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martedì 28 luglio 2026

La crepa luminosa del mondo

La statua di San Michele 

Nell'abbazia di San Michele, affacciata sui laghi di Monticchio, l'arcangelo appare con tutta la teatralità che la tradizione gli ha consegnato: la corona, le grandi ali spiegate, la corazza dorata, il mantello rosso. In una mano stringe la spada, nell'altra una piccola bilancia. Sotto i piedi, schiacciato contro la roccia, si contorce il drago.

La statua è colorata, quasi domestica nella sua collocazione tra le tende rosse, una finestra troppo luminosa e la fiammella artificiale di un lumino. Ha il pathos un po' impacciato dei santi di provincia, e tuttavia racconta qualcosa di smisurato. Non soltanto la vittoria del bene sul male, ma l'irruzione di un ordine diverso dentro il nostro.

Il drago è in basso, aderente alla terra: scuro, pesante, informe. Michele è verticale, e non sembra appartenere alla materia su cui poggia. Vi è disceso. La spada spezza, la bilancia distingue, le ali dichiarano che esiste un altrove.

Guardando questa immagine ho pensato che l'arcangelo potesse essere qualcosa di più del comandante delle schiere celesti. Forse proprio una crepa luminosa nella parete del mondo.

La sua storia viene da lontano, e non da un solo luogo. Affiora nel giudaismo del Secondo Tempio, quando gli antichi messaggeri anonimi di Dio cominciano ad acquistare un nome, una personalità, una funzione. Nel Libro di Daniele, redatto nella sua forma definitiva intorno al II secolo avanti Cristo, Michele compare con particolare evidenza: è uno dei grandi "prìncipi" del cielo, il difensore d'Israele.

La grotta di San Michele all'interno dell'Abbazia

Alle spalle di questa trasformazione c'è il lungo incontro del mondo ebraico con le culture babilonese, persiana ed ellenistica. Sarebbe troppo comodo dire che gli arcangeli siano nati in Persia: le religioni raramente rispettano genealogie così pulite. Ma in quell'Oriente attraversato da imperi, migrazioni e rivelazioni si consolida l'idea di un universo popolato da potenze invisibili, ordinate per gradi e funzioni, impegnate in un conflitto che eccede la storia degli uomini.

Michele attraversa così l'ebraismo e arriva al cristianesimo. Nell'Apocalisse combatte il drago e lo precipita dal cielo; nei secoli diventa guerriero, protettore, guaritore, custode dei santuari, accompagnatore delle anime. La sua figura percorre il Mediterraneo, raggiunge il Gargano, viene adottata dai Longobardi, si diffonde lungo montagne, grotte, luoghi di confine.

Non è casuale che tanti santuari micaelici sorgano in alto o dentro la roccia. Michele abita le soglie: cielo e terra, luce e buio, corpo e spirito, vita e morte. Non appartiene del tutto a nessuno dei due lati. Li tiene in comunicazione.

L'abbazia vista dal Lago Superiore di Monticchio 

A Monticchio tutto questo sembra naturale. L'abbazia è incastonata nella parete del monte, sospesa sopra due laghi nati nel cratere di un vulcano spento. Acqua, bosco, roccia e profondità della terra si incontrano in un paesaggio che ha già qualcosa di enigmatico. Il santuario non occupa quel luogo: si inserisce nella sua frattura.

Ma quale mondo separa — o unisce — l'arcangelo?

Il cristianesimo risponde che la creazione è buona, benché ferita. Michele non viene a liberarci dalla materia, ma dal male che la corrompe. Il drago non è il mondo: è ciò che tenta di deformarlo, di possederlo, di convincerci che violenza, paura e morte abbiano l'ultima parola.

Esiste però un'altra lettura, più inquieta, nata nelle correnti gnostiche dei primi secoli.

Secondo molti sistemi gnostici, al di sopra del nostro universo si trova il Pleroma, la pienezza della realtà divina. Il Dio supremo, l'Uno inconoscibile, non crea direttamente il mondo materiale: da lui procedono gli eoni, emanazioni della sua luce. Tra questi c'è Sophia, la Sapienza. Da una sua frattura, data da un errore, un desiderio incompleto, nasce il Demiurgo: un creatore inferiore che, ignorando la realtà superiore, modella il nostro universo e si crede l'unico dio.

La chiesa vista dall'interno della Grotta di San Michele

Il mondo diventa allora una copia imperfetta, una stanza chiusa, governata da potenze che vogliono impedire all'uomo di ricordare la propria origine. Eppure dentro alcuni esseri umani resta imprigionata una scintilla che viene dal Pleroma.

La salvezza, qui, non è comportarsi bene o obbedire a una legge. È la gnosi: una conoscenza che trasforma chi la riceve. Salvarsi significa ricordare chi siamo, capire che non apparteniamo del tutto a questo mondo, e attraversare le barriere che ci separano dall'origine.

Vista con questa lente, la figura dell'arcangelo cambia del tutto. Non è più un funzionario della corte divina, ma un emissario della Pienezza: una potenza luminosa che attraversa i livelli della realtà per raggiungere la scintilla imprigionata nell'uomo. Scende nel mondo inferiore, porta un frammento di conoscenza, indica la via del ritorno.

La spada non serve solo a uccidere il drago: recide l'inganno che tiene l'uomo legato alla sua prigione. La bilancia non pesa solo le azioni di una vita: distingue ciò che in noi appartiene alla terra da ciò che conserva memoria del cielo. Le ali non sono un ornamento: sono la prova che le mura non sono invalicabili.

