giovedì 9 dicembre 2021

La via più breve per Lòzzole

Panorama dal crinale che porta a Lòzzole
Nel mondo sovraffollato in cui ci troviamo oggi a vivere continuano ad esistere ampie zone di solitudine; spazi in cui l'uomo e le sue attività sembrano quasi del tutto assenti. La popolazione della Toscana è infatti per la maggior parte concentrata in una stretta fascia tra Firenze e Livorno; su poco più dell'8% del territorio vive il 70% dei toscani, mentre il resto della regione appare relativamente poco abitato. 

In molti ambiti, soprattutto in Appennino, sembra addirittura che la natura prevalga; i boschi coprono ogni cosa con una vasta, compatta e intricata coltre di alberi che si stende per valli e crinali fino all'orizzonte.  Quello che molti dei contemporanei non sanno è che questa situazione di prevalenza del bosco - quasi il 50% della Toscana è attualmente coperto di foreste - è una paradossale conseguenza dell'industrializzazione e della disponibilità di combustibili fossili e materie plastiche. 

In altre parole, un effetto della modernità; luoghi che un tempo erano popolati, coltivati, vissuti, oggi sono ridiventati selvatici perché i loro abitanti sono fuggiti da un'esistenza faticosa e misera - seppure più a contatto con la natura della nostra - per trasferirsi a lavorare e a vivere in città dove trovavano le case con i servizi,  la luce elettrica, le auto, nuove opportunità di lavoro e di reddito.

La chiesa di San Bartolomeo a Lòzzole
Lòzzole non è un paese. È una manciata di case sparse intorno a un lungo, ventoso e scabro crinale dell'Appennino Toscoromagnolo tra Mugello e Romagna Toscana che sale e scende intorno ai 1000 metri di altezza, attraversato da un valico chiamato "La Colla" su cui sorgeva uno dei castelli più muniti degli Ubaldini, signori medievali di questa zona, e su cui tutt'ora sta una grande chiesa - San Bartolomeo - ben visibile da lontano, monumento alla fede e al lavoro delle famiglie - il "popolo di Lòzzole" - che ebbero la ventura di vivere qui. 

Su queste pendici scoscese vissero per secoli centinaia di persone, sostentandosi con un po' di agricoltura, col taglio dei boschi e la coltivazione del castagno e con la pastorizia. Era un'economia di sussistenza, perché le famiglie erano quasi tutte mezzadre di grandi proprietari che possedevano ampi appezzamenti di terreni montani. Ciò nonostante, ancora alla fine della Seconda Guerra Mondiale a Lòzzole vivevano 22 famiglie, poco meno di 300 persone.

Il crinale che porta a Lòzzole, tra il bacino del Senio e quello del Lamone
Malgrado le distanze 
in termini attuali non siano grandi, questa comunità era davvero appartata, anche rispetto ai centri urbani principali di queste zone. Per raggiungere Marradi o Palazzolo sul Senio dai punti più lontani del comprensorio di Lòzzole ci potevano volere da due a tre ore con tempo buono; ovviamente a piedi, perché nessun altro mezzo di locomozione poteva percorrere le scoscese mulattiere che raggiungevano le case. Se poi il tempo non era favorevole - d'inverno la zona restava a volte sepolta per mesi dalla neve - Lòzzole restava completamente isolata.

Il focolare a casa Le Spiagge, oggi
C'è un avvenimento, riportato dalle cronache ottocentesche, che dà in pieno la misura di quanto Lòzzole fosse remota; e indirettamente racconta di quanto fosse dura la vita per chi aveva la sfortuna di esserci nato. 
Era il 2 gennaio del 1868 quando, dopo un’abbondante nevicata che si era protratta per diversi giorni, il garzone di una famiglia che abitava a Cà del  Cigno, un casale a 900 metri di quota alle pendici del monte Archetta, fu mandato a fare provvista d’acqua ad una fonte vicino alle Spiagge. Non vedendolo tornare, il capo famiglia uscì, ma anch’egli tardava a rientrare. Uscì anche la moglie, ma non tornò. In casa rimasero tre bambini, rispettivamente di 5, 3 e 2 anni, e un'asina.

