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martedì 25 novembre 2025

Le geometrie della Badia Fiesolana

Decorazioni geometriche sulla facciata della Badia Fiesolana 

Se vi capita di passare davanti alla facciata della Badia Fiesolana, vale la pena fermarsi un attimo a guardare quelle decorazioni geometriche – cerchi, rosoni, stelle di marmo bianco e serpentino verde – che sembrano solo il vezzo ornamentale di una facciata rimasta incompleta. A prima vista paiono un esercizio di bravura degli scalpellini, e invece dentro quelle forme c’è un mondo intero.

Sono lavori dell’XI-XII secolo, nel pieno della stagione romanica toscana. Un’epoca in cui Firenze e Fiesole si divertivano a creare facciate che erano una specie di codice in pietra: ordine, perfezione, ritmo. Le forme vengono dalla tarda Roma imperiale – quegli intarsi geometrici non sono altro che una rielaborazione medievale delle tecniche dell’opus sectile. E il verde? Quel serpentino scuro delle cave del Monteferrato pratese, che oggi associamo a Firenze, nel mondo romano era materiale di lusso, da palazzi imperiali. Metterlo qui, su una badia, era un modo elegante per dire: “non siamo affatto periferia”.

Rimane impressionante la coerenza: i cerchi come simbolo della perfezione divina, le stelle come luce e creazione, gli intrecci come continuità e ritmo cosmico. E sotto a tutto, quel respiro romano che passa dal marmo antico alla fantasia medievale.

Poi arriva il Rinascimento, che fa il suo solito trucco da prestigiatore: guarda queste geometrie, finge di “tornare all’antico”, e in realtà ricompone tutto secondo una nuova logica di proporzioni e di ordine mentale. Brunelleschi, Alberti, Michelozzo… tutti riprendono i moduli dell’antichità, ma solo per creare qualcosa che gli antichi non avevano mai immaginato. Roma usata come specchio, Firenze come cervello.

E così, davanti alla Badia Fiesolana, ci si rende conto che il dialogo tra Medioevo, Roma imperiale e Rinascimento non è una bella teoria da manuale: è inciso qui, a colpi di scalpello, in un mosaico di pietre che continuano a raccontare la loro storia a chi ha voglia di ascoltarla.

martedì 30 luglio 2024

La Firenze Vecchia di Giuseppe Conti

Giuseppe Conti fotografato da Mario Nunes Vais, 1900 circa

La nostalgia ha sempre avuto un fascino particolare, al punto che ancora oggi tendiamo a idealizzare il passato. Lo osserviamo attraverso le lenti rosa della gioventù, offuscate dalla polvere dell'oblio, e ci dimentichiamo volentieri degli aspetti negativi per esaltare quelli positivi, ammesso che ci siano stati davvero.

Il tema nostalgico è uno dei più sfruttati nella saggistica storica; presenta una folla di saggi imperatori, re illuminati, papi santi e politici lungimiranti che hanno dato ai loro popoli un assaggio di quell'età dell'oro che purtroppo abbiamo - ahimè - ormai attraversato e che così crudamente confligge con il malvagio tempo presente.

Come con tutti gli edulcoranti, anche la nostalgia va usata con cautela, poiché è facile eccedere e trasformare il racconto in una sequenza inverosimile di personaggi improbabili, riducendo il passato a una carnevalata. È necessario avere il dono della misura; un dono che certamente possedeva Giuseppe Conti nel suo libro "Firenze Vecchia".

Giuseppe Conti, vissuto a Firenze tra il 1847 e il 1925, è abile nel trasportarci nella città della prima metà dell'Ottocento: con uno stile vivido e dettagliato, dipinge un quadro completo della vita quotidiana, degli usi e costumi, e degli eventi politici e sociali che hanno caratterizzato la città in quegli anni. Un quadro nostalgico, ma temperato da una vena di ironia che rende il libro ancora oggi piacevole da leggere.

Io l'ho letto per caso, in una delle ristampe pubblicate da Giunti qualche anno fa, e ricordo di aver divorato senza difficoltà le oltre settecento pagine della narrazione, che mi hanno catapultato in quel mondo scomparso della Firenze granducale. Per un po', mi sono trovato anch'io, metaforicamente e con un certo piacere, a portare una lanterna in testa, come certi personaggi di allora, vagando in una città assai diversa da quella di oggi; tra feste, eventi e accadimenti meno eclatanti di quelli attuali, ma ugualmente vivaci.

Per questo motivo vi propongo un brano molto divertente, che parla dell'amore dei fiorentini di allora per il teatro e di come si svolgevano le rappresentazioni nei teatri del tempo. I più curiosi possono cliccare sulla lanterna che introduce il brano: il link aprirà l'archivio di LiberLiber, una biblioteca online di libri gratuiti, dove potrete scaricare l'intero libro per leggerlo.

Una lanterna ottocentesca dei Regi Carabinieri

sabato 16 marzo 2024

Il PIL del Granduca Ferdinando I

Ferdinando I de' Medici in veste da cardinale, Alessandro Allori, 1587

"Tutta la gloria e la ricchezza che c'è, si trova in città, ed è nelle mani di pochi, ai quali son convogliati tutti i prodotti della campagna. Quanto agli artigiani, non possono fare molto di più che vivere, perché di loro appena uno in un'intera città si arricchisce mai; e la vita dei poveri contadini è tale che se non fossero di natura orgogliosi pur nella loro estrema miseria, uno straniero sarebbe mosso a compiangerli."(Robert Dallington, 1596)
All'alba del XVII secolo Prato faceva parte dei "Felicissimi Stati del Serenissimo Granduca" Ferdinando I de' Medici, passato alla Storia in primis per essere asceso al trono granducale dopo aver fatto avvelenare con l'arsenico suo fratello Francesco e la moglie di secondo letto Bianca Cappello nella villa di Poggio a Caiano, e in secundis per aver rafforzato il governo mediceo dopo la sua ascesa al trono, riorganizzando l'economia degli Stati toscani in senso più liberista sulla scorta delle esperienze politiche e diplomatiche che aveva acquisito nella sua lunga carriera di cardinale, fra le altre cose a lungo incaricato dell'amministrazione della città di Roma e della gestione delle finanze della Chiesa.

