martedì 7 settembre 2021

Le Rupi del Sole

Lo stemma del Sasso su di una pergamena cinquecentesca 
Il viaggiatore che si trovi a passare per una delle parti più remote della nostra Toscana, quel lembo di forma approssimativamente triangolare che un tempo era parte del Montefeltro e che oggi si incunea all'interno del territorio marchigiano tra Badia Tedalda e Sestino dando origine a tre fiumi, il Tevere, la Marecchia e il Foglia, ha lo sguardo inevitabilmente attratto da due immense rupi di roccia calcarea che sovrastano il crinale dell'Appennino, in questa zona arrotondato e inciso da profonde fenditure argillose ricche di calanchi: il Sasso di Simone e il Simoncello.
La parete verticale del Sasso di Simone  
Sono due gigantesche mesas: enormi blocchi di arenaria con pareti verticali alte 100 metri, dalle cime pianeggianti estese per complessivi 8 ettari - 6 del Sasso di Simone e 2 del Simoncello - , situati a oltre 1200 metri di quota e originati dalla trasformazione di possenti strati di sedimenti marini risalenti all'era Terziaria, decine di milioni di anni fa. 

Il Sasso di Simone dal Simoncello  
Questi depositi vennero creati dall'azione di minuscoli organismi viventi - rimasti poi imprigionati nelle rocce - e furono accumulati dall'erosione dei fiumi in quella parte poco profonda dell'Oceano Tetide che sarebbe diventato il Tirreno Settentrionale. Vennero compressi a pressioni immani nel cuore della Terra fino a trasformarsi in pietra, per essere poi sollevati e traslati dai movimenti della crosta terrestre ed emergere nel corso dell'orogenesi appenninica, frammentati in ciclopici macigni che formarono l'ossatura delle montagne dal Casentino al monte Titano e a San Leo, proprio di fronte alla riva di un altro mare, l'Adriatico.

Sasso di Simone (a destra) e Simoncello 
Il solo pensiero di queste immensità - di materia, di spazio, di tempo - dà i brividi: sottolinea la nostra pochezza di "mosche cocchiere" e ciò nonostante la nostra capacità di essere giunti - oggi - a comprendere questi fenomeni. Ma anche nell'inconsapevolezza delle epoche passate queste rupi furono sempre percepite come dei tramiti tra la terra, spazio del presente, e il cielo, spazio dell'inconoscibile, dell'immensamente grande, dell'eternità. 

Frequentate da tempi immemorabili - sul pianoro sommitale del Sasso di Simone sono stati trovati reperti dell'età del Bronzo risalenti al 1000 a. C. - le due cime prendono il nome attuale da un eremita di origine forse orientale che si stabilì sul pianoro in epoca longobarda, costruendo un romitorio e una cappella dedicata a San Michele. Questi edifici diedero in seguito origine a un monastero benedettino, denominato San Michele al Sasso. Il primo documento che testimonia la presenza del monastero, siglato dal primo abate, è del 1168: il riconoscimento dell'insediamento da parte della Chiesa - e la sua fondazione - furono quindi antecedenti.

La croce che sorgeva sul luogo dell'antico monastero   
Il luogo scelto dai monaci sembrava attraente per vari motivi, non solo spirituali ma anche pratici. Situato in posizione facilmente difendibile, il Sasso dominava le vie di comunicazione e una vasta estensione di foreste e pascoli che almeno inizialmente diedero modo ai monaci di impiantare una proficua attività di allevamento e di sfruttamento del bosco. Purtroppo il clima che inizialmente era favorevole - nel periodo altomedievale ci fu una sorta di "periodo caldo" simile a quello attuale - nei secoli successivi si raffreddò, portando a inverni sempre più rigidi che uniti a flagelli come quello della peste "nera" del 1348 sancirono il trasferimento dei monaci in sedi più comode e lo spopolamento della rupe, con la rovina del monastero - soppresso da papa Pio II nel 1462 - di cui restò in piedi verso la fine del Quattrocento solo la chiesa di San Michele.

La posizione dominante del Sasso di Simone, unita alle lotte per il controllo delle vie di comunicazione che contrapposero tra Quattrocento e Cinquecento lo Stato Toscano e il ducato di Urbino e Montefeltro, portarono dapprima a un tentativo da parte di Novello Malatesta, signore di Cesena e per matrimonio duca del Montefeltrodi costruire e mantenere sul Sasso negli anni intorno al 1450 una fortificazione che avrebbe dovuto controllare il piviere di Sestino, allora compreso nel Ducato di Urbino, e i territori fiorentini appartenenti ai Conti di Carpegna. Il progetto non andò a buon fine per la prematura scomparsa del Malatesta, morto senza eredi a 47 anni. Il piviere nel 1465 tornò allo Stato Pontificio e tutto sembrò fermarsi fino al 5 luglio 1520, quando papa Leone X de' Medici cedette l'intera zona al ducato toscano a compenso di un pagamento che peraltro non fu mai effettuato.

Cosimo de' Medici ritratto dal Pontormo a 19 anni, nel 1538
Il duca Cosimo I de' Medici, salito al potere nel 1537 a soli 18 anni, era un uomo colto, ambizioso e determinato, inteso fin dal principio a stabilire in modo incontrovertibile il proprio dominio sulla Toscana. Nella sua visione i confini dello Stato dovevano essere resi il più possibile sicuri attraverso la costruzione di fortezze che dovevano controllarne il territorio, anche e soprattutto nei suoi lembi più periferici. 

Mappa cinquecentesca del Montefeltro e della Romagna
Per questo, seguendo un disegno sistematico commisurato alle particolari condizioni dello Stato, avviò una sorprendente attività edilizio-militare. Per la sua posizione geografica la Toscana era esposta a frequenti passaggi di truppe, oltre ad essere afflitta dal banditismo. E proprio per controllare i confini e riaffermare l'autorità statale furono progettati e realizzati - insieme a molti altri - i due centri di Terra del Sole ed Eliopoli sul Sasso di Simone. Il primo era una "città nuova" fortificata, edificata in un luogo che sembrava ostile ad ogni insediamento urbano a causa delle alluvioni del fiume Montone e dei fuorilegge che flagellavano l'area. La seconda era una fortezza costruita sulla rupe strapiombante del Sasso per dominare e controllare i passi appenninici verso il Montefeltro e la Romagna, a sfida e monito dei prospicienti fortilizi di San Leo e del Titano.

