venerdì 4 giugno 2021

Dal Teatro del Silenzio alla Pietra Cassia

Il Teatro del Silenzio, 2021  

Vicino a Lajatico, in val d'Era, c'è uno degli itinerari che non possono mancare nel palmarés dei camminatori curiosi, interessati di storia e di natura. 

È una passeggiata che fa ben capire quante diverse origini concorrano a dar forma al nostro territorio, e come il paesaggio che ci circonda abbia assunto l'aspetto che crediamo di conoscere da un incessante compenetrarsi di azioni umane e naturali. E' un percorso che non scala vette ma attraversa colline, boschi e coltivi fino a raggiungere uno dei luoghi più affascinanti di questa parte di Toscana: la Rocca di Pietracassia.

Teatro del Silenzio, ingresso alla platea  

Si parte dal suggestivo anfiteatro del Teatro del Silenzio, a due passi dal paese. Creato nel 2006 da un'intuizione del cantante Andrea Bocelli sfruttando la naturale conformazione di una collina al centro di uno scenario che ha come sfondo Volterra, ospita un solo spettacolo all'anno su un palcoscenico decorato da una installazione di arte contemporanea che muta di anno in anno, inquadrato da quinte di enormi blocchi di travertino che racchiudono un piccolo lago su cui viene montato il palco in occasione della rappresentazione. Quest'anno - 2021 - la scultura è Clio Dorada di Manolo Valdés.

La Val d'Era nei pressi di Lajatico   

Scendendo dal Teatro del Silenzio si attraversano coltivi, strade bianche e boschi con un dislivello contenuto, immersi in un paesaggio mutevole creato da un'integrazione perfetta tra l'intervento dell'uomo e l'azione della Natura, per raggiungere - attraverso un lungo crinale boschivo - una rupe emergente dalle colline che dividono le due valli dei torrenti Fosce e Sterza, affluenti dell'Era

La Pietra Cassia  

La rupe, a 534 metri di altitudine, si innalza con uno strapiombo di circa 80 metri ed è caratterizzata da una evidente spaccatura che con ogni probabilità le ha dato il nome: Pietra Cassa, volgarizzata in "Cassia", infatti sta a significare pietra spaccata. Situata in posizione dominante non solo sui due valloni sottostanti ma anche sulla più distante Valdera, fin da epoche remotissime ha ospitato una postazione difensiva, collegata con tutte le altre (Lajatico, Orciatico, Miemo, Montevaso, Chianni, Terricciola) che controllavano le vie di trasporto dei metalli estratti dalle Colline Metallifere.

Panorama dalla vetta della Rocca di Pietracassia  
La data precisa di costruzione degli edifici attualmente esistenti resta ignota, ma si può ipotizzare che risalga almeno all'epoca longobarda. Le prime notizie scritte risalgono al 1028 quando la fortificazione viene citata in alcuni documenti come importante punto di confine tra la diocesi di Volterra e il territorio pisano. Agli inizi del XII secolo era di proprietà dei conti Cadolingi di Fucecchio, costruttori della vicina Badia di Morrona. Pochi anni dopo, nel 1115, venne acquistata dal vescovo Ruggieri di Volterra insieme alla metà dei possedimenti del conte Uguccione, oberato dai debiti. Il fortilizio però venne gestito da Pisa fino al secolo successivo anche se restò di proprietà ecclesiastica.

L'entrata alla Rocca  
Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria, i Lucchesi e Fiorentini ottennero il controllo della rocca e di altri 22 castelli della Valdera. Ma le contese tra Pisani, Fiorentini e Volterrani per il controllo della Rocca e del suo territorio durarono ancora per centocinquant'anni con alterne vicende finché nel 1405, dopo un assedio da parte del Comune di Pisa, il capitano Pietro Gaetani la consegnò a Firenze, insieme alle comunità di Orciatico e Lajatico. Ribellatasi al dominio fiorentino nel 1431, la rocca venne riconquistata dopo tre anni e smantellata per rappresaglia. Da allora si trova in stato di abbandono: un abbandono estremamente suggestivo.

Le mura a Sud  
Il fortilizio ha una massiccia forma squadrata con la facciata principale rivolta a sud, senza aperture e merlature, con feritoie di epoca posteriore. Oltre al mastio, dispone di due torri collegate da possenti mura: una occidentale a pianta quadrata e una orientale a pianta eptagonale. Solo la seconda risulta essere ai giorni nostri in buono stato e accessibile, mostrando ai visitatori una bella volta a botte. Al castello si accede tramite un ingresso sopraelevato posto vicino alla torre di ponente e oggi gravemente danneggiato. Nulla resta degli edifici interni, solo il mastio conserva parte della sua struttura, per il resto crollata. Un restauro conservativo è stato effettuato a partire dal 2007, ed ha reso il sito sufficientemente accessibile per una visita.

Una delle feritoie  
Intorno a ciò che resta della fortezza si estendono silenziose per chilometri le faggete e i castagneti della riserva faunistica di Miemo, con la loro popolazione di mufloni, daini, cervi e cinghiali. Negli anni Settanta del secolo scorso fu qui tentata la reintroduzione del più sensibile ed ostico dei Tetraonidi, il Francolino di Monte, simile a una coturnice, un tempo comune in tutte le Colline Metallifere. Si tratta di un gallinaceo grande quasi quanto un fagiano, con un bellissimo piumaggio e un caratteristico richiamo.

Il Francolino di Monte (foto Luigi Sebastiani)   
Ma ancora più significativo della fauna, e della flora, e delle rovine del castello è il meraviglioso panorama che si gode dalla Pietra Cassia su questa parte della nostra regione. Una distesa apparentemente senza fine di colline, monti, boschi e prati punteggiati di silenziosi piccoli paesi e città a misura d'uomo. É la felicità fatta visione, a testimonianza della vocazione dei Toscani a parlare di sé attraverso il paesaggio, rappresentandosi attraverso i mezzi sublimi della Natura.

Tutti noi dovremmo tener conto di questa vocazione e farcene in qualche misura eredi, imparando a proteggere e apprezzare ciò che i nostri avi hanno lasciato. Non di guerra o di distruzione parlano oggi le rovine di questa antica fortezza, ma di pace e bellezza: perché solo la pace e la bellezza possono salvare il mondo.