I laghi visti dall'abbazia 

Non sto dicendo che la statua di Monticchio sia un'immagine gnostica: appartiene in pieno alla tradizione cristiana e a una devozione costruita in secoli. Ma le immagini religiose sono più antiche e più profonde delle interpretazioni che pretendono di chiuderle dentro una sola. Continuano a generare significati, a volte contraddittori, perché nascono dalle stesse domande di sempre: perché il mondo contiene il dolore, perché ci sentiamo stranieri dentro la nostra stessa vita, se esista qualcosa oltre ciò che vediamo — e se qualcuno possa attraversare la distanza che ci separa da quell'altrove.

Michele sembra rispondere di sì. Non spiega che cosa ci sia oltre la parete, non consegna una mappa del Pleroma né la certezza di una fuga. Compare e basta, luminoso e armato, tenendo sotto i piedi la creatura che pretendeva di essere padrona dell'intero orizzonte.

Il drago è forse proprio questo: la voce che ripete che la realtà materiale, con le sue paure, le sue necessità, la sua morte, sia tutto ciò che esiste. Michele non distrugge il mondo; ne incrina la pretesa di essere assoluto.

E proprio da questa incrinatura entra la luce.

E forse la vera sapienza — Sophia — non è conoscere ogni cosa, ma accorgersi della crepa. Riconoscere che perfino nella stanza più chiusa, tra le tende rosse e la fiammella di un lumino, filtra un chiarore che viene da un luogo che ancora non vediamo.

mercoledì 12 novembre 2025

Il silenzio di Camaldoli

Le casette dei monaci 

Oggi sono stato all’Eremo di Camaldoli.

È un luogo che non sembra stare nel tempo in cui viviamo. Ci arrivi attraversando la foresta del Casentino, un bosco che non fa da sfondo: ti assorbe. L’aria è più scura, più silenziosa, come se si camminasse dentro un pensiero antico.

L'ingresso dell'Eremo 

L’Eremo nacque attorno all’anno Mille per volontà di san Romualdo, che sosteneva una cosa semplice e radicale: per incontrare Dio bisogna prima imparare a stare soli con se stessi. Non una solitudine triste, ma una solitudine piena, attenta, scavata.

Qui le “celle” non sono stanzette.

L'altare di San Romualdo, nella cella

Sono piccole case in pietra, ognuna con un minuscolo orto davanti. Ce ne sono venti, ma quasi mai nella storia sono state tutte occupate. Oggi i monaci sono pochi, circa nove, dai 35 ai 70 anni più o meno. Vivono ciascuno nella propria casetta, con lo stretto necessario: uno scaldabagno, una stufa a legna come nei secoli passati (e qui gli inverni non sono uno scherzo), una scrivania, un letto, la cappellina privata.

L'ingresso della cella di San Romualdo  

La vita è solitaria: si chiama eremitaggio, ed è diverso dalla clausura. La clausura è una comunità chiusa al mondo esterno, ma comunque comunità, cioè convivenza. L’eremitaggio, invece, è essere separati anche tra loro. Ci si incontra per la preghiera e per pochi momenti comuni, ma la porta della propria cella resta chiusa. Il silenzio non è un accessorio: è lo strumento.

Il letto di San Romualdo  

Le concessioni alla modernità sono minime, essenziali, mai invadenti: una piccola lavanderia con la lavatrice che usano a turno, un refettorio comune dove da qualche anno pranzano e cenano insieme, e una governante, che vive nella foresteria fuori dal recinto dell’Eremo. Non entra: passa il cibo, nient’altro. Per il resto, niente televisione, niente internet. Zero rumore. Zero distrazioni.

Badessa, la gatta dei monaci 

A mantenere il controllo dell’ordine e della misura c’è un Priore dalla disciplina ferma ma non ottusa. E a vigilare su tutto il complesso, un personaggio importante: Badessa, la gatta. Lei non fa voto di silenzio, ma di solito parla poco lo stesso. È la vera autorità morale, inutile negarlo.

La facciata della chiesa 

La chiesa dell’Eremo non è più quella originaria voluta da san Romualdo: andò distrutta in un incendio nel 1698. Quella attuale è una chiesa barocca, piena di stucchi, cornici, dorature — un contrasto quasi sorprendente rispetto all’essenzialità delle celle: come se il cuore fosse austero e la voce splendesse.

L’Eremo è in parte visitabile: una breve visita guidata di circa mezz’ora racconta ciò che questo luogo è oggi. Nel nostro caso, a condurla è stata una signora bravissima, capace di spiegare con semplicità perché una vita come questa, che a molti pare impossibile, per loro invece è ancora piena, viva, pensata.

L'interno barocco della chiesa 

Visitare l’Eremo significa sbattere contro una domanda che non sempre abbiamo voglia di farci: che cosa resta quando togli tutto? Quando non ci sono rumori, distrazioni, notifiche, discorsi, richieste?

E capisci che non si tratta di “fuga dal mondo”. È piuttosto il tentativo di sentirne finalmente il fondamento. E il silenzio, quassù, non è vuoto. È pieno fino all’orlo.

I boschi autunnali intorno all'Eremo


giovedì 15 maggio 2025

Sopra le nubi tossiche

Fioritura di narcisi sotto alla vetta del monte Croce 

C'è un racconto nella saga di Hyperion di Dan Simmons che non mi ha mai lasciato davvero. Il protagonista vive su un pianeta - T'ien Shan - dove solo le vette delle montagne sono abitabili: le basse quote, immerse in un’atmosfera densa di fosgene, sono diventate letali. Le persone si rifugiano in alto, sopra le nubi tossiche, come se la salvezza fosse ormai confinata all’apice del mondo.