Scriveva un cronista dell'epoca:
"Il Sasso è luogo della massima importanza perché è elevatissimo e inespugnabile, e perché sta sui confini del piviere di Sestino, del duca d'Urbino, dei conti Giovanni e Ugo di Carpegna, del conte Carlo di Piagnano, della Chiesa e di Rimini e perché chi vi edificasse un castello, come un leone fortissimo potrebbe annientare tutti gli altri castelli e luoghi circostanti senza timore di attacchi. In caso di timor di guerra è possibile specialmente di notte far segnali a Montauto di Perugia, al monte di Assisi, a Recanati, a Sassoferrato e a molte altre terre della Chiesa: in una notte si arriva di rocca in rocca a trasmettere il segnale fino a Roma e di lassù è anche possibile vedere molti luoghi della Dalmazia".
Sull'orlo della rupe 
Entrambi gli insediamenti furono intitolati al Sole. Non a caso: c'era un ben preciso programma iconografico in questa dedica. Il Sole, nella visione medicea, mutuata da autori latini come Ovidio e inquadrata nella filosofia neoplatonica diffusa nell'aristocrazia fiorentina, rappresentava il principio dell'ordine, della ragione e della saggezza, e ben si associava a un tema di perennità e di armonia cosmica che voleva legarsi alla dinastia per 
celebrare la famiglia nella sua continuità genealogica e nella temporalità ciclica ma assoluta dell’eternità. L'astro era il simbolo di un potere “divino” che, pur evolvendo nel trascorrere della vita restava eterno al variare delle stagioni. Infatti nella Reggia del Sole Apollo, assiso in trono, è circondato dalle Ore, dal Giorno, dal Mese, dall’Anno, dalle Stagioni, che nel loro eterno avvicendarsi creano quel cambiamento continuo che peraltro sottende  la stabilità.

La Fortezza di Eliopoli sul Sasso di Simone in un disegno cinquecentesco
Della costruzione della Fortezza di Eliopoli sul Sasso di Simone vennero incaricati gli architetti Giovanni Camerino e Simone Genga. L'idea che aveva preso forma nella primavera del 1554 durante una visita di Cosimo I alla podesteria di Sestino si rivelò subito un progetto ben più che ardito: una città fortezza inaccessibile,  a quote mai osate in precedenza, ben oltre i 1200 metri di altezza, con evidenti difficoltà di approvvigionamento e mantenimento. Una roccaforte inespugnabile ma difficile da realizzare e ancor più da mantenere, pensata per essere inizialmente popolata da 300 armigeri e dalle loro famiglie e destinata a crescere fino a dominare dall'alto delle sue mura tutto il Montefeltro.

Francesco I de' Medici ritratto da Alessandro Allori nel 1575
Il 14 luglio 1566 l'opera ebbe inizio
"..con molto solenne precisione, messa cantata, conti e contesse assai e gran concorso di popoli e parsi che fusse come una gran fiera..."
I lavori proseguirono a fasi alterne per quasi un decennio, più rapidi in estate e quasi fermi d'inverno: e il pianoro per tutti quegli anni risuonò dei rumori e delle voci degli operai, scalpellini, architetti, muratori, carpentieri, falegnami, boscaioli, fabbri, del cigolio dei carri e delle carrucole, del muggire dei buoi. Vennero lentamente realizzati da maestranze prevalentemente lombarde una cinquantina di edifici tra cui le osterie, le casematte, il forno, le carceri, le grandi cisterne per l'acqua, la bottega del fabbro con la fucina, i granai per mille staia di grano, il salnitraio e le salaie, il deposito delle farine, il palazzo del provveditore, l'armeria, l'arsenale, il tribunale, le stalle. 

La strada che porta su al Sasso di Simone, oggi
La fortezza fu progettata per rispondere a quell'ideale di città perfetta rinascimentale, organizzata dalla mente del Signore che crea ex-novo una realtà nella cui architettura si possa esprimere il concetto stesso della perfezione formale, che trovava la sintesi nel simbolo stesso della solarità - eletto a stemma della città - e nella istituzione delle magistrature preposte all'amministrazione della giustizia che coesistono accanto alle strutture militari dell'insediamento, a significare l'inscindibilità delle due funzioni in una comunità civile razionalmente organizzata.

Fu costruito un portico per il mercato settimanale, un'altra chiesa in aggiunta alla cappella sopravvissuta alla rovina del convento, il palazzo del capitano con la cancelleria, gli edifici per l'acquartieramento dei soldati, la sala delle torture, le torri, le mura perimetrali, i depositi per le munizioni, i ricoveri per l'artiglieria, i magazzini per i viveri. Non tutto fu fatto in pietra, molte costruzioni avevano parti anche importanti in legno, e questo determinò una fragilità che nel lungo periodo si rivelò esiziale.

La precipite bastionata del Sasso di Simone
Vennero anche tracciate strade per collegare la rocca ai castelli vicini, e una "strada maestra" che la univa direttamente a Firenze. Anche la rampa per salire alla fortezza dovette essere faticosamente scavata a colpi di scalpello nella viva roccia della rupe, e ciò nonostante la salita restò sempre e comunque difficoltosa al punto che una carovana di pezzi d'artiglieria trainati da buoi, giunta da Arezzo nel pieno dell'inverno 1572, scivolò giù per la ripida salita ormai ghiacciata, trascinando uomini e animali giù per la rupe in una gelida carneficina. 