L'itinerario descritto 
Chi voglia seguire le nostre orme può scaricare il tracciato in formato gpx da questo link. Le fotografie, ove non diversamente indicato, sono di mia proprietà e possono essere usate solo dietro mia esplicita autorizzazione.

lunedì 24 maggio 2021

Un viaggio d'altri tempi: due giorni da Lucca a Pisa lungo la Via degli Acquedotti

Lungo l'acquedotto del Nottolini
In questi mesi di pandemia siamo stati costretti a limitare uscite e spostamenti e abbiamo forzatamente dovuto riscoprire i dintorni di casa nostra, e non di rado ci siamo trovati a dover riconsiderare le distanze che davvero ci separavano dalle mete che avremmo voluto raggiungere. 

Come in uno specchio deformante, una malattia diffusa a livello globale ad una velocità impensabile in epoche precedenti ci ha portato a toccare con mano quanto il mondo di oggi sia interconnesso, ma nello stesso tempo molti spazi - interpersonali ma anche geografici - si sono dilatati fino a ritornare a ciò che erano molti anni fa, prima dell'avvento dell'Era del Motore.

Una delle ville storiche di Vorno
Improvvisamente luoghi assai distanti - Cina, India, Corea, Giappone, Brasile, Stati Uniti, Nuova Zelanda - ci sono diventati familiari come il cortile di casa, una casa grande quanto il mondo, ma nello stesso tempo il confine delle nostre azioni si riduceva alle stanze della nostra abitazione
 o alle strade del nostro quartiere. 

Adesso molte di queste restrizioni stanno scomparendo e gli orizzonti sembra che tornino di nuovo ad allargarsi. Ciò nonostante vorrei suggerirvi di provare a mantenere ancora un poco questo ribaltamento di prospettive partendo per un viaggio di altri tempi con i mezzi di centocinquantanni fa. Usando le ferrovie, le strade tortuose delle campagne e i sentieri dei Monti Pisani per andare da Prato a Pisa attraverso la Via degli Acquedotti. 

È un tracciato apparentemente semplice e alla portata di tutti: sono circa 25 chilometri da percorrere in due giorni con poco più di seicento metri di dislivello, che usa il treno per andare da Prato a Lucca per poi attraversare a piedi i Monti Pisani fino a Pisa, dove si riprende il treno per il ritorno. 
La campagna presso Badia di Cantignano
Il tratto ferroviario da Prato a Lucca e poi a Pisa non è solo uno dei più antichi d'Italia ma anche la prima strada ferrata internazionale del mondo. Progettato nel 1844 a seguito di negoziati tra il Ducato di Lucca e il Granducato di Toscana fu realizzato a partire dal 1848, quindi interamente in epoca granducale, e fu familiarmente denominato "Ferrovia Maria Antonia" in onore di Maria Antonietta delle Due Sicilie, consorte dell'allora Granduca Leopoldo di Toscana. Chi vi viaggiava negli anni precedenti il 1860 doveva pertanto attraversare una dogana prima di arrivare alla stazione di Lucca, che per i pratesi del tempo era "all'estero" né più né meno che della stazione di Parigi.

E proprio nei pressi della monumentale stazione ferroviaria lucchese, inaugurata nel 1846 su progetto dell'architetto Giuseppe Pardini, sta il punto di partenza di questo viaggio. Che è - come spesso accade nei viaggi - anche un punto di arrivo, quello delle arcate del grande acquedotto progettato da Lorenzo Nottolini. Una infrastruttura necessaria all'approvvigionamento idrico della città di Lucca, che vagheggiata più volte fin dal Settecento, fu infine iniziata nel 1823 durante il ducato di Maria Luisa di Borbone, per essere completata un decennio dopo sotto il ducato di Carlo Ludovico al termine di lavori davvero imponenti per l'epoca.
Il tempietto di Guamo
Con una notevole operazione di terrazzamento e regimazione idrica, diciotto sorgenti di una valle secondaria dei Monti Pisani, la Serra Vespaiata, furono captate e convogliate insieme alle acque dei rii di San Quirico e della Valle in un grande serbatoio dall'architettura a tempio dorico dotato di filtri per togliere le impurità, ubicato a Guamo. Da lì partiva una struttura modellata esteriormente come un acquedotto di epoca romana: più di tre chilometri di lunghezza, 12 metri di altezza, 460 archi in mattoni e muratura che sostengono due diverse condotte per le acque: quelle di sorgente per gli usi potabili, quelle dei rii per alimentare le fontane pubbliche della città. Al termine delle arcate e a ridosso della stazione ferroviaria fu costruito un secondo tempio-serbatoio, quello di San Concordio, da dove l'acqua veniva portata in città attraverso condotte forzate in metallo dotate di 
un complesso sistema mobile per preservare i tubi di ferro dalla rottura dovuta alla dilatazione termica

Ed è da
San Concordio che ci si incammina. Lungo un sentiero che è anche uno stradello di campagna, proprio a fianco delle possenti arcate dell'acquedotto che tagliano dritte la fertile campagna lucchese con vedute inconsuete sulle piccole frazioni attraversate, in breve si raggiunge il Tempietto di Guamo e si continua risalendo la base delle colline tra Lucca e Pisa, con un panorama via via più ampio fino ad arrivare in un luogo dal nome curioso, che compendia il gran lavoro del Nottolini: le Parole d'Oro
Le Parole d'Oro
Le Parole d'Oro costituiscono l'origine dell'acquedotto: un'intera valle - la Serra Vespaiata - in cui le numerose sorgenti che alimentano il torrente che la percorre sono captate e convogliate da una serie di complesse strutture idrauliche in un singolo canale diretto al tempietto di Guamo. Per celebrare la positiva riuscita di quest'opera sul ponte che scavalca il torrente alla fine del vallone fu realizzata un'iscrizione latina - originariamente in ottone dorato a grandi lettere capitali - così concepita:
KAR.LVD.BORB.I.H.DUX.N.AUG.AQUIS.E.PLURIBUS FONTIUM ORIBUS.COLLIGENDIS.ET AD URBANOS PONTES LARGIUS PERDUCENDIS.MONUMENTO.AETERNO.PROVIDIT.DUCATUS.SUI.ANNO.VI  
(Carlo Ludovico Borbone duce uomo nobilissimo e augusto provvide nell’anno VI del suo ducato a raccogliere le acque da molteplici sorgenti e a portarle più largamente verso gli acquedotti cittadini con movimento eterno)

Questa iscrizione, incomprensibile per la quasi totalità degli abitanti all'epoca della costruzione dell'acquedotto, fu da loro semplificata con il toponimo che conosciamo ancora oggi e che identifica il luogo. 