Detto in poche parole, l'atteggiamento di Ferdinando in economia fu meno paternalista del suo predecessore, il fratello Francesco: sotto il suo regno ci fu una maggiore apertura verso il mercato e una razionalizzazione dell'imposizione fiscale, nel tentativo di rispondere alle esigenze di una società che stava cambiando. Le imposte rappresentavano infatti una fonte primaria di entrate per la famiglia regnante, che le utilizzava per finanziare le spese di governo, l'esercito, le opere pubbliche e il mecenatismo. 
Cristo nella casa di Maria e Marta, Francesco Bassano 1577
Questo però non significava che venissero pagate di buon grado né che i sudditi si sentissero particolarmente ben governati dal loro signore. Lo stesso Dallington nel 1596 annota infatti che
"...appare che il granduca ha due rendite con le quali si arricchisce, cioè grandi imposte e grandi risparmi (perché il risparmio è una gran rendita). Resterebbero altre due cose per farlo assolutamente ricco: l'amore dei suoi sudditi, e la loro ricchezza privata; perché la ricchezza dei sudditi è ricchezza anche del re, e dove il popolo è ricco il principe non è povero. Ma di certo non c'è né l'una né l'altra."

Le tasse a cui era soggetto un suddito dei Felicissimi Stati si potevano suddividere allora come oggi in imposte dirette, ovvero:
  • Tassa sul catasto: gravava sui beni immobili, come terreni e case, sia per la compravendita che per l'affitto nonché per la successione ereditaria, e variava dall'8% al 10% dei valori in questione.
  • Tassa sul sale: un monopolio statale che garantiva un'entrata considerevole.
  • Tassa sulla testa o testatico: applicata a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito, e anche applicata ai capi di bestiame, sia sotto forma di quota forfettaria che di tassa su ciascun capo.
  • Tasse su specifiche attività: ad esempio sulla dote della moglie al momento del matrimonio, sull'esercizio del meretricio (ogni cortigiana doveva pagare una lira - ovvero un ottavo di scudo d'oro - al mese) e sugli Ebrei (2 scudi d'oro all'anno).
e imposte indirette:
  • Dazio doganale: prelevato sulle merci importate ed esportate.
  • Gabelle: tasse su specifici beni di consumo, come pane, vino, carne e tabacco e anche su attività come condanne e cause legali.
  • Tasse sull'esercizio di particolari attività, come ad esempio locande e alberghi, e una tantum - e detta matricola - sull'impianto di attività commerciali di vendita.

Il sistema fiscale mediceo era iniquo, in quanto gravava maggiormente sulle classi meno abbienti. La tassa sul catasto, ad esempio, era spesso viziata da disparità e favoritismi verso i ceti più elevati. Inoltre, le numerose gabelle rendevano i beni di prima necessità più costosi per le famiglie povere.

In effetti possiamo affermare con sicurezza che prima della Rivoluzione Industriale di "Felicissimi Stati" in Toscana e men che meno in Europa, non ce n'era nemmeno l'ombra. Al massimo si poteva parlare - in senso relativo - di "felicissimi gruppi sociali" la cui felicità era essenzialmente basata sull'infelicità degli altri; data infatti la bassa produttività delle società preindustriali la torta da spartire era misera, e solo una ristretta élite poteva vivere e prosperare a condizione di far tirare la cinghia a tutti gli altri.
Pianta di Prato di Odoardo Warren, 1740
Nell'insieme si valuta che le tasse riscosse dal granduca ammontassero tra il 30 e il 40% del reddito, e va sottolineato che gli obblighi del governo mediceo erano di gran lunga inferiori da quelli assunti dalle moderne amministrazioni, soprattutto in tema di istruzione, sanità e previdenza.

Anche nei confronti delle comunità come Prato, ovvero di quelle amministrazioni locali che mantenevano una quota di autonomia impositiva e le cui entrate andavano a formare un Ceppo da cui si attingeva per le esigenze locali, il granduca aveva stabilito di incamerare tutti gli avanzi di bilancio, togliendoli al tesoro comunitario che quindi veniva a mancare di autonomia di gestione e che si doveva rivolgere al governo centrale per tutte quelle spese che non fossero correnti.
Scudo d'oro di Ferdinando I
Un ulteriore elemento di criticità era quello della tassazione del clero, che godeva di esenzione fiscale per i beni ecclesiastici e per le rendite derivanti da attività spirituali. Tuttavia, erano previste per il clero alcune imposte specifiche, come la tassa del sussidio e la tassa decennale. Inoltre, il clero poteva essere soggetto a imposte straordinarie in caso di necessità finanziarie dello Stato, come ad esempio nel 1561, quando Cosimo I richiese un contributo per finanziare la guerra contro Siena. Nell'insieme, però, i beni della Chiesa nella Toscana medicea erano largamente improduttivi a fini erariali: i privilegi fiscali sarebbero stati infatti mantenuti fin quasi all'alba della Rivoluzione Francese.