Simone Genga nel luglio del 1577 scriveva a Francesco I de' Medici, successore di Cosimo I:
«Io venni quì in Mugello, dove ho dato ordine di quanto si ha a fare in mia absentia, et quì anderò alla Terra del Sole et al Sasso di Simone, con disegno di non partir di là sú, sin tanto che non sarà finito il tutto, in maniera che V.A.S. non habbia a sentir molestia... Et in ogni caso non mancarò tragettarmi sì spesso al Sasso, et lì (a Terra del Sole) che ambedue queste fabriche resteranno quest'anno finite purché V.A.S. cometta a chi tocca la provisione delli assegnamenti»

La sella da cui discendeva la "strada Maestra" per Firenze
Il primo gruppo di soldati - undici, più un capitano - venne mandato a presidiare la fortezza nel dicembre del 1573, e ci si rese immediatamente conto di cosa significasse risiedere in un luogo così elevato. I venti soffiavano gelidi e costanti, e le nevi erano talmente copiose che entravano "financo nei letti" e impedivano gli spostamenti sul pianoro a un punto tale che non era possibile nemmeno usare la chiesa ordinaria che pure distava solo una settantina di metri dagli edifici maggiori: per l'inverno venne infatti allestita una cappella temporanea all'interno del palazzo del Capitano. Inoltre il Sasso era lontano dai centri di approvvigionamento e tutto doveva essere trasportato da grande distanza, in particolare tutti i viveri e perfino la legna, per non impoverire la grande foresta di cerro che lo circondava completamente.

Ciclopici massi ai piedi della rupe del Sasso di Simone
Malgrado queste difficoltà nel 1575 venne stabilita sul Sasso la sede del Capitanato di Sestino, con il Tribunale di Giustizia, la podesteria e la sede dell'Arciprete: fu anche istituita una Fiera che si teneva ai primi del mese di giugno insieme a un mercato settimanale favorito dall'abolizione dei dazi sulle merci. Ma pure con queste attribuzioni amministrative e questi incentivi commerciali la Fortezza di Eliopoli restò ben poco appetita dai sudditi del Granduca, che fecero di tutto per non trasferirsi in un luogo così poco ospitale. Al termine dichiarato dei lavori, nell'estate del 1577, solo una decina di case erano abitate stabilmente, e soprattutto in inverno il centro tendeva a spopolarsi del tutto. Uno scritto di uno dei sacerdoti dell'Arcipretura cita addirittura il Salmo 147 per descrivere la situazione climatica: 

"Egli manda la neve come lana, sparge la brina come cenere. Egli getta il suo ghiaccio come a pezzi; e chi può resistere al suo freddo? Egli manda la sua parola e li fa sciogliere; fa soffiare il suo vento e le acque corrono."

Il colpo finale al sogno mediceo di questa città rupestre dedicata al Sole provvide a darlo la Natura nella forma di un cambiamento climatico, ancora in negativo, con la cosiddetta Piccola Era Glaciale: un brusco raffreddamento della temperatura media terrestre, iniziato alla fine del Quattrocento e precipitato verso la fine del secolo successivo per durare altri tre secoli, fin quasi al termine del XIX secolo. Gli inverni diventarono via via più lunghi e più freddi, le nevicate persistenti e abbondanti, i rifornimenti e le comunicazioni sempre più disagevoli. Nel frattempo cambiarono anche le tecnologie militari e la situazione strategica - il Ducato di Urbino entrò a far parte dello Stato Pontificio nel 1630 - e resero sempre più irrilevante e inutilmente dispendiosa la presenza di una simile fortezza, che inevitabilmente scivolò nell'abbandono.

Cosimo III de' Medici ritratto nel 1673 dal Volterrano
Nel 1673, cento anni dopo la fondazione e dopo molti decenni di stentata sopravvivenza, la città del Sasso veniva infine abbandonata al vento, al ghiaccio e alle tempeste invernali, che tornati ad essere dominatori incontrastati del massiccio in breve fecero tabula rasa di tutti gli edifici che con tanta spesa e fatica erano stati eretti sul pianoro. Va detto anche che l'anno successivo all'abbandono - il 1674 - il Granduca Cosimo III de' Medici decretò lo smantellamento del sito, e molti materiali da costruzione furono prelevati per costruire o restaurare i cascinali del circondario, dove ancora si può intravedere qualche elemento architettonico proveniente dalla Fortezza del Sole.

Poche sono le tracce rimaste oggi di quella scommessa granducale di quasi cinque secoli fa: la strada che ripida sale al pianoro, le cisterne per l'acqua, le soglie delle porte di accesso alla fortezza, una grande croce - oggi abbattuta dalle tempeste - che sottolinea l'incessante attrazione spirituale che questo luogo continua ad avere. Resta invece intatto il fascino di un luogo impressionante per la sua solitudine e per la sua alterità.

La lapide celebrativa di Eliopoli nel 1993, un anno dopo la sua posa, e 28 anni dopo nel 2021, a testimonianza di come il tempo sul Sasso corra forse più che altrove

domenica 29 agosto 2021

La Dea della Badia di Montepiano

La Badia di Santa Maria a Montepiano in autunno 
La valle "onde Bisenzo si dichina", a nord della città e della piana di Prato, storicamente non è stata una via di comunicazione di primaria importanza, tant'è che fino ai primi del Novecento non ebbe nemmeno una moderna carrozzabile che la mettesse in comunicazione con Bologna

Malgrado culminasse sul valico della Serra di Montepiano (m 750 s.l.m.), il più basso dell'Appennino Tosco-Emiliano, nei secoli le furono preferite le più ampie valli della Marina a oriente - che portava al Mugello e in Emilia attraverso la Futa - e quella dell'Ombrone a occidente, che portava a Bologna attraverso Porretta e la valle del Reno

Le valli del Setta e del Bisenzio furono messe in comunicazione con mezzi che non fossero sentieri o mulattiere solo ai primi del Novecento, e per la gran parte la strada "Maestra" della val di Bisenzio restò a fondo naturale fino a dopo la seconda guerra mondiale. Ancora nei primi anni Sessanta del Novecento la carrozzabile che collegava la valle del Bisenzio a quella del Setta era sterrata nel tratto che va da Sasseta a Castiglion de' Pepoli, e venne completamente asfaltata solo a partire dal 1962, anno di istituzione della strada statale 325.

