati per sempre. Parlava spesso delle sue tragedie, che Madame de Staël chiamava le sue tragedie immaginarie, perché nessuno ne aveva mai visto un verso. Non aveva tutti i torti: la sua Francesca da Rimini, ci conferma il Dizionario Biografico, si fermò al primo atto.

Come cicerone, del resto, era impagabile. È lui a far conoscere agli Shelley il principe greco Alessandro Mavrocordato, con cui Mary prenderà lezioni di greco; ed è lui, nel gennaio 1821, ad accompagnarla a Lucca, allora capitale di un ducato indipendente, per un'esibizione di Sgricci, sistemandola nel palco di un'amica marchesa. Mary, in una lettera, ammetterà che anche il Diavolo ha la sua utilità.

Perché il diavolo, intanto, era arrivato. Una volta conquistato l'ingresso in una casa, racconta Medwin, il Pacchiani diventava indispensabile: aveva sempre un maestro di lingua da raccomandare, intascando sottobanco parte del compenso; un palazzo da affittare, con una mancia mensile dal padrone di casa; un marchese misterioso disposto a separarsi da un Carlo Dolci o da un Andrea del Sarto, naturalmente originali. Medwin chiude l'elenco con una sfilza di qualifiche: mezzano, cicerone, conoscitore, dilettante e ruffiano. Gli Shelley si accorgono presto del suo carattere inaffidabile e del suo attaccamento ai quattrini. La biografa ottocentesca di Mary lo dice in una riga: li divertiva, ma non gli piaceva.

C'era però una casa pisana dove il Pacchiani era di casa davvero: quella dei Viviani. Il marchese Niccolò Viviani, governatore di Pisa, teneva da quasi cinque anni la figlia maggiore, Teresa, nel Conservatorio di Sant'Anna, e il canonico doveva farle da maestro di Dante. Il 27 novembre 1820 lei gli scrive per rimproverargli una visita mancata e ricordargli che anche Dante lo aspetta, perché brama di uscire «dalla Selva oscura» e di trovare «la diritta via». La lettera è inedita, ed è qui a Prato, alla Biblioteca Roncioniana, fra le carte di Francesco Pacchiani.

Così, nelle sue serate dagli Shelley, torna spesso a parlare di Teresa. «Poverina», sospira: si consuma come un uccellino in gabbia, vaga per i corridoi come un'anima inquieta, parla ai fiori che innaffia nella cella. Shelley, che davanti a una fanciulla prigioniera non aveva mai saputo resistere, ne resta colpito, e il Pacchiani organizza una visita al convento. Il 29 novembre 1820 ci accompagna Claire, la sorellastra di Mary; nei giorni seguenti tocca a Percy e Mary, che ci torneranno molte volte. Medwin, nel suo racconto, si attribuisce la prima visita insieme a Shelley; in realtà al parlatorio ci arrivò il 5 dicembre, quando il ghiaccio l'aveva già rotto Claire. Da lì cominciano le visite, le lettere in italiano, i mazzi di fiori mandati dal convento e i versi mandati in risposta. Le visite le fanno insieme, Percy e Mary: più che una relazione segreta, una causa romantica di famiglia.

Il frutto è l'Epipsychidion, uscito anonimo nel 1821, in cui Teresa diventa «Emily», un'anima gemella idealizzata fino a perdere ogni contorno umano. Medwin lo dice senza giri di parole: il mondo deve l'Epipsychidion al Pacchiani. Un canonico dantista che fa da Galeotto a un poeta inglese, cioè da mezzano d’amore: Galeotto è il cavaliere che nei romanzi bretoni fa incontrare Lancillotto e Ginevra, e Francesca da Rimini, nel quinto canto dell’Inferno, lo chiama in causa con il celebre “Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse”. E il bello è che il Pacchiani, proprio su Francesca da Rimini, stava scrivendo quella tragedia mai andata oltre il primo atto. Certe storie si scrivono da sole.

Le lettere di Teresa, oggi alla Bodleian di Oxford, ci restituiscono anche il Pacchiani visto da vicino, e per una volta Medwin non esagerava. Il 14 gennaio 1821 lei racconta a Mary una mattinata di ordinaria diavoleria. Alle nove e mezza il professore si presenta al convento con un giovane maestro che tutti chiamano Esopo e con un ragazzino a cui ha preso a fare lezione. Le chiede di darsi da fare con una certa Miss Moray perché qualche sua amica prenda Esopo come insegnante d'italiano, ma senza fare il suo nome: non vuole parere di metterci mano. Lo stesso giorno Mary scrive a Claire che Emilia le racconterà con quale moneta il Pacchiani intende farsi pagare la sua amicizia: attraverso di lei, favori e pranzi dagli inglesi.

