domenica 28 febbraio 2021

Gocce di preistoria


Sicuramente invidiose per l'abbondanza di minerali del Monteferrato, anche le rocce sedimentarie dell'Appennino Pratese hanno per così dire "partorito" una loro gemma, che le caratterizza e identifica in modo peculiare: il quarzo a tramoggia aeroidro.

Lo troviamo abbastanza facilmente nelle spaccature delle arenarie, accompagnato dal più familiare carbonato di calcio o calcite. In piccoli cristalli che sembrano di vetro o in esemplari assai più grandi: a Porretta a fine Ottocento venne scoperta una prolifica vena dall'allora presidente della sezione bolognese del CAI, Luigi Bombicci, e da questa uscirono negli anni diverse centinaia di grandi esemplari, molti dei quali sono tutt'oggi visibili nel museo a lui intitolato che si trova a Bologna.

Il quarzo a tramoggia è una varietà di quarzo che nasce nelle profondità delle faglie ricche di silice delle nostre montagne, che attraversate da fluidi idrotermali in condizioni di grande calore e pressione hanno fatto nascere degli straordinari cristalli prismatici trasparenti dalle dimensioni davvero importanti, a volte anche di decine di centimetri.

Ciò che distingue questi cristalli dai loro fratelli alpini è la crescita "a imbuto" delle loro faccette, che vede il centro molto più in basso dei bordi del cristallo, creando un aspetto "a gradini" che per affinità con i contenitori utilizzati nei mulini e delle miniere definisce appunto come "a tramoggia" questa sottospecie.

Ma oltre a questo dato che ne caratterizza l'aspetto c'è un'altra particolarità che rende queste "gemme" davvero interessanti.  Imprigionati nella struttura cristallina ci sono molto spesso bitumi e argille accompagnati da bolle di acqua mista a gas - in genere metano - che sono coevi del cristallo, e quindi infinitamente antichi. 

Gocce di preistoria, miracolosamente arrivate fino a noi con solo una faccetta di cristallo a proteggerle!

giovedì 25 febbraio 2021

Le gemme del Monteferrato

Granato Andradite nella varietà Topazolite
Visto l'interesse che tanti hanno per il nostro Monteferrato, vorrei sottolineare il fatto - che molti forse conosceranno - che le tre "gobbe" che onorano il nostro paesaggio non sono di origine vulcanica effusiva (come l'Etna, per capirsi) bensì create dall'emersione e frammentazione del mantello terrestre a seguito del movimento di deriva delle placche continentali.

In altre parole, il Monteferrato non è mai stato un vulcano, bensì un frammento dell'antico fondale dell'Oceano Tetide portato in superficie da fenomeni di obduzione (spinta verso l'alto) che hanno letteralmente portato alla luce - come con una sorta di ascensore - rocce che originariamente stavano a decine di chilometri sotto la crosta terrestre degli antichi continenti.

Questo ha creato un ambiente unico, dal punto di vista geomineralogico. Sul Monteferrato sono stati trovati minerali altrove rarissimi o peraltro di difficile reperibilità. Contrariamente ai monti circostanti è comune la presenza di percentuali anche importanti di metalli che nel passato - soprattutto nella zona di Figline - diedero origine a coltivazioni e a lavorazioni preindustriali e che durante il periodo dell'autarchia negli anni Trenta del Novecento portarono perfino a ricerche geominerarie nell'area del monte Piccioli.

Per me, comunque, il simbolo del Monteferrato è una gemma: verde come il "marmo verde di Prato" è un granato, in particolare una sottovarietà del tipo andradite, ricco di calcio e di ferro, di un colore che va dal verde giallo chiaro al verde erba intenso.

Si chiama Topazolite, la potete vedere nella foto.