L'alto Appennino pratese dall'Alpe di Cavarzano 

L'isolamento e la scarsa densità di popolazione delle zone più alte della valle furono quindi una costante, dalle origini fino all'epoca romana e oltre. Solo con la dissoluzione dell'Impero e l'impaludamento della piana pratese nacquero nuovi insediamenti, peraltro abitati stabilmente solo a partire dall'Alto Medioevo, di popolazioni dedite ad allevamento e pastorizia, allo sfruttamento delle risorse del bosco e alla coltivazione della castagna, frutto ancora oggi profondamente legato alla tradizione della zona.

Tabernacolo lungo il torrente Setta   
In questo territorio aspro e poco abitato, quasi privo di vie di comunicazione, coperto di foreste e percorso solo dagli animali selvatici, trovarono rifugio comunità religiose di tipo eremitico, prevalentemente benedettini vallombrosani, che spesso gettarono il seme di abitati destinati a durare fino ai giorni nostri. Una di queste comunità - creata verso l'anno Mille da un "romito", il Beato Pietro i cui miracoli sono descritti negli affreschi della navata - ebbe il suo centro nella Badia di Montepiano dedicata a Santa Maria.

L'insediamento, come vari altri dello stesso genere, ebbe successo: per vari secoli la Badia accumulò possedimenti fino al Mugello e gestì anche uno Spedale, riservato ai pellegrini che si trovavano a valicare il passo della Serra. Questa relativa ricchezza si tradusse anche in edifici di una certa importanza - anche considerando il contesto in cui si trovavano - di cui il maggiore, sopravvissuto fino ad oggi, è la chiesa della Badia.

L'Orante della Badia di Montepiano 

Costruita in stile romanico a servizio del monastero da maestranze lombarde, ha un portale con una curiosa lunetta di arenaria con un bassorilievo che raffigura una donna che indossa un corto gonnellino nell'atteggiamento dell'"orante", ovvero con le braccia alzate all'altezza delle spalle, in un gesto che si può facilmente interpretare come manifestazione della preghiera.

Per quanto possa oggi suonare strano, questa immagine che ancora oggi accoglie i visitatori di questa chiesa cristiana rappresenta un retaggio del culto della Grande Madre primordiale, che partendo dalla preistoria come un filo conduttore ha attraversato tutte le religioni. Questa dea esprimeva il ciclo di nascita, sviluppo, maturità, declino, morte e rigenerazione che contraddistingue sia le vite umane, sia i cicli naturali e cosmici. Alla sua figura possiamo ricondurre anche la stessa Vergine Maria, alla quale - non a caso - la Badia è intitolata.

Oranti a Romena nel Casentino 

Rappresentazioni di questo tipo, che documentano l'incorporazione nel cristianesimo di culti così antichi da perdersi in una preistorica notte dei tempi, testimoniano la persistenza di queste credenze ancestrali che avevano la tendenza a riemergere soprattutto nelle terre isolate dell'alto Appennino. Sculture simili a questa si trovano anche nelle chiese di San Cassiano in Val di Lima, di Gròpina sul Pratomagno, di Romena nel Valdarno Superiore. Tutte raccontano di come sotto una esteriore vernice cristiana gli antichi culti della dea della terra sopravvivessero ancora.

Gli Oranti di Naquane in Val Camonica (VII millennio a.C.)  

Ancora adesso, la profusione di tabernacoli che nella periferia pratese testimoniano la devozione popolare nei confronti della Vergine Maria rappresentano una reminiscenza di questo culto, che metteva in comunicazione la terra e il cielo. La Grande Madre rappresenta la fertilità della terra che dà sostanza, che porta in sé la vera "anima mundi" e come tale rende possibile la comunicazione con lo Spirito delle divinità celesti.

Gli Oranti di San Cassiano in Controne in val di Lima 
Proprio come il seme che viene sepolto nel grembo della Terra per germogliare, farsi pianta e poi slanciarsi verso il cielo così l'uomo vive la sua stagione di vita, aiutato dalla dea nel suo cammino di rigenerazione: e il simbolo più forte di questo cammino è proprio l'Orante, con le gambe piantate nel rigoglio della Madre Terra e le braccia tese fino a toccare la volta del cielo, sede dello Spirito, in connessione con le divinità celesti, nell'atto di “prendere il cielo” e portarlo sulla terra.

L'acqua del Setta nei pressi della Badia   

L'idea della Madre Terra che da almeno diecimila anni presiede a questa giostra infinita di morte e rinascita su cui tutti noi esseri viventi facciamo un giro, stranamente mi rassicura. Mi fa pensare a quelle foto a lunga esposizione in cui l'acqua diventa un'entità nebbiosa e piumosa nel letto roccioso di un torrente. 

La Dea, la Natura che ci origina, accoglie e circonda è il letto del torrente. Noi esseri viventi siamo l'acqua: movimento e stabilità non sono antitesi, sono una cosa sola, basta saperla cogliere. Solo che l'essenziale resta invisibile agli occhi e troppo spesso noi dimentichiamo questa semplice verità.