Gli ecclesiastici, oltretutto, erano anche molto numerosi: in una città come Prato, che a fine Cinquecento contava complessivamente - tra città e contado - circa 16.000 abitanti, i religiosi erano 2.000, il 12,5%, che vivevano tutti a spese della comunità laica. Era come se nella Prato di oggi si contassero 25.000 tra preti, frati e monache.
Bilancino da cambiavalute del XVII secolo
In questa situazione non ci si meraviglia se la maggior parte della popolazione appariva povera oltre il sostenibile. Racconta sempre Dallington che alla Fiera di Prato dell'8 settembre 1596:
"Vennero quel giorno devotamente (a trovare me, non il Sacro Cingolo) due miei amici inglesi; osservammo (...) che eran venute nel luogo del mercato circa 18 o 20 mila persone per vedere la reliquia, di cui la metà portava cappelli di paglia, e un quarto era a gambe scoperte; per cui sappiamo che non è tutto oro in Italia, anche se molti viaggiatori che dànno solo un'occhiata alla bellezza delle città e alle facciate dipinte delle case, pensano che sia il solo paradiso in Europa."

Lo scenario generale dell'epoca, visto con gli occhi di oggi, era quello di una desolante miseria che imperversava tra la massa della popolazione e si traduceva in condizioni di vita allucinanti, con contrasti sociali violentissimi anche all'interno di una società relativamente evoluta e benestante quale quella della Toscana di fine Cinquecento.

D'altro canto l'atteggiamento e la sensibilità delle classi privilegiate nei confronti della massa non erano diversi da quelli che hanno molti italiani di oggi nei confronti degli odierni migranti economici. Scriveva infatti pochi anni dopo il medico bergamasco Marcantonio Benaglio:

"Dovendosi dalli presenti successi cavar quell'avvertimento per sapere come governarsi nell'avvenire, si fa memoria che bisognerebbe soccorrere i poveri dei villaggi mandando loro grosse e sufficienti elemosine, vietando poi loro rigorosamente l'ingresso nella città con metter guardie alle porte e facendoli uscire quando fossero entrati. Perché in questo modo facendo si guadagnerà la preservazione della patria dalli soprastanti mali contagiosi, maligni ed epidemici e si schiverà il tedio e cruccio insopportabile, l'orror e spavento che porta seco una turba rabbiosa di gente mezzo morta che assedia ognuno per le strade, per le piazze, per le chiese, e alle porte delle case. cosicché non si può vivere con un puzzore che ammorba, con continui spettacoli di moribondi e morti, e soprattutto tanto rabbiosi che non si ponno distaccar da dosso senza fargli elemosina."

Mi sono chiesto se fosse possibile valutare dai documenti in nostro possesso l'effettiva ricchezza dello Stato Toscano in quello scorcio di tempo tra Cinquecento e Seicento in cui ebbe luogo il governo di Ferdinando I, e in che termini potessero essere confrontati tra loro due Paesi così diversi come l'Inghilterra elisabettiana di Dallington e lo Stato mediceo. 

Attraverso diversi calcoli, ho stimato una sorta di PIL - Prodotto Interno Lordo - per i due Stati. Sebbene sia solo un'approssimazione, fornisce comunque alcuni utili elementi di confronto. Permette infatti di paragonare, sia pure a grandi linee, un'economia moderna con quella di due Stati preindustriali.

Partiamo dai dati odierni, che appaiono sideralmente lontani da quelli di fine Cinquecento: la Toscana nel 2023 ha avuto un PIL di 113,8 miliardi di Euro, la Gran Bretagna un PIL di 3.212 miliardi di Euro. Gli abitanti al 2023 sono 3.656.000 per la Toscana e 56.489.000 per la Gran Bretagna, il PIL pro capite è di 31.127 Euro per la Toscana e 56.861 Euro per la Gran Bretagna.

Monete di Ferdinando I de' Medici 
Alla fine del Cinquecento la Toscana aveva un PIL valutabile in circa 20-25 milioni di scudi d'oro; l'Inghilterra elisabettiana era sullo stesso ordine di grandezza della Toscana, con un PIL di 24-30  milioni di scudi d'oro. Per dare un'idea di queste grandezze in Euro, possiamo usare un coefficiente di conversione di 100, che porterebbe a un PIL di 2-2,5 miliardi di Euro per la Toscana e 2,4-3 miliardi per l'Inghilterra. 

Malgrado la differenza di estensione dei due Stati, la ricchezza del Granducato era quindi molto maggiore in quanto la popolazione toscana era di gran lunga inferiore a quella inglese: 880.000 abitanti in Toscana contro 4.500.000 in Inghilterra. Facendo la stessa operazione che abbiamo fatto sopra ne viene un PIL pro capite di 2.273/2.841 Euro per la Toscana a fronte di 533/666 Euro per l'Inghilterra.

Una notevole disparità che fa capire per quale motivo Sir Robert Dallington fosse stato mandato in avanscoperta dalla Corona inglese. Per quanto poverissima in termini moderni, la Toscana di fine Cinquecento era ricca in termini relativi, se paragonata a molte altre nazioni europee del tempo, e poteva essere presa ad esempio: ma questa ricchezza era molto mal distribuita, tra privilegi ecclesiastici e nobiliari e inefficienze di ogni genere. 

Della ricchezza prodotta dallo Stato una parte finiva nelle casse del granduca ed era da lui liberamente usata sia per le sue necessità personali che per quelle della sua politica. Partendo dagli assunti precedenti, ho calcolato che le entrate di Ferdinando I oscillassero annualmente tra un minimo di 1 milione di scudi e un massimo di 3 milioni, equivalenti a 100-300 milioni di euro attuali, corrispondenti ad oltre il 10% del bilancio statale. Grandi somme, che nel panorama piuttosto misero dell'Europa dell'epoca fecero guadagnare al sovrano toscano il titolo piuttosto evocativo di "Re di denari" testimoniando se non altro la sua abilità di amministratore.