Il ponte e il parco intorno alla Serra Vespaiata sono stati restaurati nel 2014: il sentiero che le attraversa sale seguendo la valle fino ad arrivare alla strada in corrispondenza di un valico a poco più di 200 metri di quota, nei pressi di un piccolo Osservatorio Astronomico, quello di Vorno, situato sul poggio della Gallonzora. Da lì si discende fino ad arrivare a una delle più affascinanti frazioni del comune di Capannori, Vorno.

Vorno, Pieve di San Pietro (foto da Wikimedia Commons) 
Più che un paese, un agglomerato di abitazioni e ville sparse in una bella conca attraversata da un rio, il rio di Vorno, e con una pieve, quella di San Pietro, oggi decisamente sovradimensionata rispetto all'effettiva densità dei fedeli. Vorno, come altre frazioni del circondario, è stata per secoli una meta delle villeggiature delle famiglie nobili lucchesi, apprezzata per la natura rigogliosa e il clima mite. Si presta molto bene a fare da punto di arrivo della prima giornata di viaggio lungo la Via degli Acquedotti, anche perché ha diversi B§B e ottimi ristori dove il viandante affamato e stanco può fermarsi.
Antico mulino lungo il Rio Maestro di Vorno 
Dopo la sosta a Vorno la Via riparte risalendo il rio Maestro di Vorno all'inizio per carrozzabile, poi per sterrato e infine per sentiero fino a raggiungere uno dei valichi più importanti dei Monti Pisani, quello di Campo di Croce, a 612 metri di quota, contraddistinto da un incredibile bosco naturale di cedri del Libano, esistente da secoli sul valico. Al passo si incrociano numerosissimi sentieri: la Via degli Acquedotti piega scendendo sulla destra del valico e attraversando alcune formazioni tipiche dei monti Pisani, i così detti "Maoni".
Un "maone" lungo la Via degli Acquedotti (foto M. Tongiorgi) 
Malgrado l'altezza contenuta, i monti Pisani conservano nei maoni tracce importanti delle ultime ere glaciali. Queste sassaie sono state infatti originate da un fenomeno detto crioclastismo, ovvero il processo di disgregazione meccanica della pietra causato dalla pressione provocata dall'aumento di volume dell'acqua contenuta entro le fessure rocciose quando questa congela. Questo fenomeno crea detriti ghiaiosi dagli spigoli vivi, affini ai ghiaioni presenti al di sotto delle vette delle cime alpine: ricordi di periodi in cui il clima della nostra Toscana era simile a quello attuale dell'Islanda.

Dopo aver superato una "foce" - quella di Penecchio - più bassa del Campo di Croce di un centinaio di metri il sentiero raggiunge la prominenza denominata "Scarpa d'Orlando" contraddistinta dalla prima delle sorgenti che dànno il nome alla Valle delle Fonti, ovvero il luogo da cui ha origine l'Acquedotto Mediceo Pisano, più vecchio di quello del Nottolini di oltre duecento anni. 

Gli archi dell'Acquedotto Mediceo 
Voluto dal Gran Duca Ferdinando I fu inizialmente realizzato negli ultimi anni del Cinquecento ed aggiornato varie volte attraverso i secoli, fino a una sistemazione idraulica effettuata alla fine dell'Ottocento con la costruzione di numerose "prese" d'acqua convogliate a un serbatoio centrale che lo rese simile a quello lucchese. La lunghezza dell'acquedotto è doppia (6 km) rispetto a quello del Nottolini, e anche il numero degli archi supera i novecento.
Il Cisternone dell'Acquedotto Mediceo (Foto da Wikimedia Commons) 
Il sentiero percorre tutta la valle scendendo ripidamente fino a raggiungere il così detto "Cisternone", luogo di raccolta e filtraggio delle acque raccolte nella valle, con un serbatoio di oltre 360 metri cubi di capienza che garantiva un'autonomia al sistema idraulico di 6/8 ore. 

Da lì parte un tratto di galleria sotterranea che porta l’acqua fino all’ultima struttura di fondovalle della rete delle prese, in cui avviene lo scambio fra due condotte differenti: da una sotterranea a forte pendenza si passava ad una sopraelevata su archi a minima pendenza che conduceva l’acqua sino a Pisa. A due passi dall'inizio delle arcate verso Pisa troviamo il piccolo paese di Asciano Pisano, dove è possibile rifocillarsi e sostare prima dell'ultimo tratto del percorso.
Il percorso della Via degli Acquedotti
La lunga sequenza delle arcate dell'acquedotto, affiancate da uno stradello a fondo naturale che percorriamo, raggiungono da Asciano le mura di Pisa in corrispondenza di piazza delle Gondole. Qui è presente una cisterna da dove l'acqua veniva nuovamente incanalata in condutture sotterranee per alimentare le varie fontane presenti in città, tra le quali la fontana dei Putti in Piazza dei Miracoli e la fontana sotto la Statua di Cosimo I in Piazza dei Cavalieri.
Piazza dei Miracoli
E dopo due giornate intense è proprio tra le bellezze di Pisa che finisce questo itinerario che ci ha portato in giro per centinaia d'anni di storia umana e migliaia di anni di quella naturale, tra acquedotti chiese case e ville, monti valichi e boschi, torrenti, fonti e pietraie glaciali, con la cadenza lenta e tenace dei passi del viandante. Ben diversa da quella del motore, si avvicina al ritmo che più vorremmo sentire nei nostri viaggi: quello del cuore.

Chi è interessato a scaricare il tracciato del percorso può farlo direttamente da qui oppure attraverso Wikiloc. Buon viaggio!

mercoledì 12 maggio 2021

Gli Uomini della Neve e il ghiacciaio invisibile

Il crinale di vetta della Pania della Croce
La geografia dei monti toscani è punteggiata di toponimi che raccontano una storia sul territorio che identificano. Hanno le origini più svariate e conservano sempre una traccia delle popolazioni che li hanno creati e usati. Alcuni rivestono un significato evidente, altri invece appaiono curiosi o difficili da interpretare.

Il gruppo delle Panie, se non la più alta di certo la più eminente montagna delle Alpi Apuane, è apparso peculiare sin dai tempi più antichi a tutte le popolazioni stanziate nel suo territorio, tant'è che l'oronimo attuale che dà il nome a questo insieme di montagne deriva dall'antica radice indoeuropea "pan" - ovvero "cima, vetta" - che fu utilizzata per la prima volta dalla popolazione dei Liguri Apuani che si insediarono in quest'area geografica circa quattromila anni fa e la dominarono per oltre nove secoli.

