martedì 30 giugno 2026

Genna Mària, la Porta del Mare


A Villanovaforru il nuraghe di Genna Mària domina la Marmilla dall’alto di una collina che, forse, sarebbe più giusto ricordare anche con il suo nome antico: Genn’e Mari, la Porta del Mare.

Il toponimo viene ricondotto a Janua Maris: non un nome decorativo, ma il segno di un luogo di passaggio, affacciato su un valico che univa l’interno dell’isola alla costa occidentale. Da questa altura, nelle giornate limpide, lo sguardo arriva davvero lontano: verso il golfo di Oristano a ovest, verso il mare di Cagliari a sud, mentre a nord-est si disegnano la Giara di Gesturi e la catena del Gennargentu. È difficile non capire perché qualcuno abbia scelto proprio questo colle.


Genna Mària non è soltanto un nuraghe: è un piccolo mondo costruito per osservare, difendere, abitare. Il primo nucleo risale all’età del Bronzo Medio, quando venne innalzata la torre centrale; poi arrivarono le torri laterali, il bastione, l’antemurale, il pozzo scavato nel cortile. Da lassù non si controllava soltanto una vallata: si tenevano d’occhio vie di passaggio, insediamenti, altri nuraghi, la trama intera di una Sardegna già densamente abitata e organizzata. Alla fine dell’età del Bronzo il nuraghe venne abbandonato. Ma il colle non smise di vivere.

Sulle sue rovine, nella prima età del Ferro, sorse un villaggio di capanne, con spazi comuni, attività artigianali, lavorazioni del metallo e del vino. Intorno all’800 avanti Cristo un incendio devastante pose fine a quella vita quotidiana, lasciando dietro di sé utensili e oggetti rimasti dove erano stati usati per l’ultima volta: piccole cose, improvvisamente sopravvissute a chi le aveva tenute in mano. E ancora non era finita.


Secoli dopo, Genna Mària tornò a essere un luogo sacro. Nel nuraghe furono deposte lucerne, monete, incensieri, bruciaprofumi, specchietti e perfino piccoli oggetti preziosi. È un deposito di gesti, più che di reperti: persone che salivano fin lassù per chiedere qualcosa, ringraziare, affidare una speranza alla pietra. Probabilmente a una divinità legata al ciclo agrario, alla fertilità della terra, a quel misterioso patto tra seme, stagione e raccolto da cui dipendeva la vita di tutti.

Forse è questo che rende Genna Mària così diverso da molti altri luoghi archeologici. Le sue mura raccontano una civiltà lontana, certo. Ma il colle racconta qualcosa di più semplice e più ostinato: che gli uomini cambiano, i nomi cambiano, le credenze cambiano, perfino gli dèi passano la mano. Eppure alcuni luoghi restano. Continuano a raccogliere sguardi, paure, desideri, domande.


Dal colle di Genna Mària lo sguardo corre verso la Giara, verso Sa Corona Arrubia, verso i paesi disseminati tra i campi della Marmilla. E viene da pensare a quante persone abbiano attraversato questo stesso paesaggio prima di noi: uomini e donne dell’età del Bronzo, abitanti del villaggio, pastori, contadini, guerrieri, mercanti, fedeli arrivati con una lampada o una moneta da lasciare davanti a una divinità. Ma il nuraghe è rimasto lì mentre tutto il resto cambiava.

Forse è questo che colpisce davvero, più delle torri, delle mura e delle case ricostruite: la sua posizione. Genna Mària sta sulla cima di una collina e osserva due mari. Quello di prima, il mare immenso del tempo in cui noi ancora non c’eravamo. E quello di dopo, il mare altrettanto vasto del tempo che continuerà quando non ci saremo più.

In mezzo, per un tratto breve e irripetibile, ci siamo noi.

Un posto così non serve soltanto a capire chi viveva qui tremila anni fa. Serve anche a misurare la nostra piccola distanza tra due orizzonti. A ricordarci che siamo di passaggio, sì, ma che il passaggio conta. E che forse vivere bene significa proprio questo: fermarsi ogni tanto sulla propria collina, guardare i due mari e chiedersi, con una certa onestà, dove siamo arrivati.

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