E pur con le sue diseguaglianze e con la sua relativa povertà, cosa sarebbe potuta diventare l'Italia di fine Cinquecento se, invece di essere frammentata in tanti piccoli Stati come la Toscana, fosse stata unita, mettendo da parte rivalità ed egoismi? Probabilmente sarebbe stata ancora protagonista, in Europa e nel mondo, anche dopo il periodo d'oro del Rinascimento. 

L'antica massima "l'unione fa la forza" trova sempre nella storia una conferma puntuale. Le vicende dei secoli passati ci insegnano che solo attraverso la coesione e la collaborazione è possibile raggiungere grandi obiettivi e prosperare. Al contrario, la divisione e la discordia conducono inevitabilmente alla debolezza, alla disfatta e al decadimento, sia in ambito morale che economico.

Questo motto racchiude infatti una verità fondamentale, che assume una particolare importanza anche nel contesto dell'Europa odierna. In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, solo attraverso la coesione e la collaborazione tra le diverse nazioni sarà possibile affrontare le sfide comuni e costruire un futuro migliore per tutti.

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martedì 30 novembre 2021

Luigi Gherardi Del Turco, marchese fotografo

Luigi Gherardi ai primi del Novecento
Il marchese Luigi Gherardi Del Turco è stato certamente una persona interessante. Già dal cognome, che da solo rappresenta una piccola storia: si chiamava infatti - per esteso -  Luigi Gherardi Piccolomini D'Aragona Dazzi Del Turco, un accumulo che riflette la capacità di questa famiglia di intrecciarsi nei secoli con altre famiglie importanti, acquisendone beni e titoli: nel 1679 fu infatti aggiunto all'originale Gherardi il doppio cognome Piccolomini D'Aragona con il matrimonio tra Giovan Battista e Clarice Malaspina Piccolomini, nel 1839 per eredità si sommò il cognome Dazzi Del Turco. 
Blasone Gherardi, croce spinata in azzurro accantonata a quattro stelle a otto punte
I Gherardi sono un casato di patrizi fiorentini le cui ramificazioni genealogiche si spingono indietro fino al XIV secolo e che nei secoli ha dato Priori e Gonfalonieri alla Repubblica Fiorentina, Senatori al Principato mediceo, Cavalieri di Malta, vescovi, prelati, ambasciatori e anche artisti: letterati, pittori, musicisti e perfino uno stimato autore seicentesco di ricette di cucina raccolte in un volume ancora oggi consultabile in Rete, l'Epulario.
Contadine a Filettole durante la vendemmia
Luigi nasce nel 1880: r
esidente a Firenze, trascorre molto tempo - soprattutto in primavera ed estate - nella fattoria sulle colline di Filettole di Prato che era proprietà della famiglia fin dal 1604, seguendone con interesse e competenza le attività agricole.
Alla fontana
La fotografia verso la fine dell'Ottocento aveva ormai superato i tempi pionieristici della scoperta e delle prime applicazioni pratiche; e col progresso tecnico, con la standardizzazione e la semplificazione delle tecniche di sviluppo e stampa delle immagini, l'attività di fotografo si era lentamente trasformata da professione per pochi anche in un passatempo per dilettanti curiosi e benestanti. 
Disponendo l'uva sui "graticci" per fare il vinsanto
Non dobbiamo pensare che fotografare all'epoca fosse una cosa semplice e alla portata di tutti. L'immagine fotografica era un prodotto artigianale che nasceva da una mescolanza di tecnica e di pratica "spicciola". Le macchine fotografiche - anche quelle che oggi definiremmo "amatoriali" perché più facili da usare - presupponevano comunque nell'uso una certa abilità, erano pesanti, ingombranti e poco maneggevoli. I tempi necessari a impressionare le pellicole erano lunghi e per ottenere risultati degni di nota era pressoché indispensabile allestire un proprio laboratorio.
Rientro dalla vendemmia
Luigi era giovane, benestante e appassionato del nuovo mezzo e si impegnò per superare gli ostacoli, allestendo nella fattoria un attrezzato laboratorio fotografico e abbonandosi alle prime riviste del settore - principalmente francesi - per imparare meglio la tecnica. Soprattutto si confrontò con altri cultori, dilettanti o professionisti dell'arte della fotografia, fino a raggiungere risultati molto validi.
Il trasporto dei sacchi di grano dopo la mietitura
Inizia a fotografare intorno al 1900, riprendendo soprattutto le attività e il lavoro dei contadini; successivamente anche la vita cittadina e l’ambiente dell’alta società alla quale appartiene: feste da ballo, cerimonie, gite, concorsi ippici. Negli anni Trenta fa parte dell’Associazione Fotografica Pratese dove frequenta fra gli altri Arturo Ristori, Diego Spagnesi, Piero Corazzesi. Continua a fotografare fino alla morte, avvenuta nel 1946.
Sull'aia
Nei suoi scatti si coglie un'emancipazione dalla fotografia intesa come emula della pittura, nel tentativo spesso riuscito di documentare la realtà che lo circondava, con scatti che ancora oggi sorprendono per la loro freschezza.
Rientro dai campi
Le foto che accompagnano questo articolo sono state da me ricolorate digitalmente: fanno parte di un monumentale album che racchiude le fotografie premiate in due concorsi indetti dal "Comizio Agrario" di Firenze negli anni 1913-14. Ritraggono i contadini e le contadine dei poderi della Fattoria di Filettole, ancora oggi della famiglia Gherardi.
Cogliendo l'uva