Il soprannome, intanto, era arrivato anche in convento, ma in codice. In una lettera di febbraio Teresa si scusa con Mary per non averle risposto subito: era «con il olovaid». Diavolo, scritto al contrario, perché nessun altro capisse; lo stesso trucco lo usa Mary nel suo diario. Quel giorno, riferisce Teresa, il olovaid era stato meno impertinente del solito, ma le aveva parlato malissimo di alcuni inglesi di loro conoscenza. Il commento di lei meriterebbe una lapide: «questo gran biasimo venuto da Lui, mi fa sospettare, che abbiano, anzi, qualchè buona qualità».

Poi, a fine aprile, la notizia più gustosa. «Non sai ove hanno trovato il famoso inaihccaP?», scrive Teresa a Mary, sempre in codice. Dopo averlo cercato a Pisa e a Firenze, la polizia lo ha scovato a Livorno, in una soffitta angusta e buia, più bassa di lui, dove se ne stava nascosto tutto il giorno e da cui usciva soltanto quando «Lo giorno se n'andava». Anche nei guai, Dante. Il motivo delle ricerche era prosaico: da professore prendeva lo stipendio, e le lezioni non le faceva; ora gliel'hanno sospeso. Perché si nascondesse, nessuno lo sa, e Teresa azzarda la sua diagnosi: «Follia unita, forse, a dei debiti».

Veronica Varinelli, che di questa fuga non ha trovato traccia in nessuna biografia, avanza un'ipotesi più romanzesca. Proprio in quei mesi un giovane studente di legge, Francesco Danielli, che corteggiava Teresa e che forse le aveva presentato proprio il Pacchiani, finì in un'inchiesta di polizia per alcune lettere diffamatorie recapitate a un alto dignitario dell'Ordine di Santo Stefano. Portavano la firma falsa di tre professori noti per le loro idee liberali, e uno dei tre era il nostro canonico. Danielli fu presto scagionato; il Pacchiani, più avanti quello stesso anno, fu messo a riposo come professore emerito, con due terzi dello stipendio. Altro che cattedra perduta per una battuta, come raccontava lui a Medwin.

Come andò a finire con Teresa, fra parlatorio chiuso, nozze combinate, soldi chiesti a Shelley e una filastrocca velenosa di Mary, l'ho raccontato in un altro articolo, «Son tutti birbanti». Qui basta la riga con cui Mary, nel marzo 1822, chiude il sipario sulla compagnia pisana, quasi un appello dei presenti: "il Pacchiani è tornato a Prato".

E qui la storia fa un giro che a Prato, in casa mia, avrebbe fatto sorridere. Secondo Medwin, negli anni successivi il Pacchiani si ridusse più volte in miseria per le sue spese sconsiderate, i suoi eccessi e una smania di viaggiare che, a dire il vero, non lo portò mai oltre Livorno da una parte e Firenze dall'altra. Gli vennero sequestrate le rendite ecclesiastiche e finì perfino in prigione per debiti, finché i creditori non furono pagati. Eppure di entrate ne aveva due, e sicure: la rendita da canonico del Duomo di Prato e lo stipendio da professore universitario di Pisa, che anche da emerito continuò a prendere per due terzi. Senza contare la famiglia alle spalle. Il figlio della famiglia che era diventata proverbio per le spese senza misura, rinchiuso perché non poteva permettersele: se c'è una persona a cui un giorno qualcuno avrebbe potuto chiedere «Ma chi se' tu, i' Pacchiani?», era proprio un Pacchiani.

A Firenze, dove trovò un campo d'azione più largo, continuò a fare il diavolo incarnato, attivo e impiccione: fu lui, racconta Medwin, a portarlo anni dopo a trovare Teresa, ormai separata dal marito e malata. Il canonico morì a Firenze il 31 marzo 1835, lasciando più progetti che opere: la Francesca da Rimini ferma al primo atto, un poemetto su Colombo mai finito, versi sparsi. Fra le poche cose uscite postume c'è un Canto in morte di Ferdinando III: il granduca lo aveva difeso dalle lamentele per le lezioni saltate, e lui ricambiò con i versi funebri. C'è anche una lezione accademica su una parola difficile del Purgatorio, pubblicata trent'anni dopo da Cesare Guasti.

Oggi Prato gli ha intitolato una strada, via Francesco Pacchiani. Un uomo pubblico, in una strada pubblica: sull’acido muriatico si sbagliava, ma su questo, alla fine, ha avuto ragione lui; e sulla terza parte della frase, il Comune ha preferito soprassedere.