Il toponimo viene ricondotto a Janua Maris: non un nome decorativo, ma il segno di un luogo di passaggio, affacciato su un valico che univa l’interno dell’isola alla costa occidentale. Da questa altura, nelle giornate limpide, lo sguardo arriva davvero lontano: verso il golfo di Oristano a ovest, verso il mare di Cagliari a sud, mentre a nord-est si disegnano la Giara di Gesturi e la catena del Gennargentu. È difficile non capire perché qualcuno abbia scelto proprio questo colle.
Sulle sue rovine, nella prima età del Ferro, sorse un villaggio di capanne, con spazi comuni, attività artigianali, lavorazioni del metallo e del vino. Intorno all’800 avanti Cristo un incendio devastante pose fine a quella vita quotidiana, lasciando dietro di sé utensili e oggetti rimasti dove erano stati usati per l’ultima volta: piccole cose, improvvisamente sopravvissute a chi le aveva tenute in mano. E ancora non era finita.
Forse è questo che rende Genna Mària così diverso da molti altri luoghi archeologici. Le sue mura raccontano una civiltà lontana, certo. Ma il colle racconta qualcosa di più semplice e più ostinato: che gli uomini cambiano, i nomi cambiano, le credenze cambiano, perfino gli dèi passano la mano. Eppure alcuni luoghi restano. Continuano a raccogliere sguardi, paure, desideri, domande.
Forse è questo che colpisce davvero, più delle torri, delle mura e delle case ricostruite: la sua posizione. Genna Mària sta sulla cima di una collina e osserva due mari. Quello di prima, il mare immenso del tempo in cui noi ancora non c’eravamo. E quello di dopo, il mare altrettanto vasto del tempo che continuerà quando non ci saremo più.
In mezzo, per un tratto breve e irripetibile, ci siamo noi.
Un posto così non serve soltanto a capire chi viveva qui tremila anni fa. Serve anche a misurare la nostra piccola distanza tra due orizzonti. A ricordarci che siamo di passaggio, sì, ma che il passaggio conta. E che forse vivere bene significa proprio questo: fermarsi ogni tanto sulla propria collina, guardare i due mari e chiedersi, con una certa onestà, dove siamo arrivati.





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