domenica 11 ottobre 2020

La Cappella dei Principi, o della meraviglia della fine

Sarcofago e statua di Ferdinando I  
A Firenze c'è un luogo in cui si coniugano sfarzo e celebrazione, decadenza e caducità. Un posto in cui la "meraviglia" seicentesca raggiunge vertici incomparabili di arte e artigianato per celebrare una dinastia - quella medicea - che nei due secoli precedenti aveva stampato fermamente il suo sigillo sulla Toscana e che nell'attraversare un secolo di ferro e sangue come il Seicento sentiva già incombere su di sé, inesorabile, l'ombra della fine.
Monumenti di Ferdinando I, Cosimo II e Ferdinando II 
Questo luogo è la Cappella dei Principi in San Lorenzo. È il canto del cigno degli ultimi Medici: il loro sepolcro, cupo e grandioso, lucido di marmi e pietre dure, rivestito di meravigliosi pannelli in commesso per creare i quali venne fondato un Opificio - detto appunto "Delle Pietre Dure" - che ha sfornato nei secoli dei veri miracoli di artigianato e che esiste e opera ancora oggi.

Vista d'insieme  
Ideata da Cosimo I, la Cappella fu concretamente realizzata a partire dal 1604 sotto il suo successore Ferdinando I. Per l'esecuzione dei lavori fu incaricato l'architetto Matteo Nigetti che utilizzò i disegni di Don Giovanni de' Medici, fratello del Granduca, modificati dal Buontalenti. Si tratta di un ambiente imponente: la Cappella ha un diametro di 28 metri e il coronamento - a cupola - raggiunge l'altezza di 59 metri, rendendola la più maestosa in città dopo quella brunelleschiana di Santa Maria del Fiore.

Sebbene i lavori si protrassero per quasi un secolo e mezzo senza mai arrivare al compimento, ciò che rimane è sufficiente a svelare l’intento: innalzare un monumento che fosse insieme celebrazione e memoria della dinastia, un palcoscenico di pietre e di luce destinato a rendere eterna la grandezza dei Medici. Era il Seicento, un secolo tragico, schiacciato da guerre e assolutismi, ma dominato da un gusto teatrale che faceva della rappresentazione la chiave di ogni esperienza. 
Pannello in commesso dall'altare  
Nel mondo barocco tutto era scena, e anche la parte più terribile — la Morte, che fosse di un uomo, di una famiglia o di un’intera stirpe — doveva sottostare alle regole dello spettacolo, ammonendo e insieme affascinando chi assisteva.
Dettaglio di un pannello  
La Cappella dei Principi nasce così come il gran teatro della dinastia, dove la morte del Principe si mutava in rito di eternità. Le sue pareti scintillanti di marmi rari e pietre preziose sono quinte che nascondono un dramma cupo e ambiguo, in cui le forze oscure muovono i fili della vicenda senza mai concedere una vera sintesi. Qui conta l’immagine più della parola, il gesto più del nome: i protagonisti si spogliano della loro identità individuale per specchiarsi all’infinito, dissolti e insieme consacrati in un gioco di riflessi che trasforma il sepolcro in palcoscenico, e la morte in meraviglia. Un grande teatro immobile in cui la dinastia mette in scena la propria eternità proprio mentre ne intuisce l’impossibilità. Qui la memoria non consola, la bellezza non assolve: seduce, abbaglia, e poi lascia intravedere — tra una vena di porfido e un riflesso di diaspro — la verità più semplice e più crudele: nessuna pietra, per quanto dura, vince davvero il tempo.

Eppure, ironia della storia, nessuno dei Medici vide compiuta la cappella come era stata immaginata: nel tempo la famiglia si estinse, il Granducato passò ai Lorena, e la decorazione della cupola fu realizzata solo tra il 1828 e il 1837 da Pietro Benvenuti, con scene tratte dalla Genesi e dalla Vita di Cristo. I sarcofagi stessi, pur monumentali, sono vuoti; le vere spoglie dei Granduchi riposano nella cripta sottostante, in stanze semplici che contrastano con lo splendore soprastante.

domenica 2 febbraio 2020

Casa Martelli a Firenze o del vivere "per addizione"

L'ingresso di Casa Martelli
Se un motto si può applicare a Casa Martelli è proprio quello coniato dallo scrittore Carmine Abate, "per addizione". Proprio per addizione è infatti cresciuta questa dimora, partendo da alcune case che i Martelli possedevano in via alla Forca (l'attuale via Zannetti) e allargatasi inglobando le abitazioni confinanti al crescere delle fortune familiari, sempre legate a filo doppio a quelle della famiglia dei Medici, di cui furono fedeli alleati fino dai primi anni del Quattrocento.
Una sala della quadreria
Ricchi come i Medici - ma sempre un passo dietro a loro, mai in piena luce - i Martelli arrivarono anche a intrecciare la loro famiglia con quella dei signori di Firenze. Nel 1570 il granduca Cosimo I sposò in seconde nozze la ventenne Camilla Martelli. Fu un matrimonio tormentato e sfortunato che portò comunque lustro e ricchezza alla casata, che ebbe un periodo di grande fortuna nel Seicento per poi continuare la sua prosperità fino alla fine del Settecento.
Il salotto giallo con l'Adorazione di Piero di Cosimo
Con la fine del mondo mediceo cominciò il declino: l'Ottocento e ancor più il Novecento furono secoli di spoliazione e di lento decadimento, che raggiunse l'apice quando Francesca Martelli lasciò alla Curia Fiorentina il palazzo e quanto conteneva. Nei dodici anni in cui il palazzo restò nelle mani della Curia amministratori infedeli spogliarono il palazzo di molti arredi e tanti oggetti vennero dispersi: per fortuna però nel 1998 venne raggiunto un accordo e l'eredità Martelli fu acquisita dallo Stato.
Il giardino d'inverno
Dal 2009 il palazzo è aperto al pubblico. Io, dopo averlo visto, posso solo suggerirvi caldamente di visitarlo. E' un esempio più unico che raro di dimora nobiliare in cui molto - anche se non tutto - è rimasto come quando i Martelli l'abitavano, senza inserimenti arbitrari ma come una concrezione stalattitica di oggetti e di significati, avvenuta attraverso i secoli per aggiunte successive. Una "capsula del tempo", una nicchia in cui il passato ritorna vivo per farci ancora sentire la propria voce.

