lunedì 19 agosto 2024

Redipuglia, 5 luglio 1939

Redipuglia, lettera "F"

Premessa

Nel giugno del 2024, tornando da Trieste, mi sono fermato ancora una volta a Redipuglia.

C'ero già stato due volte, la prima da bambino con mio padre. Questa volta, camminando lungo le gradinate del sacrario, mi sono fermato davanti ai nomi che cominciano per F e ho pensato che fra quelle lettere avrebbe potuto esserci anche il cognome di mio nonno.

Diego Faldi era un ragazzo del 1899. Chiamato alle armi non ancora diciottenne, dopo l'addestramento a Rovezzano fu inviato sul fronte del Grappa alla fine del 1917. Sopravvisse alla guerra, tornò a Prato, sposò Umberta, ebbe due figli - mio babbo e mio zio - e morì nel 1963, un anno dopo la mia nascita.

Di quello che aveva vissuto al fronte, nella mia famiglia, non era rimasto quasi niente. Ho cominciato allora a cercare, e i documenti civili e militari mi hanno restituito date, luoghi, spostamenti e nomi. Fra questi quello di Gino Melani, un altro ragazzo del 1899, morto il 23 dicembre 1917 durante un'azione sul fronte del Grappa e legato, secondo quanto è rimasto nella memoria familiare, alla sopravvivenza di mio nonno.

Non sono invece riuscito a stabilire con certezza a quale reparto fossero assegnati Diego e Gino in quei giorni. Nel racconto li ho collocati nel 92° Reggimento fanteria della Brigata Basilicata, realmente impegnato nel settore dell'Asolone nel dicembre del 1917.

Da ciò che è documentato, da ciò che è rimasto nella memoria familiare e da ciò che può ragionevolmente essere accaduto nasce questo racconto. Diego, Gino e le persone della famiglia sono realmente esistiti; altri personaggi e molti dei dialoghi appartengono invece alla ricostruzione narrativa. Dove i documenti tacciono, ho provato a immaginare ciò che nessun archivio può conservare: le parole, le paure, i silenzi.

mercoledì 7 agosto 2024

Il re di Asine di Ghiorgos Seferis

Salendo al monte Kinthos, isola di Delos, 1991
Se penso a una singola lirica moderna che nella mia mente rappresenti l'essenza della Grecia, penso al Re di Asìne di Ghiorgos Seferis. Insieme ad Itaca di Konstantinos Kavafis, mi emoziona in modo incontenibile. Leggendola, mi trovo anch'io sotto il gran sole greco dell'estate, arrampicato insieme al poeta sulla rupe marina che ospita i pochi resti consumati dal tempo della città di Asìne, ed evoco insieme a lui, tra i pochi resti smozzicati di una grandezza scomparsa, le domande che in fondo tutti ci facciamo.

Cosa resterà di noi? Cosa resta davvero di tutto, al di là delle poche spoglie corrose dal tempo, delle statue, delle navi scomparse, attraccate in un porto ormai sparito? Forse un nome – incerto come quello di Asìne – che rimbomba nel vuoto che si apre dietro il "coperchio d'oro del nostro esistere" e che nasconde, come la maschera d'oro di Agamennone, la nostra vera essenza: un punto oscuro, sfuggente e indecifrabile come la traccia di un pesce nella bonaccia marina, l'ombra di un flutto nell'infinità del mare.