venerdì 10 aprile 2026

Non fu morire

Le Isole Ponziane da uno degli archi della fondazioni del tempio 

C'è una domanda che il Tempio di Giove Anxur, quassù proprio sopra Terracina, pone a chiunque abbia la pazienza di salire fin qui e stare in silenzio almeno cinque minuti. Non è una domanda archeologica; quella la lascio agli specialisti, che discutono ancora se fosse Giove o Venere a essere venerato tra queste pietre, con elegante ostinazione e senza apparente fretta di concludere. È una domanda più scomoda: gli dei sono davvero finiti?

Kavafis, in Terra Ionica, risponde di no. Risponde con la voce asciutta e un po' crudele che Guido Ceronetti gli presta in italiano: non fu morire, questo, per gli Dei. Le divinità pagane non sono scomparse con i loro templi; si sono dissolte nelle forme del mondo. Sono diventate paesaggio, luce, profilo di costa. Si sono nascoste così bene da sembrare assenti.

È un'idea che vale la pena prendere sul serio, al di là della suggestione poetica.

Ricostruzione del tempio di Giove Anxur 

Quando i Greci costruivano un tempio, non stavano solo edificando una casa per la divinità; stavano riconoscendo che quel luogo era già sacro. Il tempio non creava la presenza: la dichiarava. Capo Sunio appartiene a Poseidone non perché qualcuno lo abbia deciso, ma perché quel promontorio che precipita nel mare Egeo non può appartenere ad altro. Delfi è oracolo prima ancora che Apollo vi metta radici, perché quella fenditura nella roccia, quel vapore che sale dalla terra, quella voce che sembra venire dal basso del mondo, tutto questo chiede già una spiegazione soprannaturale. Il dio arriva dopo, per dare un nome a qualcosa che era già lì.

I Romani, più pragmatici e meno inclini alla meraviglia gratuita, istituzionalizzarono questo principio con il concetto di genius loci, lo spirito del luogo. Ogni angolo di terra aveva il suo, ogni fonte, ogni incrocio, ogni soglia. Non era superstizione minore: era il riconoscimento che certi luoghi esercitano una pressione sull'immaginazione umana che non si spiega solo con la geologia. Che c'è qualcosa, in alcuni posti, che continua a chiedere di essere nominato.

Il Circeo e la città di Terracina 

Il Cristianesimo ha fatto una cosa intelligente ereditando e utilizzando quella mappa. Le chiese sorgono quasi sempre sopra i templi; e i templi sorgevano già su siti di culto più antichi. La Vergine Maria ha preso in consegna santuari che erano stati di Iside, di Cerere, di Giunone;  dee della fertilità, della terra, della protezione, con una continuità che ha dell'imbarazzante se la si guarda da vicino. Non è sincretismo: è la stessa energia che cambia nome perché ogni epoca ha bisogno di chiamarla a modo suo.

E allora torno quassù, su questo promontorio che guarda il Tirreno con un certo distacco aristocratico, e quella domanda iniziale cambia forma. Non è: gli dei sono finiti? È: siamo sicuri di saper riconoscere come si presentano adesso?

La Grande Galleria all'interno delle sostruzioni 

Perché la luce cambia, quassù. Il vento si alza appena. E quelle colonne spezzate non sembrano resti — sembrano interruzioni. Pause di una frase che continua altrove, nel profilo del monte Circeo, nell'orizzonte piatto del mare, nell'occhio di chiunque si fermi a guardare abbastanza a lungo.

Terracina, sotto, fa il suo mestiere di città viva. Auto, voci, ombrelli, caffè. Ma la domanda che il tempio fa non scende con te quando esci dal cancello della biglietteria. Resta lì, sospesa tra le pietre, e aspetta il prossimo visitatore disposto ad ascoltarla.

Non fu morire, questo, per gli Dei. Fu solo smettere di farsi riconoscere. E la differenza, a pensarci bene, è enorme.

Le arcate che sostengono la terrazza del tempio