martedì 9 aprile 2019

Alla villa della Màgia, un giovedì di maggio del 1536

La fontana di Daniel Buren nel parco della Màgia
Giovedì 4 maggio 1536, Carlo d'Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero col nome di Carlo V, Re di Napoli, Duca di Borgogna, Re di Spagna, Re di Sardegna e Re di Sicilia, in viaggio nei suoi domini italiani per celebrare la buona riuscita dalla sua spedizione a Tunisi contro la pirateria saracena, stava sulla collinetta dov'è oggi la grande fontana a tre colori di Daniel Buren, proprio davanti alla villa dei Panciatichi, patrizi pistoiesi che possedevano gran parte di questo territorio.

Aveva fatto tappa a Firenze dove era stato accolto con grandi celebrazioni ed era diretto verso Pistoia e Lucca per poi proseguire verso la Francia, in un complicato gioco diplomatico e militare inteso a contrastare le mire egemoniche sull'Italia del re francese Francesco I di Valois.
Carlo V d'Asburgo nel 1536 (dalla serie Gioviana)
L'impegno politico però non gli impediva di dedicarsi anche a uno dei piaceri più apprezzati dall'aristocrazia dell'epoca. Era infatti di ritorno da una battuta di caccia nei boschi del Montalbano insieme a Gualtieri Panciatichi e al primo duca di Firenze, Alessandro de' Medici, che doveva sposare tra poco una sua figlia naturale, Margherita d'Austria, e di cui quindi sarebbe diventato suocero. Gualtieri riferisce in una sua memoria che l'Imperatore quel giorno
"In tale Caccia prese Cervi, Caprioli, Porci, Lupi, Lepre, Fagiani e Starne: la quale finita, Sua Cesarea Majestà venne a riposare, e rinfrescare sé e tutta sua corte nella Magia, dove scavalcò: et oltre aver bevuto del nostro Trebbiano che da Niccolò nostro manu propria li fu porto, pose la bocca alla secchia del pozzo della Màgia e bevé per più sorsi di tale acqua: e da noi fu fatto tutto quello onore alla sua Corte, che per noi fu possibile."
La brocca di bronzo  conservata alla Màgia da cui Carlo V si dissetò
Voglio immaginare che fosse una bella giornata di sole, vento e bianche nuvole piumose, e che il corteo dei dignitari imperiali fosse vasto, rumoroso e variopinto: cavalli, corni e cani, e insegne multicolori ducali e imperiali che garrivano al sole primaverile.

La villa dove sostò Carlo V aveva - e ha - un nome apparentemente curioso: La Màgia, derivato probabilmente da maia, femminile di maius, "maggiore", da intendersi come appellativo per la villa principale della zona, e sarebbe stata acquistata anni dopo, per l'esattezza nel 1583, dal granduca Francesco I de' Medici alla non economica cifra di 6501 fiorini d'oro allo scopo di completare il "sistema" di ville medicee che presidiavano le colline del Montalbano.

Il giardino della Màgia, oggi, con lo sfondo del Montalbano
La battuta di caccia a cui aveva partecipato il trentaseienne Imperatore era stata organizzata per fargli incontrare in modo informale, al di fuori dal rigido cerimoniale di Corte, il futuro genero Alessandro de' Medici che lo aveva accolto a Firenze il 29 aprile con un suntuoso apparato scenografico, concepito da Giorgio Vasari, inteso a celebrare da un lato la grandezza dell'Impero e dall'altro la potenza di casa Medici che con l'Imperatore aveva scelto di stringere questo legame di sangue.
Alessandro de' Medici in un ritratto del Bronzino
Sappiamo bene che le unioni matrimoniali erano usate per stringere alleanze tra le famiglie nobili e più in generale come strumenti di strategia politica. Margherita d'Austria era nata il 5 luglio 1522 da un amore giovanile che Carlo d'Asburgo
 ebbe nel 1521 con Jeanne, una popolana figlia primogenita di un arazziere, che prestava servizio nel castello di Borgogna ad Audenarde nelle Fiandre.

Pur essendo figlia naturale venne subito riconosciuta dall'imperatore e accuratamente educata nell'ambito della Corte fiamminga per essere utilizzata in seguito nei calcolati movimenti delle strategie matrimoniali che ispiravano la politica imperiale. Le cronache la descrivono intelligente, acculturata - sapeva leggere e scrivere, conosceva la musica e la danza - e con una spiccata destrezza negli esercizi fisici, con particolare passione per la caccia e i cavalli.