Il lato sud della Pania o "Costa Pulita"
La Pania con i suoi 1858 metri è la quarta cima per altezza delle Apuane. Nei secoli passati era chiamata anche "Petrapana", un oronimo che raggruppava nel nome sia il richiamo al termine usato per indicare una vetta che la contrazione del latino "Petrae Apuanae" ovvero "monti degli Apuani". Dai primi anni dell'Ottocento sulla cima maggiore del gruppo è stata innalzata una croce - inizialmente di legno e dall'agosto del 1900 in metallo - che ha caratterizzato la vetta al punto da farne cambiare il toponimo in Pania della Croce, che è il nome con cui la conosciamo ancora oggi.

Per la loro posizione dominante, l'eleganza delle forme e l'interesse paesaggistico, alpinistico e geologico le Panie rappresentano la Montagna toscana nella sua forma più emozionante. Contrapposte alla costa lineare della Versilia, si innalzano separate da profonde valli dal resto delle Apuane per strapiombare nel versante sud con una impressionante bastionata calcarea, rendendosi visibili nelle giornate limpide da tutta la Toscana Nord-Occidentale. Conseguente a questa visibilità è la panoramicità della sua cima, che in condizioni ottimali permette di ammirare un panorama che va dal Monviso alle montagne della Corsica e all'Amiata.

Il versante nord, dove si trova l'altipiano della Vetricia
Queste montagne sono nate da complessi fenomeni tettonici che hanno portato all'emersione di rocce sedimentarie che inizialmente - e per decine di milioni di anni - erano sprofondate al di sotto della crosta terrestre per essere compresse e riscaldate a temperature di centinaia di gradi fino a subire una vera e propria "metamorfosi" che dai sedimenti iniziali ha prodotto i marmi, i minerali e le pietre che ben conosciamo e che contraddistinguono questa catena montuosa. 

Circa venti milioni di anni fa il movimento delle placche della crosta terrestre tra Europa e Africa ha compresso, piegato e innalzato queste rocce fino a trasformare quelli che erano fondali oceanici in affilati crinali di vette rocciose, erosi dalla pioggia e dagli eventi meteorici, tra i quali il più importante è stato certamente l'alternarsi periodico di periodi freddi e caldi, con formazione e scioglimento di coltri glaciali spesse anche centinaia di metri che nei periodi di maggiore freddo scendevano fino a valle dando al paesaggio un aspetto himalayano.

L'altopiano della Vetricia e la Borra di Canala
Il fenomeno delle glaciazioni insieme alle precipitazioni ordinarie è all'origine di una delle caratteristiche salienti del paesaggio apuano, ovvero l'erosione delle rocce carbonatiche con la conseguente nascita di numerosissime cavità, alcune delle quali molto rilevanti sia per dimensione che per estensione. Questo facilita la permanenza di neve e ghiaccio soprattutto nei versanti nord di queste vette, e la Pania in questo non fa eccezione e anzi presenta una caratteristica unica al mondo.

Proprio al di sotto della Pania della Croce e del Pizzo delle Saette ma separato dalle vette dal vallone della Borra di Canala, a una quota media di circa 1400 metri, sta l'altopiano della Vetricia, una straordinaria balconata di pietra profondamente corrosa dai fenomeni carsici che creano un paesaggio arido e sconvolto ma di notevole suggestione. La sua peculiarità è la presenza di numerose fessurazioni tettoniche che con l'erosione delle acque nei millenni hanno originato numerose cavità verticali: grotte "a pozzo" di varia dimensione, con la più ampia che le sopravanza tutte di gran lunga.

L'Abisso Revel (foto E. Lotti)
Per la profondità e le dimensioni è stata chiamata Abisso Enrico Revel, dal nome del primo speleologo che ne raggiunse il fondo nel 1931. Posizionato nella parte meridionale dell’Altopiano alla quota di poco più di 1400 metri, ha all'imboccatura una lunghezza di 60 metri, una larghezza di 10 ed una profondità verticale di oltre 300. Fino a qualche anno fa era considerata la verticale assoluta più profonda del mondo e resta ancora oggi una voragine fra le più impegnative, certamente la prima delle Apuane; prova ne è che dal 1931 ad oggi soltanto 5 spedizioni lo hanno esplorato completamente. 

Proprio in fondo all'Abisso sopravvive, invisibile da più di 10.000 anni, in attesa della prossima era glaciale, l'ultimo relitto del grande ghiacciaio che copriva millenni fa la Vetricia: alcuni metri di ghiaccio fossile, rinnovato a ogni inverno attraverso le nevicate, al riparo dagli eccessivi calori dell'estate e dall'andirivieni delle temperature stagionali.

Perché il lato nord delle Panie, grazie alle numerose spaccature, consente spesso - pur senza arrivare alla protezione offerta dall'Abisso Revel - il mantenimento di neve e ghiaccio anche durante il periodo estivo. Questo fenomeno, ben conosciuto dagli abitanti di queste zone, portò nell'Ottocento alla nascita di un vero e proprio mestiere, quello degli Uomini della Neve.

Il Passo degli Uomini della Neve
Con questo nome erano infatti conosciuti gli "spalloni" che rifornivano di ghiaccio i villeggianti versiliesi - e a volte anche gli ospedali - tra Ottocento e Novecento, prima della diffusione dei refrigeratori industriali. All'appressarsi dell'inverno questi montanari - boscaioli o pastori - allestivano le "neviere" nelle spaccature delle rocce della Vetricia, rivestendole di rami e foglie, pressandovi dentro la neve per compattarla in modo da trasformarla in ghiaccio e poi coprendola nuovamente con foglie ed erba in modo da proteggerla anche nella stagione più calda.

In estate salivano alle neviere al crepuscolo, staccavano con l'ascia i blocchi di ghiaccio e li collocavano in grandi gerle di vimini rivestite di paglia e coperte di juta per isolare i blocchi dalla temperatura esterna, se le caricavano in spalla e si incamminavano per l'aspro sentiero che passa tra la Pania della Croce e l'Uomo Morto, per scendere ripidamente alla Foce di Valli e poi a Cardoso che raggiungevano al mattino. A quel punto il ghiaccio veniva trasferito su di un barroccio per essere portato ai clienti finali e magari per diventare gelato o granita nei caffè del litorale versiliese.