Mi è tornata in mente questa storia stamattina, camminando lungo il sentiero 109 che dall'Albergo Rifugio Alto Matanna conduce alla vetta del Monte Croce, poco più di 1300 metri. Davanti a me si apriva il profilo delle Panie, ma erano i miei passi a essere immersi in un’altra meraviglia: un'immensa fioritura di narcisi e asfodeli che ammantava prati e pendii. Un tripudio bianco e verde che sembrava una benedizione. E lì, nel silenzio profumato del mattino, ho capito che anche quella bellezza, così pura e apparente, raccontava una storia più complessa.

Panorama da sotto la vetta del monte Croce  

Le Apuane meridionali, da lontano, sembrano un rifugio incontaminato sopra una pianura ormai satura: fabbriche, capannoni, centri commerciali, asfalto, automobili, logistica. Tutti i feticci della nostra epoca. Ma questo isolamento montano non è frutto di un miracolo: è la conseguenza di scelte umane, o più spesso di non-scelte. Di abbandoni. Di economie che si sono sgonfiate, di borghi svuotati, di sentieri dimenticati. L’agricoltura di quota, la pastorizia, le attività forestali: tutte ritirate, lasciando spazio a una rinaturalizzazione che oggi ci appare “vergine” ma che, in realtà, è il volto più recente di un paesaggio plasmato per secoli dall’uomo.

A ogni passo, lungo il crinale, si incontrano le tracce di quel mondo perduto: mulattiere, muretti, terrazzamenti, ruderi di case in pietra, carbonaie ormai avvolte nel muschio. Non era wilderness. Era civiltà.

E allora quel che vediamo oggi – e che tendiamo a mitizzare come un ritorno all’eden – è in realtà un tempo sospeso. L’uomo ha sempre avuto la tendenza a mitizzare il passato e la natura, a evocare un’età dell’oro in cui tutto era armonia. Ma quella nostalgia rischia di essere un alibi.

Forse il punto non è tornare indietro, ma imparare a guardare avanti con consapevolezza. Con la stessa cura con cui i nostri nonni sistemavano un muro a secco, o tracciavano un sentiero tra le rocce. Perché anche il futuro – come le vette di Hyperion – dipenderà da dove e come decideremo di abitare.

sabato 22 marzo 2025

Resurrezione liquida: la sorgente del Borro di Cavagliano a Travalle

Il Rio Camerella a poca distanza dalla sorgente

Quando si osservano i Monti della Calvana, situati tra Prato e il Mugello, ci si accorge immediatamente di quanto questo massiccio sia diverso dalle altre montagne toscane. Il paesaggio che si presenta agli occhi del visitatore è caratterizzato da un'apparente assenza d'acqua: poche sorgenti in quota e nessun ruscello che scende visibilmente dai pendii. In passato, quando le praterie avevano un'estensione maggiore rispetto a quella odierna, chi attraversava in estate i crinali assolati della Calvana si trovava davanti a uno scenario quasi lunare: vaste distese di praterie pietrose, doline scavate nella roccia e rarissime tracce d'acqua in superficie.

Questa caratteristica peculiare nasconde però una verità affascinante: l'acqua nella Calvana è abbondante, ma scorre invisibile sotto i nostri piedi. I Monti della Calvana rappresentano infatti il secondo complesso carsico della Toscana per dimensioni, superato solo dalle più note Alpi Apuane. La loro formazione geologica, denominata "formazione di Monte Morello" e risalente al periodo compreso tra il Paleocene e l'Eocene medio (circa 66-40 milioni di anni fa), è costituita principalmente da argille e dal caratteristico calcare Alberese. Queste rocce, con la loro particolare composizione, hanno dato origine nel corso dei millenni a un sistema idrologico complesso e articolato.

La Marinella vicino alla villa di Travalle 

Il calcare, elemento predominante del massiccio, agisce come un gigantesco filtro naturale: l'acqua piovana, anziché scorrere in superficie formando torrenti e ruscelli, si infiltra nelle innumerevoli fratture e nelle doline che punteggiano i crinali e i pascoli sommitali. Una volta penetrata nella roccia, l'acqua intraprende lunghi e tortuosi viaggi sotterranei, muovendosi lentamente attraverso cunicoli e gallerie scavate dalla sua stessa azione chimica. Nel corso dei millenni, questo processo continuo ha progressivamente eroso la roccia calcarea, creando un articolato sistema di cavità sotterranee.

Il viaggio dell'acqua all'interno del massiccio prosegue fino all'incontro con strati di roccia più impermeabile o con barriere geologiche naturali, come le marne o altre formazioni meno permeabili che si trovano a quote inferiori. È proprio in questi punti, generalmente posizionati tra i 300 e i 400 metri di altitudine, significativamente più in basso rispetto alla dorsale montuosa principale, che avviene la "risorgenza": l'acqua riemerge in superficie dando vita a sorgenti perenni.

La distribuzione di queste sorgenti non è uniforme lungo tutto il massiccio. Ne sono state censite ben 97, concentrate principalmente nella parte settentrionale e in quella centrale della catena montuosa, molte delle quali situate proprio nella fascia altimetrica compresa tra i 300 e i 400 metri. La parte meridionale, invece, presenta un numero significativamente inferiore di sorgenti, prevalentemente localizzate in prossimità dei fondovalle. Una caratteristica importante di queste sorgenti è la notevole variabilità della loro portata, strettamente legata all'intensità delle precipitazioni. Questa particolarità evidenzia la rapidità con cui l'acqua piovana attraversa il sistema carsico, riemergendo dopo percorsi relativamente brevi ma complessi.