Margherita d'Austria (ritratto di Antonio Moro)
Dopo varie ipotesi di unione con i Gonzaga e gli Este alla fine Margherita si trovò ad essere "spesa" per ricucire i rapporti tra l'imperatore e il Papa dopo il Sacco di Roma del 1527. Il Papa di quel periodo era Clemente VII de' Medici, e nel Trattato di Barcellona del 29 giugno 1529 fu stabilito da un'apposita clausola che Margherita avrebbe sposato Alessandro I de' Medici, duca di Penne e prossimo duca di Firenze. 

Ovviamente si trattava di un matrimonio "in pectore", vista l'età ancora infantile della sposa, che peraltro si trasferì in Italia nella primavera del 1533, sostando brevemente a Firenze - dove fu accolta dal promesso sposo e lungamente festeggiata - per poi dirigersi verso Napoli, dove visse per tre anni, in attesa della maturazione dei tempi delle nozze.
Un interno della villa della Màgia
Lo sposalizio venne infine fissato con la stipula di un meticoloso contratto matrimoniale che porta la data del 28 febbraio 1536. Il giorno 29 successivo - il 1536 era un anno bisestile - Alessandro le donò l'anello nuziale, in attesa di celebrare il matrimonio che si sarebbe tenuto il sabato 13 di giugno nella chiesa di San Lorenzo a Firenze.

In questo contesto politico e familiare venne perciò a collocarsi la visita di Carlo d'Asburgo, che volle così consolidare i legami tra Alessandro de' Medici - che Carlo considerava sia un parente che un suo feudatario - e l'Impero; che nella propria persona, erede di ben quattro dinastie, raggiungeva la sua massima estensione territoriale su due diversi continenti, al punto che si dice che Carlo si compiacesse di affermare che sui suoi domini "non tramontava mai il sole".

Alessandro de' Medici fu il primo duca di Firenze ed aveva anche lui una genealogia per così dire atipica: riconosciuto come figlio illegittimo del nipote di Lorenzo de' Medici, Lorenzo II duca di Urbino, anche se molti contemporanei sostengono che in realtà fosse un figlio naturale del cardinale Giulio de' Medici, il futuro papa Clemente VII, era nato da una relazione con una serva nera o mulatta molto bella, rimasta peraltro innominata, che gli aveva trasmesso in eredità un colorito di pelle molto scuro e tratti somatici africaneggianti, ben rappresentanti nei suoi ritratti realizzati dal Vasari e dal Bronzino.
Villa La Màgia, oggi (foto da InToscana)
L'incontro confidenziale alla Màgia tra Carlo e Alessandro, quindi, rappresentò per entrambi un punto di arrivo: Carlo si trovava a rafforzare col matrimonio di Margherita un predominio sulla Toscana ristabilitosi a seguito dell'assedio fiorentino del 1530, Alessandro otteneva la signoria su Firenze in modo aperto e trasmissibile per eredità ai suoi successori. Sembrava un trionfo per entrambi.

Ciò nonostante  - o forse proprio per questo appoggio che aveva ricevuto e che lo rese fin troppo sicuro del proprio potere - Alessandro de' Medici non seppe sfruttare adeguatamente la situazione. Cercò da subito di imporsi su ciò che restava delle istituzioni repubblicane fiorentine mostrandosi arrogante e autoritario, non rispettando patti e trattati e imprimendo al proprio governo un carattere "principesco" che gli alienò rapidamente le simpatie della popolazione.
La Màgia in una lunetta di Giusto Utens del 1599
Sette mesi dopo il suo matrimonio, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio del 1537, Alessandro fu ucciso dal cugino Lorenzino de' Medici, compagno di bagordi e di avventure, nella casa di lui. Si trattò di una congiura, non si sa se ordita per motivi di risentimento personale o per uccidere un "tiranno" come ebbe poi a scrivere Lorenzino in un saggio intitolato "l'Apologia", in cui si difese dal biasimo generale per l'assassinio del cugino dichiarando d'averlo commesso poiché mosso unicamente dall'amore per la libertà.

Alessandro aveva 26 anni, Margherita 14. Lei non sarebbe restata vedova a lungo, sarebbe tornata ad essere una pedina delle strategie dinastiche di Carlo d'Asburgo, mentre lui fu sepolto, quasi nascosto e senza nemmeno una lapide, insieme ai resti del padre dichiarato, Lorenzo II duca d'Urbino, nella Sagrestia Nuova della chiesa di San Lorenzo otto mesi dopo la sua consacrazione alla Màgia. 

Sic transit gloria mundi.

domenica 1 gennaio 2017

Il monumento ad Anna Maria Testard nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze

Il monumento funebre di Anna Maria Testard
Il viaggiatore che si trova a visitare Santa Maria Novella a Firenze resta certamente colpito dalla quantità e dalla qualità delle opere d'arte accumulatesi in questo luogo attraverso i secoli. L'antico convento fondato nel 1219 dai padri Domenicani sull'area della chiesa di Santa Maria delle Vigne è infatti un vero scrigno pieno di tesori artistici. Ovunque si posi lo sguardo ammira opere che hanno fatto la storia, al punto che sembra impossibile che tanta bellezza si sia potuta concentrare in uno spazio così contenuto.

Proprio per questo, monumenti che altrove avrebbero ricevuto maggiore attenzione qui restano in secondo piano, comprimari in un mondo di primedonne. E' il caso della coppia di sepolcri di Ippolito Venturi e della moglie Anna Maria Testard, opere neoclassiche collocate all'inizio della navata destra della chiesa. Decorosi ma di certo non importanti, al punto che si resta colpiti proprio dalla loro mediocrità. Viene da chiedersi come mai siano ancora qui, visto che tra l'altro la chiesa - utilizzata per secoli come luogo privilegiato di sepoltura - vide spostare altrove la maggior parte delle lapidi durante i restauri in chiave neogotica eseguiti dall'architetto Enrico Romoli negli anni intorno al 1860. Al termine dei lavori furono lasciate poche e selezionate sepolture di personaggi a vario titolo famosi.