lunedì 2 agosto 2021

Le Urlanti di Santa Maria della Vita, a Bologna

Maria Maddalena (in primo piano) e Maria di Cleofa
"Non dimenticherò mai quel Cristo. Era di terra? era di carne incorrotta? Non sapevo di che sostanza fosse. Stava supino, rigido, coi piedi eretti, incrostati di grumi risecchi, che dovean essere le grossezze del mastice messo lì a restaurare la rottura, nerastri, trafitti dal chiodo che aveva lasciato non il fóro ma quasi uno squarcio aspro. Ascoltami. Teneva distese le braccia e le mani conserte su l'anguinaia. Annerata era la faccia ma la barba era ingrommata di non so che bianchiccio.  
Infuriate dal dolore, dementate dal dolore erano le Marie. Una, presso il capezzale, tendeva la mano aperta come per non vedere il volto amato; e il grido e il singulto le contraevano la bocca, le corrugavano la fronte il mento il collo. Ascoltami. Puoi tu imaginare che cosa sia l'urlo pietrificato? Puoi tu imaginare nel mezzo della tragedia cristiana l'irruzione dell'Erinni? 
La Maddalena certo giungeva di lungi, dopo un'ora o un millennio d'ambascia, in atto di precipitarsi come su una preda agognata. Il suo amore e il suo dolore sembravano smaniosi di divorare. Un gran vento era nella sua veste: il vento delle cime inaccessibili era nella sua veste, come nei pepli delle Vittorie. Non so. Intendimi. Era una specie di Nike mostruosa, alata di lini. Le bende svolazzanti le facevano alata la testa; i lembi del manto impigliati ai gomiti le sbattevano indietro come vanni. La bocca era dilatata dall'ululo, rappresi erano gli occhi dal pianto, distorte le dita. 
E, come il tuono di rupe in rupe, il suo lutto si ripercoteva tra la Madre e Maria di Cleofa, si ripercoteva e quasi direi s'imbestiava in quella che, battendosi l'anca, battendosi la coscia, pareva sforzarsi di partorire il dolore, sforzarsi di cacciarlo come si caccia l'infante dalla matrice sanguinosa."
(G. D'Annunzio, Le faville del maglio, 1914)
C'è un luogo, a Bologna, che racchiude e conserva un gruppo di sculture rinascimentali in terracotta, realizzate a grandezza naturale con una violenta intensità drammatica, che rappresentano in modo davvero coinvolgente un tema non solo religioso ma anche umano, quello della Perdita.
Maria Maddalena
Nella chiesa barocca di Santa Maria della Vita, a pochi passi da piazza Maggiore, ha ritrovato da qualche anno la sua collocazione il gruppo di personaggi scolpiti in terracotta a grandezza naturale dallo scultore Niccolò detto "dell'Arca"

Nato probabilmente in Puglia intorno al 1435, giunse a Bologna verso il 1460 dopo aver viaggiato e vissuto a Napoli e in Francia. Nel 1462 è citato in un documento come affittuario di una bottega nei pressi di San Petronio in cui svolgeva la professione di magister  di scultura in terracotta. 

Gli vennero affidate alcune delle formelle dei finestroni sul lato est della cattedrale facendosi conoscere come valente artigiano/artista e gli fu commissionato dalla confraternita dei Battuti Bianchi, per una sconosciuta ubicazione iniziale, il gruppo di sculture del Compianto sul Cristo Morto. 

Otto personaggi a grandezza naturale - divenuti nel tempo sette perché l'ottavo, Nicodemo, modellato sulle fattezze di Giovanni II Bentivoglio allora signore di Bologna, fu distrutto nel 1506 dopo la sua estromissione dal potere da parte di papa Giulio II -  realizzati tra il 1463 e il 1490 in terracotta policroma, i cui colori con il tempo si sono purtroppo quasi del tutto perduti. 
Veduta d'insieme del gruppo scultoreo
Il tema del Compianto nasce dalla narrazione della Passione di Cristo, quando subito dopo la deposizione di Gesù dalla croce, Maria e pochi altri seguaci si trovarono a contemplare il corpo senza vita del Cristo prima della tumulazione nel sepolcro messo a disposizione da Giuseppe d'Arimatea

È il momento terribile in cui la Speranza viene spazzata via dall'orrore della Morte, è la rappresentazione dell'umana disperazione che coglie chi si trova a dover provare un dolore sconfinato: quello della perdita di un genitore, di un figlio, di un maestro, di una persona amata. L'attimo in cui si ha la consapevolezza che chi abbiamo amato, che chi ci ha così profondamente coinvolto, quella persona per cui vivevamo la nostra vita, se n'è andata per sempre.
Maria, la Madre
Molti artisti si sono cimentati con questa rappresentazione, umana e religiosa al tempo stesso. Giotto nella Cappella degli Scrovegni ne dà un primo esempio, ma l'hanno affrontata anche Sandro Botticelli, Tiziano, Lorenzo Lotto, Luca Giordano. Un Compianto simile a quello di Santa Maria della Vita si trova nella chiesa di San Satiro a Milano ad opera dello scultore Agostino Fonduli, un altro sempre coevo si trova nella chiesa napoletana di Sant'Anna dei Lombardi ad opera di Guido Mazzoni.

Confrontandola con le altre opere, quella di Nicolò - all'epoca un giovane di venticinque anni - giganteggia. È straordinaria sia per la qualità dell'esecuzione che per l'altissima intensità del sentimento che ancora oggi, a distanza di centinaia di anni dalla sua realizzazione, riesce a trasmettere. 

Davanti a queste persone letteralmente pietrificate nel loro incommensurabile dolore noi ci identifichiamo, le sentiamo nostre. E lo sconvolgimento portato dalla disperazione raggiunge il suo apice e sembra condensarsi nell'infinito grido della Maddalena, con il virtuosismo delle sue vesti sollevate da un vento invisibile e incontrollabile che sembra creare un vortice: un abisso in cui sprofonda il nostro sguardo.
Maria di Giuseppe, la Madonna e Giovanni Apostolo
Di fronte a simili capolavori che sanno parlare al nostro cuore dalla profondità di mondi e tempi lontanissimi dalla nostra esperienza, si comprende ancora una volta cosa significhi davvero l'arte. 

Il vero artista riesce a rendere tangibile l'invisibile, comprensibile l'indicibile, affrontabile l'impossibile. Come in uno specchio magico ci mostra la realtà del mondo, portandoci a capire che ogni manifestazione della vita - anche la sua fine - è comunque permeata di bellezza: una bellezza orrida, o sublime, che peraltro resta la vera sostanza del mondo che ci circonda.

venerdì 4 giugno 2021

Dal Teatro del Silenzio alla Pietra Cassia

Il Teatro del Silenzio, 2021  

Vicino a Lajatico, in val d'Era, c'è uno degli itinerari che non possono mancare nel palmarés dei camminatori curiosi, interessati di storia e di natura. 