Rio Camerella 

Nonostante la natura carsica del territorio, la densità del drenaggio superficiale nella Calvana è sorprendentemente abbondante rispetto ad altre aree con caratteristiche geologiche simili. Tuttavia, solo alcuni dei piccoli torrenti che discendono dalla dorsale mantengono un flusso perenne durante tutto l'anno, mentre la maggior parte si secca nei periodi di siccità prolungata; tutti, in generale, vengono alimentati dalle risorgenze presenti a varie quote, alcune delle quali particolarmente copiose.

Tra le tante sorgenti della Calvana, una spicca in modo particolare: quella del Borro di Cavagliano a Travalle. Qui l’acqua, dopo aver percorso il suo misterioso viaggio sotterraneo, riemerge con tale forza da generare l’intero Rio Camerella, che dopo un breve corso va a gettarsi nella Marinella. Dal punto di vista idrogeologico, la sorgente del Borro di Cavagliano presenta una conformazione peculiare: una bocca principale alimenta direttamente il rio, mentre un serbatoio creato artificialmente è collegato a un antico lavatoio e a una presa d'acqua. Questa doppia struttura ha permesso, nei secoli, un uso razionale e sostenibile della risorsa: da un lato, il nutrimento continuo del corso d’acqua; dall’altro, il supporto alle attività quotidiane della comunità locale.

La sorgente del Borro di Cavagliano 

Grazie alla sua portata costante, anche nei periodi più siccitosi, la sorgente è stata per secoli un riferimento vitale per gli abitanti della zona, garantendo acqua per uso domestico, agricolo e per l’abbeveraggio del bestiame. La sua importanza è testimoniata dalle opere di sistemazione idraulica realizzate nel tempo, che hanno permesso di ottimizzare la fruizione della sorgente senza comprometterne l’equilibrio naturale.

Ma la sorgente non è solo una risorsa idrica: la sua storia è intrecciata a un universo culturale e simbolico di rara suggestione. A pochissima distanza si ergono antiche murature che racchiudono una collinetta lobiforme di origine quasi certamente artificiale. Oggi questo luogo ospita la casa colonica nota come "podere Castelluccio", ma alcuni studiosi ritengono che queste strutture costituissero originariamente la base di un tempio probabilmente dedicato al culto delle acque. La presenza di un edificio sacro in prossimità di una sorgente così abbondante non è casuale. Il culto delle acque rappresenta infatti uno degli elementi più antichi e persistenti nelle religioni mediterranee, e in particolare nella cultura etrusca, che aveva sviluppato una profonda connessione spirituale con le manifestazioni naturali dell'acqua.

Il lavatoio-abbeveratoio 

Le sorgenti, in particolare quelle che emergevano misteriosamente dal sottosuolo dopo percorsi invisibili attraverso le viscere della terra, erano infatti considerate manifestazioni divine, punti di contatto tra il mondo terreno e quello ctonio. L'acqua che sgorgava dalle profondità della terra portava con sé non solo fertilità e vita, ma anche conoscenza e potere purificatore. Non sorprende quindi che attorno a queste sorgenti si sviluppassero luoghi di culto e rituali specifici.

Gli Etruschi, popolo che ha abitato queste terre prima della dominazione romana, avevano elaborato una complessa teologia in cui le divinità legate alle acque occupavano un ruolo primario. Numerose sono le testimonianze archeologiche di culti legati alle sorgenti in tutta l'Etruria, con ritrovamenti di ex voto, strutture rituali e santuari dedicati a divinità acquatiche. A Pizzidimonte, a poca distanza da qui, sono state ritrovati diversi reperti di epoca etrusca collegati a frequentazioni sacrali di questo tipo, mentre la collina del podere Castelluccio, finora, non è mai stata oggetto di indagine archeologica e verosimilmente potrebbe celare altri ritrovamenti dello stesso genere.

Il punto in cui riemerge la sorgente 

Il ciclo delle acque carsiche – che si perdono nel sottosuolo per poi riemergere – ha nutrito, fin dall’antichità, un immaginario legato ai temi della morte e della rinascita. Il viaggio sotterraneo dell’acqua, che scompare nell’oscurità per poi riapparire pura e rinnovata, era interpretato come una metafora del percorso dell’anima nel mondo dei morti e del suo ritorno alla vita. Nelle culture arcaiche del Mediterraneo – e in quella etrusca in particolare – questo ciclo naturale assumeva un significato sacrale. Le sorgenti carsiche venivano viste come varchi tra il mondo visibile e l’aldilà, e non a caso i luoghi sacri sorgevano spesso in prossimità di questi fenomeni.

L’antico tempio di Castelluccio, collocato su una collinetta sopraelevata rispetto alla sorgente, probabilmente rievocava simbolicamente questo viaggio, dall’acqua che risorge dalle profondità ctonie al tempio che si eleva verso la luce. Era un cammino rituale, un’ascesa carica di significati spirituali e di legami con i cicli stagionali e il culto degli antenati, con pratiche di purificazione, riti propiziatori e offerte votive alle divinità delle acque. L’acqua della sorgente – ritenuta rigenerante e guaritrice – veniva utilizzata sia per scopi cerimoniali che terapeutici.

Il getto che cade nel lavatoio 

Oggi, mentre l'acqua continua il suo eterno ciclo attraverso le rocce calcaree della Calvana, emergendo copiosa dalla sorgente del Borro di Cavagliano, possiamo solo immaginare i rituali e le credenze che per millenni hanno accompagnato questo fenomeno naturale. Ma le antiche murature del podere Castelluccio rimangono, a testimoniare quella sacralità del luogo che i millenni non hanno completamente cancellato.

Oggi la sorgente è molto più di un fenomeno idrogeologico: è un crocevia di storie e conoscenze dove geologia, archeologia, storia e mito si incontrano e si mescolano, dando forma a un racconto affascinante che attraversa i millenni e ci parla ancora, toccando le nostre radici più profonde.