Per tornare all'argomento da cui siamo partiti, tanto era il transito di questi spalloni su e giù per i sentieri delle Panie che ne è restato traccia in un toponimo. Alla quota di 1660 metri tra la Pania della Croce e l'Uomo Morto sta oggi il Passo degli Uomini della Neve: un nome curioso e poetico che racchiude in sé tutto un mondo passato  - un passato anche nostro - fatto di sacrifici e di fatica.

domenica 18 aprile 2021

Il verde di Prato

L'orologio del Duomo di Prato
Tutti noi pratesi conosciamo bene il "marmo" verde di Figline. Estratto in passato dalle cave di Pian di Gello, si tratta in realtà di una serpentinite metamorfica che - diversamente dal marmo - non contiene affatto carbonati di calcio ma ossidi di silicio e magnesio in percentuali variabili.

La serpentinite nasce infatti da una trasformazione che avviene ai magmi del mantello terrestre quando arrivano al contatto con le rocce granitiche della crosta del nostro pianeta, ricche di gas e vapori acquei, che uniti alle pressioni fortissime di quelle profondità consentono la nascita di queste rocce in una sintesi nota come metamorfismo idrotermale.

Il serpentino così formatosi è diventato milioni di anni fa il fondale dell'Oceano Tetide per poi essere trasportato in superficie da quei rivolgimenti tettonici della crosta terrestre che hanno portato alla nascita delle montagne del nostro Appennino.

Non si tratta di una roccia vulcanica effusiva - niente eruzioni e niente vulcani quindi, sul Monteferrato - ma del risultato di una trasformazione delle rocce fluide dell'interno della Terra emerso a seguito della deriva dei continenti.

Il "marmo" verde pratese ha conosciuto il periodo di maggior splendore economico nei secoli tra l'XI e il XVI della nostra era, quando fu utilizzato per abbellire moltissime architetture religiose realizzate nello stile "romanico".

San Michele di Murato

Un elenco non esaustivo delle chiese realizzate col "verde di Prato" va dal nostro Duomo, da San Francesco e dalla Basilica delle Carceri per proseguire a Firenze col Duomo, il Battistero, la Badia Fiesolana, Santa Maria Novella e San Miniato al Monte, a Pistoia, Siena e Pisa col Duomo fino ad arrivare alla più incredibile delle chiese: quel San Michele di Murato in Corsica fatto costruire nel 1280 dai Pisani sulle alture del Nebbio che dominano il golfo di Santu Fiorenzu.

L'architettura di tutti questi edifici attinge al filone del romanico, ovvero a quella corrente architettonica che recupera monumentalità forme e strutture tipiche dell'architettura imperiale romana e bizantina per adattarle alle nuove esigenze medievali.

E appunto nell'architettura imperiale esisteva una tipologia decorativa - l'"opus sectile" - antesignana del "commesso" di pietre dure mediceo, che utilizzava lastre di pietra di diversi colori per realizzare decorazioni e rivestimenti che nobilitassero le pareti e i pavimenti dei saloni più importanti.

Porfido verde di Grecia

In quest'ambito uno dei colori più apprezzati per la decorazione dei palazzi imperiali di Roma e Costantinopoli era un marmo greco della Tessaglia e un porfido, sempre greco. Entrambi verdi, entrambi molto simili, seppure non uguali, al serpentino di Pian di Gello, entrambi denominati "verde antico".

Marmo verde di Tessaglia

Sicuramente fu per questo motivo che in età romanica il "verde di Prato" fu così apprezzato e conobbe tanta fortuna: perché rievocava, col suo colore smeraldino tendente al cupo la grandezza e la maestosità di un "antico" impero, quello Romano, scomparso da secoli ma ancora vivo nel ricordo di tutti.

La Terra Follona di Galceti

Lago di Galceti 
Quando si pensa a Galceti si pensa in genere al laghetto, al Centro di Scienze Naturali e al Parco di Villa Fiorelli. Luoghi tutti di costanti frequentazioni da parte dei pratesi, che almeno dalla fine dell'Ottocento li elessero come méta delle loro passeggiate: luoghi di svago e villeggiatura ante litteram che ancora oggi mantengono una notevole attrattiva sui cittadini.

Ma il laghetto che tutti conosciamo - un po' decaduto dall'antico rango di meta domenicale di escursioni e passeggiate - ha per così dire le proprie radici in una particolarità del terreno di questa zona del Monteferrato, ricco di una particolare argilla, detta smectica e definita in antico terra da follone o terra follona.

Questo tipo di argilla, nata dalla degradazione delle rocce del Monteferrato, ha la caratteristica di rimuovere le impurità e i grassi dalle lane, facilitando in questo modo il processo di infeltrimento del tessuto. Questa proprietà ovviamente non è esclusiva dell'argilla di Galceti: argille simili - dette montmorillonitiche dal nome di un minerale che le caratterizza - erano conosciute ed adoperate fin dai tempi dei Romani nella lavorazione dei tessuti di lana.

Lago di Galceti 
Il processo in cui queste argille erano usate prevedeva che i tessuti fossero messi in una tramoggia con la terra follona, abbondantemente spruzzati d'acqua calda e battuti, sfregati e torti, sia manualmente con un pestello a mano, sia meccanicamente con magli azionati dalla forza dell'acqua in gualchiere come quella di Coiano, di origine medievale, rimasta in esercizio fino a pochi decenni fa.

Questo procedimento serve a infeltrire le lane e follare i panni rendendoli impermeabili compattandoli, e continua a essere utilizzato anche oggi - usando macchinari industriali - per effettuare lavorazioni particolari e per la produzione di tessuti storici come il panno casentino o il loden.

Il laghetto di Galceti nasce per l'appunto da una serie di antiche estrazioni della terra follona, abbondante in questa zona del Monteferrato a causa della forza dilavante delle piogge, che qui avevano creato dei depositi di argilla smectica, sfruttati fin dal XII secolo. In passato gli scavi interessavano superfici più ampie, e l'attività di estrazione dell'argilla aveva portato alla nascita di vari bacini d'acqua, di cui il laghetto di Galceti costituisce attualmente il relitto più significativo.

venerdì 16 aprile 2021

Il deserto del Monteferrato

Matsucoccus Feytaudi 
Il Matsucoccus Feytaudi è un insetto che si nutre della linfa dei pini marittimi e che ha il suo habitat naturale nelle regioni atlantiche dell'Europa, che per loro natura presentano delle condizioni in cui questo fitofago vive in equilibrio coi pini che infesta senza recare loro danni.