È una passeggiata che fa ben capire quante diverse origini concorrano a dar forma al nostro territorio, e come il paesaggio che ci circonda abbia assunto l'aspetto che crediamo di conoscere da un incessante compenetrarsi di azioni umane e naturali. E' un percorso che non scala vette ma attraversa colline, boschi e coltivi fino a raggiungere uno dei luoghi più affascinanti di questa parte di Toscana: la Rocca di Pietracassia.

Teatro del Silenzio, ingresso alla platea  

Si parte dal suggestivo anfiteatro del Teatro del Silenzio, a due passi dal paese. Creato nel 2006 da un'intuizione del cantante Andrea Bocelli sfruttando la naturale conformazione di una collina al centro di uno scenario che ha come sfondo Volterra, ospita un solo spettacolo all'anno su un palcoscenico decorato da una installazione di arte contemporanea che muta di anno in anno, inquadrato da quinte di enormi blocchi di travertino che racchiudono un piccolo lago su cui viene montato il palco in occasione della rappresentazione. Quest'anno - 2021 - la scultura è Clio Dorada di Manolo Valdés.

La Val d'Era nei pressi di Lajatico   

Scendendo dal Teatro del Silenzio si attraversano coltivi, strade bianche e boschi con un dislivello contenuto, immersi in un paesaggio mutevole creato da un'integrazione perfetta tra l'intervento dell'uomo e l'azione della Natura, per raggiungere - attraverso un lungo crinale boschivo - una rupe emergente dalle colline che dividono le due valli dei torrenti Fosce e Sterza, affluenti dell'Era

La Pietra Cassia  

La rupe, a 534 metri di altitudine, si innalza con uno strapiombo di circa 80 metri ed è caratterizzata da una evidente spaccatura che con ogni probabilità le ha dato il nome: Pietra Cassa, volgarizzata in "Cassia", infatti sta a significare pietra spaccata. Situata in posizione dominante non solo sui due valloni sottostanti ma anche sulla più distante Valdera, fin da epoche remotissime ha ospitato una postazione difensiva, collegata con tutte le altre (Lajatico, Orciatico, Miemo, Montevaso, Chianni, Terricciola) che controllavano le vie di trasporto dei metalli estratti dalle Colline Metallifere.

Panorama dalla vetta della Rocca di Pietracassia  
La data precisa di costruzione degli edifici attualmente esistenti resta ignota, ma si può ipotizzare che risalga almeno all'epoca longobarda. Le prime notizie scritte risalgono al 1028 quando la fortificazione viene citata in alcuni documenti come importante punto di confine tra la diocesi di Volterra e il territorio pisano. Agli inizi del XII secolo era di proprietà dei conti Cadolingi di Fucecchio, costruttori della vicina Badia di Morrona. Pochi anni dopo, nel 1115, venne acquistata dal vescovo Ruggieri di Volterra insieme alla metà dei possedimenti del conte Uguccione, oberato dai debiti. Il fortilizio però venne gestito da Pisa fino al secolo successivo anche se restò di proprietà ecclesiastica.

L'entrata alla Rocca  
Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria, i Lucchesi e Fiorentini ottennero il controllo della rocca e di altri 22 castelli della Valdera. Ma le contese tra Pisani, Fiorentini e Volterrani per il controllo della Rocca e del suo territorio durarono ancora per centocinquant'anni con alterne vicende finché nel 1405, dopo un assedio da parte del Comune di Pisa, il capitano Pietro Gaetani la consegnò a Firenze, insieme alle comunità di Orciatico e Lajatico. Ribellatasi al dominio fiorentino nel 1431, la rocca venne riconquistata dopo tre anni e smantellata per rappresaglia. Da allora si trova in stato di abbandono: un abbandono estremamente suggestivo.

Le mura a Sud  
Il fortilizio ha una massiccia forma squadrata con la facciata principale rivolta a sud, senza aperture e merlature, con feritoie di epoca posteriore. Oltre al mastio, dispone di due torri collegate da possenti mura: una occidentale a pianta quadrata e una orientale a pianta eptagonale. Solo la seconda risulta essere ai giorni nostri in buono stato e accessibile, mostrando ai visitatori una bella volta a botte. Al castello si accede tramite un ingresso sopraelevato posto vicino alla torre di ponente e oggi gravemente danneggiato. Nulla resta degli edifici interni, solo il mastio conserva parte della sua struttura, per il resto crollata. Un restauro conservativo è stato effettuato a partire dal 2007, ed ha reso il sito sufficientemente accessibile per una visita.

Una delle feritoie  
Intorno a ciò che resta della fortezza si estendono silenziose per chilometri le faggete e i castagneti della riserva faunistica di Miemo, con la loro popolazione di mufloni, daini, cervi e cinghiali. Negli anni Settanta del secolo scorso fu qui tentata la reintroduzione del più sensibile ed ostico dei Tetraonidi, il Francolino di Monte, simile a una coturnice, un tempo comune in tutte le Colline Metallifere. Si tratta di un gallinaceo grande quasi quanto un fagiano, con un bellissimo piumaggio e un caratteristico richiamo.

Il Francolino di Monte (foto Luigi Sebastiani)   
Ma ancora più significativo della fauna, e della flora, e delle rovine del castello è il meraviglioso panorama che si gode dalla Pietra Cassia su questa parte della nostra regione. Una distesa apparentemente senza fine di colline, monti, boschi e prati punteggiati di silenziosi piccoli paesi e città a misura d'uomo. É la felicità fatta visione, a testimonianza della vocazione dei Toscani a parlare di sé attraverso il paesaggio, rappresentandosi attraverso i mezzi sublimi della Natura.

Tutti noi dovremmo tener conto di questa vocazione e farcene in qualche misura eredi, imparando a proteggere e apprezzare ciò che i nostri avi hanno lasciato. Non di guerra o di distruzione parlano oggi le rovine di questa antica fortezza, ma di pace e bellezza: perché solo la pace e la bellezza possono salvare il mondo.