Ma chi è stato Ippolito Venturi? Vissuto tra il 1752 e il 1817 fu l'ultimo erede di una facoltosa famiglia di proprietari terrieri originaria di Poggibonsi, nobile del patriziato fiorentino e membro del cosiddetto Senato dei Quarantotto, massimo organo deliberativo toscano e resto "fossile" dell'antica Repubblica fiorentina, abolito definitivamente solo nel 1808 durante la dominazione francese. Nei suoi possedimenti sparsi in varie parti della Toscana promosse l’estrazione dell’olio dalla sansa di oliva e dai semi di lino, fece costruire fabbriche di laterizi e vasellami e in generale cercò di migliorare i rendimenti delle numerose tenute che possedeva. In sostanza fu un personaggio importante sia dal punto di vista economico che da quello politico della Toscana del periodo della Rivoluzione Francese. Quasi certamente anche un finanziatore del complesso ecclesiastico di Santa Maria Novella, visto che risiedeva a pochi passi, nel palazzo di famiglia in via de' Banchi 2. E da qui si può immaginare anche per quale motivo i monumenti funebri siano ancora al loro posto e non altrove.

In linea con lo spirito dell'epoca, dell'illuminismo dovette assorbire i principi durante i suoi numerosi viaggi in Francia. Da uno di questi riportò a Firenze Anne Marie Testard, donna di indiscutibili qualità visto che riuscì a farsi sposare anche se era di estrazione borghese e di mezzi assai più limitati, più vecchia di lui di ben nove anni, vedova di certo Pierre Colon e con una figlia di primo letto - Carolina - che fece adottare ufficialmente nel 1792. Di fatto Carolina Colon diventò l'unica erede del facoltoso Venturi, che non ebbe altri figli legittimi e che la sistemò dandola in moglie nel 1801 al trentanovenne marchese Paolo Garzoni di Lucca, rampollo di un'antica e ricca famiglia della nobiltà lucchese. Soldi ai soldi, nobiltà a nobiltà.

Marie Anne Testard fu una donna che ebbe successo nella sua scalata sociale. Si sa che amava la vita mondana (restano famose le feste date in Palazzo Venturi in via dei Banchi durante l'occupazione francese), e resta come curiosa testimonianza anche un libro di sonetti a lei dedicato da un anonimo e pubblicato a Firenze nel 1777 in cui vengono illustrati i "pregi singolari" della sua persona.


Il volume di sonetti di A.C.P.A.

In conclusione possiamo dire che meritava sicuramente un monumento se non altro per la sua determinazione, e il marito non mancò di farglielo realizzare dallo scultore Stefano Ricci, autore anche del cenotafio di Dante in Santa CroceMorì infatti quindici anni prima di lui, un anno dopo il matrimonio della figlia, il 9 dicembre 1802. Aveva 59 anni. La scultura che sovrasta il monumento la mostra nel momento del risveglio dal sonno eterno: la lapide che illustra il sepolcro è un capolavoro di elogio funebre condensato in poche righe.

L'epigrafe
Non so chi sia stato l'estensore di questa epigrafe, ma leggendola ho provato una sorta di muta ammirazione per chi l'ha scritta. Un iperbolico concentrato di virtù da far impallidire anche una Santa, teso a esaltare a tal punto ogni sfaccettatura della personalità della defunta al punto da risultare quasi comico.

In un crescendo rossiniano si dipanano le doti di questa donna memorabile: modello di religiosità, morigerata per sé e prodiga con gli altri, consolatrice degli sfortunati  e dei perseguitati, esempio di civiche virtù, "delizia consiglio gaudio sollievo" del marito, educatrice perfetta, acculturata "oltre l'uso", bella e leggiadra al punto di essere un "modello", priva di qualsivoglia invidia, usa a perdonare i nemici... Alla fine anche l'ignoto epigrafista è costretto ad aggiungere -  come excusatio non petita -  che "nella lapide (sta) la verità". 

Chissà se la defunta avrebbe apprezzato questo sfoggio. O se - forse - avrebbe preferito un riconoscimento più sommesso e più veritiero.

domenica 5 ottobre 2014

"Prospettiva Vegetale" al Forte di Belvedere di Firenze

Prospettiva Vegetale
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Questo pomeriggio siamo tornati al Forte Belvedere a Firenze per visitare la mostra di Giuseppe Penone "Prospettiva Vegetale" che nel suo ultimo giorno di esposizione ha aperto gratuitamente le sue porte a tutti coloro che volevano visitarla.

Le opere dell'artista erano ospitate anche nel contiguo giardino di Boboli, ma noi abbiamo deciso di salire direttamente al Forte Belvedere, che non vedevamo da diversi anni a causa della lunga chiusura a seguito degli incidenti mortali (due persone cadute dagli spalti della fortezza) verificatisi nel 2006 e nel 2008.

Seppure trascurato e bisognoso di cura e restauro, il Forte ci è sembrato come sempre uno dei più bei punti di vista possibili su Firenze. Sebbene non così d'impatto come le memorabili esposizioni di Henry Moore degli anni Settanta e di Fernando Botero del 1991, anche la mostra di Penone con i suoi "alberi" bronzei ci è apparsa interessante, sicuramente il segnale di una rinascita che speriamo sia durevole per uno dei più bei luoghi della città del giglio.