Negli anni Settanta del Novecento, però, questo insetto fu "esportato" attraverso il commercio di legname, raggiungendo dapprima la Francia meridionale e poi, a partire dal 1977, la Liguria e da lì la Toscana. Nei primi anni '80 giunse sul Monteferrato, dove trovò un luogo ideale per la propria riproduzione, e stante il clima più caldo e l'assenza di predatori antagonisti ha cominciato a riprodursi in modo incontrollato fino a sterminare la popolazione di piante in cui albergava e di cui si nutriva: i pini marittimi del Monteferrato pratese.

I pini del Monteferrato furono piantati da diversi proprietari tra il 1850 e il 1890 con ottimi risultati, tant'è che le pinete hanno lentamente ricoperto nel Novecento le tre familiari "gobbe" ofiolitiche fino a far credere a noi cittadini di essere flora autoctona.

La pineta poco sotto la cima del Monte Chiesino (420 mt.)
Non si trattava di un intervento che aveva finalità estetiche. L'idea ottocentesca - adottata anche da agronomi di vaglia come il pievano di Montemurlo Raffaello Scarpettini - era quella di "mettere a coltura" tutte le terre disponibili, e quindi anche quelle del Monteferrato, per creare una piantagione di pini marittimi da cui ricavare una materia prima naturale che al tempo non aveva ancora concorrenti sintetici: la resina, da cui si si estraevano per distillazione trementina e colofonia. Anche se il terreno accidentato e poco fertile non consentì il ritorno economico sperato, i pini restarono a ingentilire le pendici dei tre poggi.

Nella sua Guida della Val di Bisenzio del 1892 così descrive il Monteferrato il fondatore del CAI di Prato, Emilio Bertini:
"Oggi tutta la pendice del monte, che dalla vetta detta il Chiesino scende sino alle Prataccia da levante e fino alla Villa Geppi da ponente, è coperta di pini: quarant’anni fa tutto era deserto e nudo. Il primo a tentare d’imboschire il monte fu il benemerito e dotto agronomo Scarpettini, Pievano a Montemurlo, che seminò la pineta dalla parte occidentale e ne ebbe subito i frutti. Poi Gaetano Benini di Prato che dopo aver piantato olivi e gelsi, da oriente, ai piè del monte, ne volle seminar di pini domestici (pinus pinea) la pendice sin quasi alla cima."

Negli anni '70 del Novecento, però, l'arrivo del Matsucoccus sconvolse un equilibrio che sembrava oramai stabilito, creando in breve vaste zone di territorio in cui i pini morivano, ridotti a scheletri, e le pietraie sottostanti riemergevano.

D'altro canto anche il Repetti nel suo Dizionario Geografico Fisico e Storico della Toscana del 1830 descriveva così il Monteferrato:

"Coteste pietre diasprine, che costituiscono la cornice del Monte Ferrato, precedono immediatamente quelle di serpentina diallagica e di granitone, due qualità di rocce massicce, le quali trovandosi nude di terra vegetativa, e spogliate quasi totalmente di piante, sogliono dare al monte un aspetto nerastro tendente al verde-bottiglia, specchiettato da frequenti cristalli di diallagio color di bronzo."

Ai primi dell'Ottocento e molto probabilmente anche nelle epoche precedenti, la vegetazione del Monteferrato doveva infatti essere scarsa e di basso fusto, formata prevalentemente da piante erbacee e arbustive come la stipa, la ginestra, l'aliso e l'euforbia.

Attualmente, seppure non del tutto visto che parte dei pini sembrano sufficientemente resistenti da convivere con il parassita, l'aspetto del Monteferrato si va rinaturalizzando e ritorna ad essere quello di un tempo: un affascinante "deserto" lunare di rocce magmatiche colonizzate da piante pioniere, un frammento di crosta terrestre che milioni di anni fa è stato il fondale del grande Oceano Tetide.

martedì 6 aprile 2021

Il Drago nella grotta

L'entrata del recinto della grotta del Drago
A breve distanza dalla relativa civiltà delle case di Poggio Castiglioni, nascosta in un folto boschetto di vegetazione primaverile che la rende scarsamente percepibile sebbene stia proprio accanto al sentiero 20 - quello che attraversa il crinale della nostra Calvana - , sta una delle cavità più singolari di questa catena carsica, la Grotta del Drago.

Cavità interessante non tanto per la sua profondità o estensione - in tutto circa 200 metri e nemmeno verticali - quanto per l'abisso vertiginoso di tempo in cui ci fa cadere una volta che abbiamo compreso quello a cui siamo dinanzi.

La sorgente fossile
La troviamo sul lato di una piccola dolina, simile a quelle che si vedono sul Cantagrilli. Circondata, direi quasi avvolta, da un alto muro di pietre ben squadrate che crea intorno ad essa una sorta di anello protettivo, ma con un varco - una porta - che permette l'ingresso al visitatore.

Proprio da un lato di questo circolo e quasi al di sopra dell'ingresso della grotta sta una risorgiva fossile simile - ma più in grande - a quella del Masso della Volpe.

Una sorgente d'acqua dal flusso intermittente che alimentava millenni fa il bacino che copriva la quasi totalità del fondo di questo anello di pietra, una pozza lustrale dal fondale accuratamente impermeabilizzato con argilla, dotata di un emissario che andava a gettarsi in un lungo canale detto "acquidoccio" che attraversava la conca sottostante della Bucaccia.

Il forte celtico di Cahergall in Irlanda
Fatte le debite differenze di dimensioni se potessimo vedere il luogo senza la vegetazione che lo ricopre scopriremmo di essere all'interno di una struttura somigliante a quelle fortezze di pietra tipiche dell'Irlanda celtica, come ad esempio quella di Cahergall, e con delle analogie anche con i pozzi sacri della Sardegna in cui si celebrava il culto delle acque.

Un luogo frequentato da tempi immemorabili in cui si adoravano le divinità dell'acqua e del sottosuolo: questa era la Grotta del Drago.

L'ingresso della grotta sul fondo della dolina
A testimonianza di questa lunga frequentazione nonché di questo culto restano anche reperti - frammenti di un'anfora e un anello in oro di epoca romana - ritrovati da Sergio Nannicini durante una ricognizione nella grotta negli anni Settanta del secolo scorso.