L'itinerario descritto 
Chi voglia seguire le nostre orme può scaricare il tracciato in formato gpx da questo link. Le fotografie, ove non diversamente indicato, sono di mia proprietà e possono essere usate solo dietro mia esplicita autorizzazione.

lunedì 24 maggio 2021

Un viaggio d'altri tempi: due giorni da Lucca a Pisa lungo la Via degli Acquedotti

Lungo l'acquedotto del Nottolini
In questi mesi di pandemia siamo stati costretti a limitare uscite e spostamenti e abbiamo forzatamente dovuto riscoprire i dintorni di casa nostra, e non di rado ci siamo trovati a dover riconsiderare le distanze che davvero ci separavano dalle mete che avremmo voluto raggiungere. 

Come in uno specchio deformante, una malattia diffusa a livello globale ad una velocità impensabile in epoche precedenti ci ha portato a toccare con mano quanto il mondo di oggi sia interconnesso, ma nello stesso tempo molti spazi - interpersonali ma anche geografici - si sono dilatati fino a ritornare a ciò che erano molti anni fa, prima dell'avvento dell'Era del Motore.

Una delle ville storiche di Vorno
Improvvisamente luoghi assai distanti - Cina, India, Corea, Giappone, Brasile, Stati Uniti, Nuova Zelanda - ci sono diventati familiari come il cortile di casa, una casa grande quanto il mondo, ma nello stesso tempo il confine delle nostre azioni si riduceva alle stanze della nostra abitazione
 o alle strade del nostro quartiere. 

Adesso molte di queste restrizioni stanno scomparendo e gli orizzonti sembra che tornino di nuovo ad allargarsi. Ciò nonostante vorrei suggerirvi di provare a mantenere ancora un poco questo ribaltamento di prospettive partendo per un viaggio di altri tempi con i mezzi di centocinquantanni fa. Usando le ferrovie, le strade tortuose delle campagne e i sentieri dei Monti Pisani per andare da Prato a Pisa attraverso la Via degli Acquedotti. 

È un tracciato apparentemente semplice e alla portata di tutti: sono circa 25 chilometri da percorrere in due giorni con poco più di seicento metri di dislivello, che usa il treno per andare da Prato a Lucca per poi attraversare a piedi i Monti Pisani fino a Pisa, dove si riprende il treno per il ritorno. 
La campagna presso Badia di Cantignano
Il tratto ferroviario da Prato a Lucca e poi a Pisa non è solo uno dei più antichi d'Italia ma anche la prima strada ferrata internazionale del mondo. Progettato nel 1844 a seguito di negoziati tra il Ducato di Lucca e il Granducato di Toscana fu realizzato a partire dal 1848, quindi interamente in epoca granducale, e fu familiarmente denominato "Ferrovia Maria Antonia" in onore di Maria Antonietta delle Due Sicilie, consorte dell'allora Granduca Leopoldo di Toscana. Chi vi viaggiava negli anni precedenti il 1860 doveva pertanto attraversare una dogana prima di arrivare alla stazione di Lucca, che per i pratesi del tempo era "all'estero" né più né meno che della stazione di Parigi.

E proprio nei pressi della monumentale stazione ferroviaria lucchese, inaugurata nel 1846 su progetto dell'architetto Giuseppe Pardini, sta il punto di partenza di questo viaggio. Che è - come spesso accade nei viaggi - anche un punto di arrivo, quello delle arcate del grande acquedotto progettato da Lorenzo Nottolini. Una infrastruttura necessaria all'approvvigionamento idrico della città di Lucca, che vagheggiata più volte fin dal Settecento, fu infine iniziata nel 1823 durante il ducato di Maria Luisa di Borbone, per essere completata un decennio dopo sotto il ducato di Carlo Ludovico al termine di lavori davvero imponenti per l'epoca.
Il tempietto di Guamo
Con una notevole operazione di terrazzamento e regimazione idrica, diciotto sorgenti di una valle secondaria dei Monti Pisani, la Serra Vespaiata, furono captate e convogliate insieme alle acque dei rii di San Quirico e della Valle in un grande serbatoio dall'architettura a tempio dorico dotato di filtri per togliere le impurità, ubicato a Guamo. Da lì partiva una struttura modellata esteriormente come un acquedotto di epoca romana: più di tre chilometri di lunghezza, 12 metri di altezza, 460 archi in mattoni e muratura che sostengono due diverse condotte per le acque: quelle di sorgente per gli usi potabili, quelle dei rii per alimentare le fontane pubbliche della città. Al termine delle arcate e a ridosso della stazione ferroviaria fu costruito un secondo tempio-serbatoio, quello di San Concordio, da dove l'acqua veniva portata in città attraverso condotte forzate in metallo dotate di 
un complesso sistema mobile per preservare i tubi di ferro dalla rottura dovuta alla dilatazione termica

Ed è da
San Concordio che ci si incammina. Lungo un sentiero che è anche uno stradello di campagna, proprio a fianco delle possenti arcate dell'acquedotto che tagliano dritte la fertile campagna lucchese con vedute inconsuete sulle piccole frazioni attraversate, in breve si raggiunge il Tempietto di Guamo e si continua risalendo la base delle colline tra Lucca e Pisa, con un panorama via via più ampio fino ad arrivare in un luogo dal nome curioso, che compendia il gran lavoro del Nottolini: le Parole d'Oro
Le Parole d'Oro
Le Parole d'Oro costituiscono l'origine dell'acquedotto: un'intera valle - la Serra Vespaiata - in cui le numerose sorgenti che alimentano il torrente che la percorre sono captate e convogliate da una serie di complesse strutture idrauliche in un singolo canale diretto al tempietto di Guamo. Per celebrare la positiva riuscita di quest'opera sul ponte che scavalca il torrente alla fine del vallone fu realizzata un'iscrizione latina - originariamente in ottone dorato a grandi lettere capitali - così concepita:
KAR.LVD.BORB.I.H.DUX.N.AUG.AQUIS.E.PLURIBUS FONTIUM ORIBUS.COLLIGENDIS.ET AD URBANOS PONTES LARGIUS PERDUCENDIS.MONUMENTO.AETERNO.PROVIDIT.DUCATUS.SUI.ANNO.VI  
(Carlo Ludovico Borbone duce uomo nobilissimo e augusto provvide nell’anno VI del suo ducato a raccogliere le acque da molteplici sorgenti e a portarle più largamente verso gli acquedotti cittadini con movimento eterno)

Questa iscrizione, incomprensibile per la quasi totalità degli abitanti all'epoca della costruzione dell'acquedotto, fu da loro semplificata con il toponimo che conosciamo ancora oggi e che identifica il luogo. 