Per chi voglia visitare questo luogo di seguito posto una cartina (cliccate per aprirla in modo interattivo); nel caso raccomando di fare attenzione perché la sorgente si trova dentro campi coltivati che non vanno calpestati né percorsi con mezzi diversi dalle gambe. Le coordinate GPS della sorgente sono 43.8881086N, 11.1538936E.

La conca di Travalle

venerdì 17 gennaio 2025

Il deserto del Monteferrato

Matsucoccus Feytaudi 
Il Matsucoccus Feytaudi, noto come Cocciniglia del Pino, è un insetto originario delle regioni atlantiche europee, dove convive in naturale equilibrio con i pini marittimi di cui si nutre. La sua storia in Italia inizia negli anni Settanta, quando attraverso il commercio del legname raggiunge prima la Francia meridionale e poi, nel 1977, si diffonde in Liguria e Toscana. Nei primi anni '80, l'insetto colonizza il Monteferrato pratese, trovando condizioni ideali per una proliferazione incontrollata: il clima più caldo e l'assenza di predatori naturali ne favoriscono una diffusione devastante per i pini marittimi della zona.

La pineta devastata dalla cocciniglia 
Il ciclo vitale del Matsucoccus si compie in un anno. Da marzo a maggio, ogni femmina adulta depone circa 300 uova nelle fessure delle cortecce, proteggendole con un caratteristico ovisacco ceroso bianco. Tra metà aprile e inizio giugno, si schiudono le neanidi: minuscole larve giallastre ovali, lunghe appena 0.3-0.4 millimetri. È questo lo stadio più critico per la diffusione dell'insetto: le neanidi, estremamente mobili, vengono trasportate dal vento colonizzando rapidamente nuove piante ospiti, nelle cui cortecce si insediano per nutrirsi della linfa.

La pericolosità di questo parassita risiede proprio nella sua capacità di creare una massiccia biomassa infestante. Sul Monteferrato, in assenza di antagonisti naturali, questa invasione si è trasformata in una vera emergenza ambientale, portando allo sterminio delle popolazioni locali di pino marittimo.

Il Chiesino, la vetta del Monteferrato, 420 mt 

I pini marittimi del Monteferrato furono piantati da diversi proprietari tra il 1850 e il 1890 con ottimi risultati, tant'è che le pinete hanno lentamente ricoperto nel Novecento le tre familiari "gobbe" ofiolitiche fino a far credere a noi cittadini di essere flora autoctona.

La pineta poco sotto la cima del Monte Chiesino (420 mt.)
Non si trattava di un intervento che aveva finalità estetiche. L'idea ottocentesca - adottata anche da agronomi di vaglia come il pievano di Montemurlo Raffaello Scarpettini - era quella di "mettere a coltura" tutte le terre disponibili, e quindi anche quelle del Monteferrato, per creare una piantagione di pini marittimi da cui ricavare una materia prima naturale che al tempo non aveva concorrenti sintetici: la resina, da cui si si estraevano per distillazione trementina e colofonia. Anche se il terreno accidentato e poco fertile non consentì il ritorno economico sperato, i pini restarono a ingentilire le pendici dei tre poggi.

Nella sua Guida della Val di Bisenzio del 1892 così descrive il Monteferrato il fondatore del CAI di Prato, Emilio Bertini:
"Oggi tutta la pendice del monte, che dalla vetta detta il Chiesino scende sino alle Prataccia da levante e fino alla Villa Geppi da ponente, è coperta di pini: quarant’anni fa tutto era deserto e nudo. Il primo a tentare d’imboschire il monte fu il benemerito e dotto agronomo Scarpettini, Pievano a Montemurlo, che seminò la pineta dalla parte occidentale e ne ebbe subito i frutti. Poi Gaetano Benini di Prato che dopo aver piantato olivi e gelsi, da oriente, ai piè del monte, ne volle seminar di pini domestici (pinus pinea) la pendice sin quasi alla cima."

Negli anni '70 del Novecento, però, l'arrivo del Matsucoccus sconvolse un equilibrio che sembrava oramai stabilito, creando in breve vaste zone di territorio in cui i pini morivano, ridotti a scheletri, e le pietraie sottostanti riemergevano.

Uno dei tanti tronchi scheletrici 
D'altro canto il Repetti nel suo Dizionario Geografico Fisico e Storico della Toscana del 1830 descriveva così il Monteferrato:

"Coteste pietre diasprine, che costituiscono la cornice del Monte Ferrato, precedono immediatamente quelle di serpentina diallagica e di granitone, due qualità di rocce massicce, le quali trovandosi nude di terra vegetativa, e spogliate quasi totalmente di piante, sogliono dare al monte un aspetto nerastro tendente al verde-bottiglia, specchiettato da frequenti cristalli di diallagio color di bronzo."

Ai primi dell'Ottocento e molto probabilmente anche nelle epoche precedenti, la vegetazione del Monteferrato doveva infatti essere scarsa e di basso fusto, formata prevalentemente da piante erbacee e arbustive come la stipa, la ginestra, l'aliso e l'euforbia.

La pineta morente  

Attualmente, seppure non del tutto visto che parte dei pini sembrano sufficientemente resistenti da convivere con il parassita, l'aspetto del Monteferrato si va rinaturalizzando e ritorna ad essere quello di un tempo: un affascinante "deserto" lunare di rocce magmatiche colonizzate da piante pioniere, un frammento di mantello terrestre che milioni di anni fa è stato il fondale del grande Oceano Tetide.

