mercoledì 3 gennaio 2024

Terra Incognita, quarant'anni dopo

Jeffrey Smart, "Labyrinth" 2011

TERRA INCOGNITA

“And if he left off dreaming about you…”
THROUGH THE LOOKING-GLASS, IV
Ho incendiato la notte.

C’è nel buio qualcosa
che richiama alla mente
come un sogno, il ricordo
di una storia passata,
il profilo di un volto
conosciuto – chissà? –
forse in terra straniera.

Questa sera il mio buio
partorisce parole
come grumi di lava
ribollenti, messaggi
di presenze nascoste
oltre gli angoli oscuri,
dentro gli atrii, nei vuoti
corridoi, dietro i vetri
polverosi ed opachi
d’una vita tranquilla.

Tutti noi, qualche volta
ci svegliamo d’un tratto
riemergendo da sogni
più reali del vero.

Qualche volta; ed è dubbio
alla mente assonnata
se la vita sia quella
che si svolge (si è svolta?)
in quel vasto reame
o la tenebra, vuota
di parole e di suono
che ci avvolge e circonda.

Quasi senza volerlo,
per errore, di colpo
ci troviamo – che strano! –
nel paese di Alice,
in quel mondo oltre il mondo
che si cela nei lievi
interstizi fra i giorni,
tra le forme e le azioni
che compongono il corso
della nostra esistenza.

Si riaprono gli occhi
dentro questo paese
come chi torni a casa
dopo un lungo viaggio,
come se d’improvviso
l’infinita avanzata
delle ore e degli anni
si svelasse alla vista
solo un incubo, un cupo
labirinto di tempo
che ci aveva smarrito.

Chi lo sa? Forse è vero,
forse è vero che noi
- o quel dio molto strano
che per noi vive ed agisce –
esistiamo in un mondo
da noi stessi sognato.

Pure, è un mondo di cose
fisse chiare, legate
nello spazio e nel tempo:
ma pur sempre rimane
una traccia d’assurdo,
un ridicolo buco,
una macchia sull’oro
del vestito del re
che ci dice che tutto
è una buffa finzione,
una nave di carta,
un fondale d’un qualche
palcoscenico vuoto.

Mi è accaduto una volta
di svegliarmi, nel sogno,
e vedere il mio volto
frantumato, riflesso
in un lago di specchi
rotti in schegge, occhi vuoti
che fissavano un cielo
nuvoloso, incantato
in un rosso albeggiare
senza sole né ombra.

Due pareti di pietra
alte, aride, mute
racchiudevano tutta
quella vasta illusione.
Una strada, una traccia
d’un selciato consunto
traversava la gola,
inarcandosi in curve
per un’aspra salita.

Quel che più mi colpiva
di quel luogo straniero
era il tacito, ampio
silenzioso abbandono;
e dall’aria, dai rossi
indistinti dirupi
mi sembrava che un breve
ripetuto richiamo
si levasse, gridando
nel silenzio una frase,
come un verso arrochito
d’un uccello rapace.

Tutt’a un tratto ho pensato
d’esser morto, e che quella
mesta gola silente
fosse un limbo, un passaggio
verso un mondo lontano:
Ade, Averno, il paese
da cui più non si torna.

Mi rammento (ma forse
questo verbo, “rammento”
è insensato, in un sogno)
mi rammento che a lungo
ho seguito la traccia,
il sentiero, la gola
incurvata in tornanti,
giravolte, salite
senza fine, in un fermo
sanguinare di luce.

Nei romanzi i misteri
si dissolvono in fondo,
dopo l’ultima riga;
e l’arcano, quel pozzo
insondabile, oscuro
che celava il segreto
d’improvviso diventa
un trastullo di bimbo,
una maschera, un gioco.

Con un’aria fatata
di prodigio, il palazzo
parve nascere, infine
dopo un’ultima curva.
Un portone, gradini
consumati dai passi
scomparivano in ombre
più profonde e lontane.

Spinto come da un senso
di già fatto, un istinto
che sembrava sapere
d’esser stato altre volte
su per quella scalea,
spinsi forte il battente
ed entrai, silenzioso.

Fuga enorme di stanze!
Corridoi vuoti e ombrosi
senza luci, coi muri
anneriti e scrostati!
Echi d’echi di passi
ripercossi per mille
vuote sale; scaloni
che portavano a piani
dove tenebre e vuoto
eran soli, signori
della vasta dimora!

Quale vita a me ignota
s’era svolta, su questo
polverio di tappeti?
Quali i volti riflessi
dagli specchi, dai vecchi
quadri in ombra, scuriti
dalla corsa degli anni?
Un barbaglio dorato
riluceva nel buio.

Qualche raggio di luce
dall’esterno, filtrato
da pesanti cortine
e da vetri ingrigiti,
si posava sull’oro
stinto d’una cornice.

In penombra cricchiava
qualche tarlo, nascosto
dentro mobili antichi,
dietro arazzi, nei legni
intarsiati d’avorio.

Profusione d’oggetti!
Sedie tavoli addobbi
porcellane cristalli
specchi ciechi persiane
scuri vetri piombati
lampadari divani
miniature tovaglie;
il soffitto dal volto
pensieroso d’Atena,
vecchi tomi in in-quarto
rilegati di cuoio,
e camini di marmo
fatto a schegge dai troppi
ceppi arsi: un diluvio
di ricordi e di cose.

Mi sentivo un Astolfo
trasportato per caso
su una Luna che avesse
il sembiante sornione
d’un antico palazzo.

Chissà dove, dal nulla
parve sorgere un suono
d’arpicordo, una strana
lenta musica, il canto
delle cose perdute.

Una musica vaga,
smemorata, tranquilla
come quella che suona
dopo l’ultima festa
nel paese lontano
dove il cielo ha due lune
ed il vento la casa.

Era il ritmo dei giorni,
il respiro del mare,
l’agitarsi dei venti
che tornivano in nubi
bianche crete del cielo.

Mi sentivo felice.

Come nebbia di fronte
all’assalto dell’alba,
ora il buio svaniva
dalla sala. Dai vetri
si scorgeva già il sole;
e in un angolo oscuro
c’eri tu, non veduta,
che in silenzio guardavi.

Ti ho chiamata Chimera.
Ti ho cercata per mille
cupi luoghi deserti.
Qualche volta mi chiedo
se non sei un’illusione,
se negli occhi non porti
il dolore dei sogni,
delle cose che sanno
di non essere vere.

Non hai nome, lo so.
La tua casa è nel vento,
e nel cuore tu porti
una luce di rogo.

Come Venere, forse,
tu sei nata dal mare.
Ma sei qui, nel silenzio,
e mi fissi, e non parli.


1984