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| Valle delle Tagliole |
Stamattina sono tornato al Lago Santo Modenese per la mia prima uscita fotografica d’autunno. Cercavo le faggete accese di giallo, di arancio e di rosso, e le ho trovate persino più belle di quanto sperassi.
Ho sempre amato l’autunno, e credo che le ragioni abbiano poco a che vedere con la fotografia. È una stagione che mi riporta indietro, alle domeniche trascorse nella casa di campagna che avevamo in affitto, al fuoco acceso nel camino, alle castagne cercate nei boschi e alle bruciate che non mi piacevano nemmeno allora, ma che mi piaceva vedere preparare. Ricordo l’odore del fumo, l’aria pungente del mattino, le prime giornate fredde che annunciavano l’arrivo dell’inverno e, qualche volta, promettevano la neve.
Sono ricordi che appartengono soprattutto alla mia infanzia e alla mia adolescenza, a un mondo che in buona parte non c’è più. Non c’è più mio babbo. Non ci sono più le due case in cui abbiamo vissuto. Non ci sono più tante persone con le quali ho condiviso pezzi importanti della mia vita. Mi restano i ricordi, che il tempo ha probabilmente addolcito e trasformato. A volte mi ritrovo a guardare quel passato attraverso le lenti della nostalgia, e mi commuovo.
Ma l’autunno mi piace anche per quello che è, per quella straordinaria esplosione di colori che precede il riposo dell’inverno. Soprattutto mi piacciono i faggi, quando le loro foglie diventano gialle, quasi volessero trattenere tra i rami un po’ del sole che, giorno dopo giorno, se ne va. Stamattina, mentre camminavo intorno al lago, tra i tronchi argentati e le chiome dorate, mi è tornata alla mente una giornata di tanti anni fa.
Eravamo ancora al Lago Santo, io e mia moglie, sempre in autunno. Con noi c’era il nostro figlio maggiore, che allora aveva soltanto tre anni. Decidemmo di fare una passeggiata fino al Lago Baccio, quel piccolo specchio d’acqua incastonato sotto le pareti del monte Giovo.
Ricordo quella giornata con una nitidezza che mi sorprende ancora. C’era il sole, e la luce attraversava le foglie gialle dei faggi, che sulle rive del lago piegavano e intrecciavano i loro rami sopra l’acqua. Ogni tanto un soffio di vento muoveva le chiome e faceva tremare i riflessi, creando barbagli d’oro sulla superficie. Anche nostro figlio sembrava incantato da quella giornata. Guardava il lago, gli alberi, quella luce straordinaria che trasformava ogni cosa; poi ci fece una domanda che non ho mai dimenticato.
Ci chiese se sarebbe sempre stato così: il lago, gli alberi, il sole d’autunno. E noi lì, insieme a lui, a tenerlo per mano.