Il ponte e il parco intorno alla Serra Vespaiata sono stati restaurati nel 2014: il sentiero che le attraversa sale seguendo la valle fino ad arrivare alla strada in corrispondenza di un valico a poco più di 200 metri di quota, nei pressi di un piccolo Osservatorio Astronomico, quello di Vorno, situato sul poggio della Gallonzora. Da lì si discende fino ad arrivare a una delle più affascinanti frazioni del comune di Capannori, Vorno.

Vorno, Pieve di San Pietro (foto da Wikimedia Commons) 
Più che un paese, un agglomerato di abitazioni e ville sparse in una bella conca attraversata da un rio, il rio di Vorno, e con una pieve, quella di San Pietro, oggi decisamente sovradimensionata rispetto all'effettiva densità dei fedeli. Vorno, come altre frazioni del circondario, è stata per secoli una meta delle villeggiature delle famiglie nobili lucchesi, apprezzata per la natura rigogliosa e il clima mite. Si presta molto bene a fare da punto di arrivo della prima giornata di viaggio lungo la Via degli Acquedotti, anche perché ha diversi B§B e ottimi ristori dove il viandante affamato e stanco può fermarsi.
Antico mulino lungo il Rio Maestro di Vorno 
Dopo la sosta a Vorno la Via riparte risalendo il rio Maestro di Vorno all'inizio per carrozzabile, poi per sterrato e infine per sentiero fino a raggiungere uno dei valichi più importanti dei Monti Pisani, quello di Campo di Croce, a 612 metri di quota, contraddistinto da un incredibile bosco naturale di cedri del Libano, esistente da secoli sul valico. Al passo si incrociano numerosissimi sentieri: la Via degli Acquedotti piega scendendo sulla destra del valico e attraversando alcune formazioni tipiche dei monti Pisani, i così detti "Maoni".
Un "maone" lungo la Via degli Acquedotti (foto M. Tongiorgi) 
Malgrado l'altezza contenuta, i monti Pisani conservano nei maoni tracce importanti delle ultime ere glaciali. Queste sassaie sono state infatti originate da un fenomeno detto crioclastismo, ovvero il processo di disgregazione meccanica della pietra causato dalla pressione provocata dall'aumento di volume dell'acqua contenuta entro le fessure rocciose quando questa congela. Questo fenomeno crea detriti ghiaiosi dagli spigoli vivi, affini ai ghiaioni presenti al di sotto delle vette delle cime alpine: ricordi di periodi in cui il clima della nostra Toscana era simile a quello attuale dell'Islanda.

Dopo aver superato una "foce" - quella di Penecchio - più bassa del Campo di Croce di un centinaio di metri il sentiero raggiunge la prominenza denominata "Scarpa d'Orlando" contraddistinta dalla prima delle sorgenti che dànno il nome alla Valle delle Fonti, ovvero il luogo da cui ha origine l'Acquedotto Mediceo Pisano, più vecchio di quello del Nottolini di oltre duecento anni. 

Gli archi dell'Acquedotto Mediceo 
Voluto dal Gran Duca Ferdinando I fu inizialmente realizzato negli ultimi anni del Cinquecento ed aggiornato varie volte attraverso i secoli, fino a una sistemazione idraulica effettuata alla fine dell'Ottocento con la costruzione di numerose "prese" d'acqua convogliate a un serbatoio centrale che lo rese simile a quello lucchese. La lunghezza dell'acquedotto è doppia (6 km) rispetto a quello del Nottolini, e anche il numero degli archi supera i novecento.
Il Cisternone dell'Acquedotto Mediceo (Foto da Wikimedia Commons) 
Il sentiero percorre tutta la valle scendendo ripidamente fino a raggiungere il così detto "Cisternone", luogo di raccolta e filtraggio delle acque raccolte nella valle, con un serbatoio di oltre 360 metri cubi di capienza che garantiva un'autonomia al sistema idraulico di 6/8 ore. 

Da lì parte un tratto di galleria sotterranea che porta l’acqua fino all’ultima struttura di fondovalle della rete delle prese, in cui avviene lo scambio fra due condotte differenti: da una sotterranea a forte pendenza si passava ad una sopraelevata su archi a minima pendenza che conduceva l’acqua sino a Pisa. A due passi dall'inizio delle arcate verso Pisa troviamo il piccolo paese di Asciano Pisano, dove è possibile rifocillarsi e sostare prima dell'ultimo tratto del percorso.
Il percorso della Via degli Acquedotti
La lunga sequenza delle arcate dell'acquedotto, affiancate da uno stradello a fondo naturale che percorriamo, raggiungono da Asciano le mura di Pisa in corrispondenza di piazza delle Gondole. Qui è presente una cisterna da dove l'acqua veniva nuovamente incanalata in condutture sotterranee per alimentare le varie fontane presenti in città, tra le quali la fontana dei Putti in Piazza dei Miracoli e la fontana sotto la Statua di Cosimo I in Piazza dei Cavalieri.
Piazza dei Miracoli
E dopo due giornate intense è proprio tra le bellezze di Pisa che finisce questo itinerario che ci ha portato in giro per centinaia d'anni di storia umana e migliaia di anni di quella naturale, tra acquedotti chiese case e ville, monti valichi e boschi, torrenti, fonti e pietraie glaciali, con la cadenza lenta e tenace dei passi del viandante. Ben diversa da quella del motore, si avvicina al ritmo che più vorremmo sentire nei nostri viaggi: quello del cuore.

Chi è interessato a scaricare il tracciato del percorso può farlo direttamente da qui oppure attraverso Wikiloc. Buon viaggio!