La storia del Monteferrato ci insegna quanto sia effimero il nostro tentativo di plasmare l'ambiente secondo i nostri bisogni. Un minuscolo insetto, la Cocciniglia del Pino, ha vanificato in pochi decenni un progetto di trasformazione ambientale che sembrava riuscito, riportando il monte al suo aspetto primordiale. È un monito che ci ricorda come la natura segua percorsi propri, molto più antichi e complessi dei nostri progetti: possiamo guidarla temporaneamente, ma non dominarla. In fondo, forse, la vera saggezza sta nel comprendere e assecondare questi equilibri millenari, piuttosto che tentare di piegarli alla nostra volontà.


martedì 14 gennaio 2025

I silenzi di Brento Sànico

Il paese oggi, con la chiesa di San Biagio 

Brento Sànico è un borgo medievale abbandonato situato nel comune di Firenzuola, nell'Appennino tosco-romagnolo. Il nome Brento è di origine germanica e si riferisce al fatto che il paese è "ben protetto dalle intemperie del vento", mentre l'attributo Sànico indica quasi certamente la salubrità del luogo. Le sue origini risalgono al 1145, quando era un importante possedimento degli Ubaldini di Susinana, che vi tenevano un vicariato per la riscossione delle tasse e lo utilizzavano come centro amministrativo dei loro distretti.

Il paese, molto isolato, si trova a un'altitudine di circa 628 metri e sovrasta la Valle del Santerno. Era situato sull'unica strada che collegava la Romagna con la Toscana, il che gli conferiva un'importanza strategica notevole. Nonostante ciò, Brento Sànico rimase un borgo tipicamente rurale, con un'economia basata su pastorizia, allevamento, raccolta delle castagne e coltivazione di grano, granturco e ortaggi.

Croce di Sassi 

Ancora negli anni '30 del XX secolo, il borgo era noto per le sue feste, che attiravano molti giovani dai paesi vicini. Durante gli anni '40, la zona ospitava anche un'istituzione scolastica. Il comune di Firenzuola aveva infatti autorizzato l'utilizzo di una stanza in un'abitazione privata come aula, dopo averla fatta certificare da un esperto. Questa soluzione permetteva ai bambini di Brento e dei poderi vicini di studiare senza dover affrontare il lungo tragitto fino a valle. Tuttavia, con l'industrializzazione e la costruzione di moderne strade e autostrade nel periodo post-bellico, Brento Sànico perse la sua importanza strategica e fu progressivamente abbandonato. L'ultima famiglia lasciò il paese nel 1951, trasferendosi nella frazione di San Pellegrino.

Negli anni successivi, il borgo cadde in rovina: le case in pietra locale vennero invase dalla vegetazione, i tetti crollarono, i campi furono occupati dal bosco, e i muretti a secco dei terrazzamenti franarono. Rimase in piedi solo la chiesa di San Biagio, con il suo campanile a vela e le vivaci decorazioni interne ottocentesche, in particolare la cupola di un acceso colore azzurro e le pareti con tracce di pitture del XVI secolo, progressivamente sbiadite.

L'interno della chiesa di San Biagio 

Solo dopo il Duemila sono stati avviati progetti di recupero del borgo. Nel 2016, l'escursionista e scrittrice Anna Boschi, insieme al "prete muratore" don Antonio Samorì, già protagonista del recupero dell'eremo di Gamogna e delle chiese di Lozzole e Trebbana, ha visitato Brento Sànico e lanciato un'iniziativa per salvare prima la chiesa di San Biagio e poi l'intero paese. Con l'aiuto di volontari, sono stati effettuati interventi di pulizia e restauro, con l'obiettivo di ristrutturare le abitazioni e darle in comodato d'uso gratuito a chi desidera una vita più vicina alla natura e ai ritmi lenti di una volta.

L'abside romanica della chiesa 

Oggi Brento Sànico si erge come testimone silenzioso di un'epoca passata, dove il tempo sembra essersi fermato tra i suoi muri di pietra e i sentieri invasi dalla vegetazione. Il silenzio che avvolge il borgo non è più quello dell'abbandono, ma quello contemplativo di chi cerca un rifugio dalla frenesia della vita moderna. Le antiche pietre, testimoni di secoli di storia, attendono pazientemente di tornare ad accogliere nuovi abitanti, non più contadini o pastori, ma persone alla ricerca di un modo di vivere diverso.

Un mondo di boschi e silenzi 

In questo angolo appartato dell'Appennino, dove la natura ha ripreso i suoi spazi e il passato dialoga con il presente, Brento Sànico si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua storia millenaria. Il suo esempio potrebbe mostrarci come anche i luoghi dimenticati possano rinascere, non solo recuperando le proprie radici, ma anche indicando una via alternativa per il futuro che ci attende.

giovedì 21 marzo 2024

Caspar David Friedrich, il paesaggio come rivelazione

Viandante sul mare di nebbia, 1818
Caspar David Friedrich
(1774-1840) è considerato uno dei più importanti pittori del Romanticismo tedesco. La sua fama è legata a paesaggi di grande bellezza, spesso carichi di simbolismo e di una profonda spiritualità, che ho imparato ad apprezzare fin dalla prima volta che li ho visti.