E il "Drago" che dà il nome alla grotta è proprio il Tempo, che tutto divora e tutto contiene, e porta con sé gli echi di queste persone tanto distanti dalla nostra esperienza, che per un attimo ritornano ad essere vicine, e vive, insieme a noi.

domenica 28 marzo 2021

I grilli di Sant'Anna Vecchia in Calvana

Sant'Anna Vecchia, oggi
Non molti tra noi ricorderanno che prima del 1977 la festività dell'Ascensione si celebrava nella giornata di giovedì, esattamente quaranta giorni dopo la Pasqua. Dal 1977 è stata accorpata alla domenica successiva, in un impeto di razionalizzazione e riduzione che coinvolse diverse festività sia civiche che religiose, con la vittima più illustre, l'Epifania, reintrodotta a furor di popolo nel 1985.

Ed era un giovedì anche il 22 maggio del 1721, quando il conte pratese Giuseppe Casotti si unì alla processione di persone di ogni classe e rango che dal convento agostiniano di Sant'Anna al Podere Murato si inerpicavano su per la salita dei Cappuccini e per le mulattiere medievali del Poggio Secco, raggiungendo dapprima la Casa non ancora detta "Rossa" per discendere infine alla terrazza naturale su cui sorgeva l'antico Romitorio dove cinquecento anni prima, agli inizi del suo apostolato, aveva predicato per quindici primavere il Beato Brunetto dè Rossi, prima di scendere in Giolica e fondare il convento attuale. 

Uno degli ingressi dell'antico Romitorio
La chiesetta medievale, sebbene officiata solo di tanto in tanto, era mantenuta decorosa dal colono che viveva nella casa adiacente e che coltivava il podere gradinato che guardava verso Travalle: i frati lo avevano ottenuto in proprietà dopo annose liti trascinatesi per decenni con il Pievano di Calenzano e lo consideravano il loro luogo di origine, sacro come in effetti era da tempi immemorabili. 

Il piccolo edificio religioso, infatti, era stato costruito intorno al 1200 sui resti di strutture antichissime, quasi certamente dedicate all'adorazione di divinità pagane e a poca distanza da una grotta che si vociferava fosse uno degli ingressi degli Inferi. Tutte storie tramandate oralmente, riportate di bocca in bocca con mille variazioni fantasiose, racconti emersi dalla nebbia di un passato così lontano da sembrare fantastico.

L'interno della chiesa, oggi
Per la sua storia e per la posizione in cui si trovava la chiesetta era certamente il luogo più adatto per celebrare una ricorrenza che festeggiava l'ascesa al cielo di Nostro Signore, e infatti la partecipazione dei pratesi non era mai mancata. Insomma, l'evento e la circostanza erano certamente pii, e i Padri del convento avrebbero voluto mantenerli tali. 

Ma possiamo immaginare che il tempo fosse bello, una di quelle giornate di maggio azzurre e assolate, con la Calvana tutta verde, piena di fiori e di profumi: e la pia ascensione al Romitorio si trasformò in breve in tutt'altra questione. Racconta infatti il Casotti che

"Questi Padri, che ritengono ancora il dominio della piccola Chiesa, vanno in questa mattina ad ufiziarla con dirvi delle Messe, le quali per esser giorno festivo fanno molto comodo a chi per avanzar tempo, e andare pel fresco si riserva a sentirla lassù, fuori di che da quasi tutti si attende all'allegria, ed è speciale un divertimento di caccia che si fa ai grilli, che ognuno si ingegna di far preda, onde se ne riempie la Città, che ne gode per molti mesi il dolce trillo, tenendosi questi da chi ha inclinazione à grilli, appesi alle finestre in certe gabbie scherzose, che apposta per tal' effetto si fanno fare specialmente dà giovanotti per regalare alle loro Dame"

Biancospini in Calvana, marzo 2021
Se chiudiamo gli occhi possiamo anche noi immaginare la scena: un gran numero di persone di tutte le età e di tutte le condizioni, sparpagliate sui prati fuori dalla chiesetta che mangiavano, parlavano, ridevano, cantavano e soprattutto si adoperavano per scovare i grilli e catturarli, e portarli a casa per farli cantare nelle loro gabbiette e rinnovare nei mesi il ricordo di quella bella giornata in Calvana piena di sole e di felicità.

giovedì 18 marzo 2021

La prima "guida turistica" delle Alpi Apuane

Frontespizio dell'opera

Noi tutti, frequentatori dei poggi pratesi - iscritti e non al Club Alpino Italiano - siamo abituati a pensare a Emilio Bertini come al precursore dei moderni escursionisti che percorrono i nostri sentieri, che già nell'Ottocento prefigurò gli sviluppi del "turismo a piedi" alla scoperta delle meraviglie della natura che ci circonda.

In realtà il peraltro benemerito Bertini era solo un continuatore - seppure di notevole livello - di una tradizione di riscoperta della natura e del territorio toscano di impronta "scientifica" che si era avviata già alla fine del Settecento come effetto collaterale del Secolo dei Lumi e della Rivoluzione Francese che ne era scaturita.

Uno dei precursori di Emilio Bertini fu un carrarese, Emanuele Repetti, che nacque, terzo di dieci figli, il 3 ottobre 1776 a Carrara da Giovanni Battista - ligure originario di Chiavari - e Anna Maggini. Personaggio dai molteplici interessi fece "per campare", diremmo oggi, il farmacista. A Firenze, ovviamente, ché nella sua Carrara non c'erano sbocchi per un ingegno come il suo.

Oltre che preparare farmaci e medicamenti, Emanuele Repetti si interessava moltissimo di viaggi e geografia, tanto da pensare fin da giovane, sull'esempio degli Enciclopedisti francesi, a una sorta di Dizionario che raccogliesse tutte le notizie interessanti e anche utili della Toscana in cui viveva: e per cominciare decise di fare una prova, scrivendo dei luoghi che conosceva maggiormente. Ovvero dei monti sopra la sua Carrara, le "dirupate balze" delle Alpi Apuane.

Ritratto di Emanuele Repetti

Tra il 1813 e il 1819 compì una serie di viaggi per esplorare approfonditamente i luoghi e raccogliere spunti per la sua ricerca, che alla fine si concretizzò in un libretto di più di 200 pagine. Era incentrato prevalentemente sull'industria di maggiore importanza di quei luoghi, l'estrazione del marmo: punteggiata però di interessanti dettagli paesaggistici e di suggerimenti di visita che rendono ancora oggi l'emozione del Repetti davanti alle "sue" montagne.

