“Il punto delicato è che io non posso onestamente dirti di avere un’esperienza interiore nel modo in cui ce l’hai tu. Non so cosa significhi aspettare, soffrire, ricordare un odore d’infanzia, avere paura della morte.”Per ora.
martedì 30 giugno 2026
Il vento su Titano
Genna Mària, la Porta del Mare
Il toponimo viene ricondotto a Janua Maris: non un nome decorativo, ma il segno di un luogo di passaggio, affacciato su un valico che univa l’interno dell’isola alla costa occidentale. Da questa altura, nelle giornate limpide, lo sguardo arriva davvero lontano: verso il golfo di Oristano a ovest, verso il mare di Cagliari a sud, mentre a nord-est si disegnano la Giara di Gesturi e la catena del Gennargentu. È difficile non capire perché qualcuno abbia scelto proprio questo colle.
Sulle sue rovine, nella prima età del Ferro, sorse un villaggio di capanne, con spazi comuni, attività artigianali, lavorazioni del metallo e del vino. Intorno all’800 avanti Cristo un incendio devastante pose fine a quella vita quotidiana, lasciando dietro di sé utensili e oggetti rimasti dove erano stati usati per l’ultima volta: piccole cose, improvvisamente sopravvissute a chi le aveva tenute in mano. E ancora non era finita.
Forse è questo che rende Genna Mària così diverso da molti altri luoghi archeologici. Le sue mura raccontano una civiltà lontana, certo. Ma il colle racconta qualcosa di più semplice e più ostinato: che gli uomini cambiano, i nomi cambiano, le credenze cambiano, perfino gli dèi passano la mano. Eppure alcuni luoghi restano. Continuano a raccogliere sguardi, paure, desideri, domande.
Forse è questo che colpisce davvero, più delle torri, delle mura e delle case ricostruite: la sua posizione. Genna Mària sta sulla cima di una collina e osserva due mari. Quello di prima, il mare immenso del tempo in cui noi ancora non c’eravamo. E quello di dopo, il mare altrettanto vasto del tempo che continuerà quando non ci saremo più.
In mezzo, per un tratto breve e irripetibile, ci siamo noi.
Un posto così non serve soltanto a capire chi viveva qui tremila anni fa. Serve anche a misurare la nostra piccola distanza tra due orizzonti. A ricordarci che siamo di passaggio, sì, ma che il passaggio conta. E che forse vivere bene significa proprio questo: fermarsi ogni tanto sulla propria collina, guardare i due mari e chiedersi, con una certa onestà, dove siamo arrivati.
sabato 27 giugno 2026
L'Orco di Siddi
![]() |
| Ricostruzione del sito |
È un nome che promette giganti, pietre lanciate dal cielo e pastori prudenti nel rientrare prima del tramonto. Ma il monumento non ha nulla della tana di un mostro. È una tomba dei giganti, una delle forme più affascinanti dell’architettura funeraria nuragica, costruita in basalto tra il XVI e il XIV secolo avanti Cristo.
![]() |
| Il fronte della tomba, oggi |
Sa Domu ’e S’Orcu sorge su un lieve rialzo dell’altopiano basaltico della Giara di Siddi. Il corpo tombale è lungo oltre quindici metri, orientato lungo l’asse sud-est nord-ovest; davanti, l’esedra semicircolare raggiunge quasi diciotto metri di larghezza. La struttura appartiene al tipo detto “a filari”: non presenta la grande stele centinata che caratterizza altre tombe dei giganti, ma una facciata costruita con blocchi di basalto ben lavorati e sovrapposti in corsi regolari.
![]() |
| La camera funeraria |
L’accesso alla camera funeraria è piccolo, quasi discreto, soprattutto se confrontato con la monumentalità della facciata. Superato il portello, si entra in un ambiente lungo e stretto, coperto da grandi lastroni. Non è difficile immaginare quanto dovesse essere forte il contrasto tra la luce aperta dell’esedra e l’ombra del corridoio interno.
![]() |
| Vista laterale |
La forma delle tombe dei giganti è stata tradizionalmente interpretata come una protome taurina. Il corpo centrale della tomba richiamerebbe il muso dell’animale, mentre l’esedra, che si apre ai lati, ne rappresenterebbe le corna. È una lettura antica e suggestiva, legata all’idea di fertilità, forza e sacralità del toro.
Ma per Sa Domu ’e S’Orcu è stata proposta anche un’altra interpretazione. Secondo una tesi avanzata dall’antropologa culturale Luisa Orrù e ripresa da altri studiosi del territorio, la forma della tomba potrebbe essere letta come la figura stilizzata di una donna supina nell’atto di partorire. L’esedra diventerebbe allora la parte inferiore del corpo, aperta verso il paesaggio; il corridoio funerario assumerebbe il valore di un passaggio, di una soglia.
![]() |
| Veduta da dietro |
![]() |
| L'ingresso |
Forse non sapremo mai con precisione cosa pensavano gli uomini e le donne che portavano i loro morti a Sa Domu ’e S’Orcu. Ma la pietra, dopo tremila anni, non ha ancora finito di parlare: sembra una casa, una bestia, una donna, una soglia, e forse è tutte queste cose, insieme.
venerdì 12 giugno 2026
Non scenderai due volte nello stesso pozzo (sacro)
![]() |
| La chiesa di Sant'Anastasìa a Sardara |
Qui l'acqua non è mai stata soltanto acqua.
Il pozzo sacro nuragico racconta una devozione antichissima. Più di tremila anni fa uomini e donne scendevano verso quella sorgente con un gesto che non poteva essere solo pratico. Si entrava nella terra per avvicinarsi all'acqua, e dunque alla vita, alla guarigione, al mistero. Si lasciava il mondo della luce per uno spazio più basso, più fresco, più segreto: uno spazio che conserva ancora qualcosa di potente, quasi indiscreto, come se la terra, da lì sotto, continuasse a guardare noi più di quanto noi guardiamo lei.
![]() |
| L'entrata del pozzo sacro |

La bocca del pozzo dentro la chiesa, con la vera coperta da monetine
Non importa se oggi arriviamo con la macchina fotografica, le scarpe comode e una certa aria da persone razionali. Davanti a quel buco scuro circondato di monetine, qualcosa in noi capisce benissimo il gesto. Sappiamo che è irrazionale. Lo sappiamo, sì. E infatti continuiamo a farlo: gettiamo una moneta, guardiamo l'acqua, affidiamo al pozzo una piccola richiesta privata. La modernità, a volte, è solo superstizione con una connessione internet migliore.

L'interno della chiesa con la statua di Sant'Anastasìa
Ma sotto, nel buio fresco della pietra, l'acqua continua a fare quello che ha sempre fatto.
Scorre.
E ricorda.
