Nelle opere di Friedrich, la natura non è solo una bella scenografia, ma diventa specchio dell'anima e mezzo per esplorare il rapporto tra uomo e infinito. I suoi paesaggi sono spesso silenziosi e immobili, privi di movimento o di eventi significativi. In questa assenza di azione, lo spettatore è invitato a proiettare i propri sentimenti e a meditare sulla vastità del creato e sul posto che l'uomo occupa in esso.
Mattino sul Riesengebirge, 1810
Friedrich era affascinato dal concetto del sublime, che definiva, citando il filosofo Kant come "il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi". 
La Terrazza del Giardino, 1812
Il sublime scaturisce infatti dal conflitto tra ragione ed irrazionalità, è quel sentimento che assale l’uomo di fronte all’incommensurabile o di fronte agli sconvolgimenti dei fenomeni naturali che gli ricordano la propria fragilità. Secondo le parole di Friedrich «Sublime è per me un principio immenso, un qualcosa che vola più in alto di un uccello, che corre più veloce di un ghepardo, che è più impetuoso della tempesta, che è più dolce di un bacio… Sublime è una sensazione indescrivibile che occupa il cielo ma che può essere racchiuso anche in un piccolo fiore».
Il mare di ghiaccio, 1823-24
I suoi quadri spesso raffigurano elementi come montagne innevate, cieli tempestosi o distese di mare che, nella loro grandiosità, evocano un senso di timore reverenziale di fronte alla potenza della natura. In questa visione, la natura non è solo una creazione divina, ma una manifestazione della stessa divinità, un'opera d'arte che ne rivela la sua potenza, la sua saggezza e la sua bontà.

Nelle sue opere, Friedrich utilizza simboli ricorrenti per trasmettere messaggi spirituali e filosofici. La croce, ad esempio, rappresenta la fede e la speranza; le rocce, la solidità e la resistenza; gli alberi, la vita e la crescita. La luce, che spesso proviene da una fonte invisibile, illumina i paesaggi e conferisce loro un'aura di mistero e di sacralità.
Le bianche scogliere di Rügen, 1818
L'opera di Friedrich ha avuto un'influenza enorme sull'arte successiva, non solo in Germania ma in tutta Europa. I suoi paesaggi silenziosi e meditativi hanno ispirato artisti come Gustave Courbet, William Turner e i simbolisti. Ancora oggi, le sue opere continuano ad affascinare e commuovere per la loro bellezza e profondità.
Le tre età dell'uomo, 1834
Caspar David Friedrich ha rivoluzionato il modo di dipingere il paesaggio, trasformandolo in un potente strumento di introspezione e di elevazione spirituale. I suoi paesaggi "in cui non accade nulla" sono in realtà un invito a riflettere sul senso della vita e sul nostro posto nel mondo.

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giovedì 9 dicembre 2021

La via più breve per Lòzzole

Panorama dal crinale che porta a Lòzzole
Nel mondo sovraffollato in cui ci troviamo oggi a vivere continuano ad esistere ampie zone di solitudine, spazi in cui l'uomo e le sue attività sembrano quasi del tutto assenti. La popolazione della Toscana è infatti per la maggior parte concentrata in una stretta fascia tra Firenze e Livorno; su poco più dell'8% del territorio vive il 70% dei toscani, mentre il resto della regione appare relativamente poco abitato. 

In molti ambiti, soprattutto in Appennino, sembra addirittura che la natura prevalga. I boschi coprono ogni cosa con una vasta, compatta e intricata coltre di alberi che si stende per valli e crinali fino all'orizzonte.  Quello che molti dei contemporanei non sanno è che questa situazione di prevalenza del bosco - quasi il 50% della Toscana è attualmente coperto di foreste - è una paradossale conseguenza dell'industrializzazione e della disponibilità di combustibili fossili e materie plastiche. 

In altre parole, un effetto della modernità; luoghi che un tempo erano popolati, coltivati, vissuti, oggi sono ridiventati selvatici perché i loro abitanti sono fuggiti da un'esistenza faticosa e misera - seppure più a contatto con la natura della nostra - per trasferirsi a lavorare e a vivere in città dove trovavano le case con i servizi,  la luce elettrica, le auto, nuove opportunità di lavoro e di reddito.

La chiesa di San Bartolomeo a Lòzzole
Lòzzole non è un paese. È una manciata di case sparse intorno a un lungo, ventoso e scabro crinale dell'Appennino Toscoromagnolo tra Mugello e Romagna Toscana che sale e scende intorno ai 1000 metri di altezza, attraversato da un valico chiamato "La Colla" su cui sorgeva uno dei castelli più muniti degli Ubaldini, signori medievali di questa zona, e su cui tutt'ora sta una grande chiesa - San Bartolomeo - ben visibile da lontano, monumento alla fede e al lavoro delle famiglie - il "popolo di Lòzzole" - che ebbero la ventura di vivere qui. 

Su queste pendici scoscese vissero per secoli centinaia di persone, sostentandosi con un po' di agricoltura, col taglio dei boschi e la coltivazione del castagno e con la pastorizia. Era un'economia di sussistenza, perché le famiglie erano quasi tutte mezzadre di grandi proprietari che possedevano ampi appezzamenti di terreni montani. Ciò nonostante, ancora alla fine della Seconda Guerra Mondiale a Lòzzole vivevano 22 famiglie, poco meno di 300 persone.

Il crinale che porta a Lòzzole, tra il bacino del Senio e quello del Lamone
Malgrado le distanze 
in termini attuali non siano grandi, questa comunità era davvero appartata, anche rispetto ai centri urbani principali di queste zone. Per raggiungere Marradi o Palazzolo sul Senio dai punti più lontani del comprensorio di Lòzzole ci potevano volere da due a tre ore con tempo buono; ovviamente a piedi, perché nessun altro mezzo di locomozione poteva percorrere le scoscese mulattiere che raggiungevano le case. Se poi il tempo non era favorevole - d'inverno la zona restava a volte sepolta per mesi dalla neve - Lòzzole restava completamente isolata.