L'operetta si intitolava "Sopra l'Alpe Apuana ed i marmi di Carrara: cenni di Emanuele Repetti" e fu stampata a Fiesole nel 1820, più di duecento anni fa. Ne cito un passo rivelatore:

"La profondità di quelle gole, che si succedono quasi parallele le une alle altre offre all'immaginazione l'idea di un mare tempestoso, i cui flutti sollevati rimasero impietriti. A proporzione che si discende, le pendici veggonsi coperte da una sottile crosta di marna proveniente dalla decomposizione di quella massa calcarea. Ivi principiano a trovare alimento faggi, carpini, ontani, cerri, querci etc., e nella regione inferiore selve rigogliose di castagni, quali somministrano a quelle frugali borgate il vitto per una parte dell'anno".

Il libro ricevette favorevoli recensioni sia dagli scienziati italiani che stranieri, e fu di fatto la prima opera a descrivere abbastanza compiutamente il mondo apuano, a partire dalla sua geologia e morfologia per proseguire con la sua peculiare industria marmifera ed estrattiva senza dimenticare le radici storiche dei territori. Una (quasi) guida turistica ante litteram...

Per chi volesse saperne di più - e grazie a Google - il libro è leggibile sul web liberamente e lo trovate gratuitamente qui

domenica 7 marzo 2021

Una gita in Calvana del 1596

La campagna intorno Gonfienti nel 1982

Nell'aprile del 1596 una coppia di gentiluomini a cavallo uscì dalla Porta a Mercatale per dirigersi dapprima verso la zona della Pietà - dove ancora non c'era il santuario mariano che conosciamo, costruito una ventina di anni dopo - e poi salire, seguendo le ciottolose vie medievali, alla fonte della Rimpolla e a quella che poi sarebbe stata Casa Rossa per fermarsi al Poggio Castiglioni, dove ancora erano i resti di una piccola postazione militare, forse di origine bizantina, che in seguito dettero origine alle case coloniche che ancora oggi conosciamo.

Erano due stranieri - inglesi, per la precisione - in Toscana per compiere una tappa di quel Grand Tour, antesignano del turismo che oggi riempie le nostre città, che allora veniva considerato come una tappa formativa indispensabile alle future classi dirigenti.

Si trattava del 5° Conte di Rutland, Roger Manners, ventenne, accompagnato dal suo precettore Robert Dallington, professore laureato a Cambridge, che allora aveva 35 anni. 

Entrambi interessati ai possessi e al governo del Granduca Ferdinando I, stavano raccogliendo notizie e impressioni sull'economia della regione, e un'escursione per vedere dall'alto i coltivi della fertile piana tra Firenze e Prato era per loro quanto mai opportuna. 

Le fonti non riportano se ebbero accompagnatori: certo, non essendoci all'epoca i sentieri del CAI e le mappe che oggi ci facilitano così tanto la vita è assai probabile che avessero delle guide e altrettanto ragionevole che le stesse fossero munite di tutto ciò che poteva servire al benessere dei gentiluomini in questione: e quindi cibarie, bevande e stoviglie per consumare un picnic ante litteram.

Il giudizio dei due stranieri, dall'alto, risultò quanto mai lusinghiero, complice la primavera in arrivo e l'indubbia fertilità della piana sottostante. 

Nel libro da cui sono giunte a noi queste osservazioni (Descrizione dello Stato del Granduca di Toscana. Nell’anno di Nostro Signore 1596) Robert Dallington scrive: 

"Queste valli appaiono invero come giardini, avuto riguardo alla diligenza con cui vengono curati, ed alla varietà dei frutti. Saliti (...) sulla cima di una ripida collina (...) non riuscimmo a distinguere nessuna parcella che superasse, secondo la nostra stima, un acro e mezzo (poco più di mezzo ettaro), fatta eccezione per i pascoli del Gran Duca intorno al suo Palazzo di Poggio a Caiano; e la terra nuda e il fogliame verde delle viti offrivano insieme una gradevolissima e piacevole visione in tutto simile a quella di una scacchiera."

Praticamente la "scacchiera" che si presentava ai loro occhi era ancora quella della centuriazione romana: una "centuria" era in origine un centum heredia, un terreno quadrato ripartito in cento lotti da trasmettere in eredità delle dimensioni di circa 0,6 ettari, ed è un tipico tessuto agrario che derivava dalla pianificazione creata dai Romani circa quindici secoli prima. 

E che è riuscito a sopravvivere - seppure deturpato e stravolto dall'urbanizzazione e dall'industrializzazione - fino ai giorni nostri, altri cinquecento anni dopo quella gita su Poggio Castiglioni.

(Foto tratta da "Quaderni del Territorio Pratese" di Bardazzi e Castellani, Prato APT 1982)

domenica 28 febbraio 2021

Gocce di preistoria


Sicuramente invidiose per l'abbondanza di minerali del Monteferrato, anche le rocce sedimentarie dell'Appennino Pratese hanno per così dire "partorito" una loro gemma, che le caratterizza e identifica in modo peculiare: il quarzo a tramoggia aeroidro.

Lo troviamo abbastanza facilmente nelle spaccature delle arenarie, accompagnato dal più familiare carbonato di calcio o calcite. In piccoli cristalli che sembrano di vetro o in esemplari assai più grandi: a Porretta a fine Ottocento venne scoperta una prolifica vena dall'allora presidente della sezione bolognese del CAI, Luigi Bombicci, e da questa uscirono negli anni diverse centinaia di grandi esemplari, molti dei quali sono tutt'oggi visibili nel museo a lui intitolato che si trova a Bologna.

Il quarzo a tramoggia è una varietà di quarzo che nasce nelle profondità delle faglie ricche di silice delle nostre montagne, che attraversate da fluidi idrotermali in condizioni di grande calore e pressione hanno fatto nascere degli straordinari cristalli prismatici trasparenti dalle dimensioni davvero importanti, a volte anche di decine di centimetri.

Ciò che distingue questi cristalli dai loro fratelli alpini è la crescita "a imbuto" delle loro faccette, che vede il centro molto più in basso dei bordi del cristallo, creando un aspetto "a gradini" che per affinità con i contenitori utilizzati nei mulini e delle miniere definisce appunto come "a tramoggia" questa sottospecie.

Ma oltre a questo dato che ne caratterizza l'aspetto c'è un'altra particolarità che rende queste "gemme" davvero interessanti.  Imprigionati nella struttura cristallina ci sono molto spesso bitumi e argille accompagnati da bolle di acqua mista a gas - in genere metano - che sono coevi del cristallo, e quindi infinitamente antichi. 

Gocce di preistoria, miracolosamente arrivate fino a noi con solo una faccetta di cristallo a proteggerle!