Il focolare a casa Le Spiagge, oggi
C'è un avvenimento, riportato dalle cronache ottocentesche, che dà in pieno la misura di quanto Lòzzole fosse remota; e indirettamente racconta di quanto fosse dura la vita per chi aveva la sfortuna di esserci nato. 
Era il 2 gennaio del 1868 quando, dopo un’abbondante nevicata che si era protratta per diversi giorni, il garzone di una famiglia che abitava a Cà del  Cigno, un casale a 900 metri di quota alle pendici del monte Archetta, fu mandato a fare provvista d’acqua ad una fonte vicino alle Spiagge. Non vedendolo tornare, il capo famiglia uscì, ma anch’egli tardava a rientrare. Uscì anche la moglie, ma non tornò. In casa rimasero tre bambini, rispettivamente di 5, 3 e 2 anni, e un'asina.

Cà del Cigno sta dall'altra parte del vallone delle Fogare, solo a qualche chilometro in linea d'aria dalla chiesa di Lòzzole. Diversi giorni dopo, quando i compaesani, allarmati dal fatto di non vedere più fumare il camino, decisero di organizzare i soccorsi e con gran fatica raggiunsero la casa scavandosi la strada nella neve, trovarono i tre fratellini morti di freddo, stretti in un ultimo disperato abbraccio; solo la ciuca era ancora viva, sopravvissuta cibandosi dell’impagliatura delle sedie e della farina di marroni raccolta in una madia. I genitori ed il garzone furono invece ritrovati, sepolti dalla neve, solo il giorno 21.

Canonica e chiesa di San Bartolomeo
Oggi una vita come quella vissuta da queste famiglie del passato sembra quasi inimmaginabile: alla mercé dei capricci delle stagioni e della natura, chiusi in casa per lunghi mesi nel gelido inverno, senza luce né acqua corrente, lontani da tutto e da tutti, occupati soprattutto a “governare” il bestiame; impegnati quasi solo a sopravvivere a una natura madre e matrigna insieme.

Ma Lòzzole fu in passato anche un luogo di relativa ricchezza, se non altro in confronto alle zone circostanti. Dal valico della Colla, infatti, transitò per diversi secoli una delle molte "vie del grano e del Sale" che dalle saline di Cervia portava alle città del Centro Italia. E proprio i diritti di transito riscossi sulle merci che passavano dal valico resero possibile nel 1782 la ricostruzione della chiesa di San Bartolomeo, che venne realizzata nella forma attuale sui resti di un oratorio preesistente; fu anche dotata di canonica e casa colonica di servizio. La canonica ospitò dalla fine dell'Ottocento per vari decenni una piccola scuola elementare destinata ai bambini del circondario.

L'interno della chiesa di San Bartolomeo
Tutti questi edifici si degradarono in pochi decenni con la decisione degli abitanti di trasferirsi al piano. La popolazione di Lòzzole passò infatti dai 300 abitanti del 1946 ai 20 del 1956 fino al quasi completo abbandono dei nostri giorni. Un'inversione di tendenza si è avuta pochi anni fa, quando il parroco faentino Don Antonio Samorì, che già aveva condotto e terminato con l’aiuto di tanti volontari il recupero dell'Eremo di Gamogna ai primi anni Duemila, decise di ristrutturare anche il borghetto di Lòzzole, partendo proprio dalla Chiesa di San Bartolomeo e dalla sua canonica, entrambe in avanzato stato di deperimento.

Madonna della Carezza, Giorgio Palli, 2012
Don Samorì negli anni è riuscito a riportare la chiesa di Lòzzole all’antico splendore; e il 12 agosto 2012, con una cerimonia alla quale hanno partecipato anche il sindaco del Comune di Palazzuolo sul Senio con una folta delegazione di concittadini insieme al Cardinale di Firenze Betori,  c'è stata la riapertura ufficiale di San Bartolomeo.

In questo scenario, l’impegno di don Samorì e dei suoi volontari non è stato solo un gesto di conservazione, ma anche un atto di resistenza contro l’oblio. Lòzzole oggi sopravvive come luogo di memoria e di passaggio, meta per escursionisti e pellegrini; ma resta il problema di come mantenerlo vivo nel tempo. La sfida più grande resta quella di restituire a Lòzzole una nuova forma di vita, capace di far convivere passato e presente. Trasformarlo in un luogo di "turismo della memoria" potrebbe essere una strada per mantenere viva la sua essenza: un borgo che, pur mutato, possa raccontare la storia di chi lo ha abitato, offrendo ai visitatori l’esperienza di un tempo in cui il lavoro nei campi, il silenzio della montagna e il ritmo delle stagioni segnavano l’esistenza. In questo modo, Lòzzole non sarebbe solo una meta di passaggio, ma un ponte tra le generazioni, in grado di trasmettere la profondità di un mondo scomparso senza lasciarlo cadere nell’oblio.

Molti sono i percorsi che portano alla Colla e alla chiesa: uno solo è una strada, a fondo naturale e difficilmente percorribile da auto che non siano a trazione integrale, che sale a Lòzzole dalla strada provinciale 477 in località Acquadalto. Tutti, invece, sono itinerari piuttosto lunghi; tutti tranne uno, che dal passo della Sambuca aggira il monte Carzolano e transita dal passo dei Ronchi di Berna per seguire il pietroso e panoramico crinale spartiacque che separa il bacino del Senio da quello del Lamone, fino a raggiungere il passo della Colla.

E proprio questa è la "via più breve per Lòzzole" che ho percorso e che ho apprezzato, in una passeggiata che mi ha fatto immergere in un passato prossimo ma allo stesso tempo incredibilmente remoto. Potete anche voi seguire il mio sentiero,  scaricando il tracciato gps da questo link. Spero che vi darà le stesse emozioni che ha dato a me: buona strada!