Cà del Cigno sta dall'altra parte del vallone delle Fogare, solo a qualche chilometro in linea d'aria dalla chiesa di Lòzzole. Diversi giorni dopo, quando i compaesani, allarmati dal fatto di non vedere più fumare il camino, decisero di organizzare i soccorsi e con gran fatica raggiunsero la casa scavandosi la strada nella neve, trovarono i tre fratellini morti di freddo, stretti in un ultimo disperato abbraccio; solo la ciuca era ancora viva, sopravvissuta cibandosi dell’impagliatura delle sedie e della farina di marroni raccolta in una madia. I genitori ed il garzone furono invece ritrovati, sepolti dalla neve, solo il giorno 21.

Canonica e chiesa di San Bartolomeo
Oggi una vita come quella vissuta da queste famiglie del passato sembra quasi inimmaginabile: alla mercé dei capricci delle stagioni e della natura, chiusi in casa per lunghi mesi nel gelido inverno, senza luce né acqua corrente, lontani da tutto e da tutti, occupati soprattutto a “governare” il bestiame; impegnati in ultima analisi a sopravvivere a una natura madre e matrigna insieme.

Ma Lòzzole fu in passato anche un luogo di relativa ricchezza, se non altro in confronto alle zone circostanti. Dal valico della Colla, infatti, transitò per diversi secoli una delle molte "vie del grano e del Sale" che dalle saline di Cervia portava alle città del Centro Italia. E proprio i diritti di transito riscossi sulle merci che passavano dal valico resero possibile nel 1782 la ricostruzione della chiesa di San Bartolomeo, che venne realizzata nella forma attuale sui resti di un oratorio preesistente; fu anche dotata di canonica e casa colonica di servizio. La canonica ospitò dalla fine dell'Ottocento per vari decenni una piccola scuola elementare destinata ai bambini del circondario.

L'interno della chiesa di San Bartolomeo
Tutti questi edifici si degradarono in pochi decenni con la decisione degli abitanti di trasferirsi al piano. La popolazione di Lòzzole passò infatti dai 300 abitanti del 1946 ai 20 del 1956 fino al quasi completo abbandono dei nostri giorni. Un'inversione di tendenza si è avuta pochi anni fa, quando il parroco faentino Don Antonio Samorì, che già aveva condotto e terminato con l’aiuto di tanti volontari il recupero del noto Eremo di Gamogna ai primi anni Duemila, decise di ristrutturare anche il borghetto di Lòzzole, partendo proprio dalla Chiesa di San Bartolomeo e dalla sua canonica, entrambe in avanzato stato di deperimento.

Madonna della Carezza, Giorgio Palli, 2012
Don Samorì negli anni è riuscito a riportare la chiesa di Lòzzole all’antico splendore; e il 12 agosto 2012, con una cerimonia alla quale hanno partecipato anche il sindaco del Comune di Palazzuolo sul Senio con una folta delegazione di concittadini insieme al Cardinale di Firenze Betori,  c'è stata la riapertura ufficiale della Chiesa di San Bartolomeo.

Molti sono i percorsi che portano alla Colla e alla chiesa: uno solo è una strada, a fondo naturale e difficilmente percorribile da auto che non siano a trazione integrale, che sale a Lòzzole dalla strada provinciale 477 in località Acquadalto. Tutti, invece, sono itinerari piuttosto lunghi; tutti tranne uno, che dal passo della Sambuca aggira il monte Carzolano e transita dal passo dei Ronchi di Berna per seguire il pietroso e panoramico crinale spartiacque che separa il bacino del Senio da quello del Lamone, fino a raggiungere il passo della Colla.

E proprio questa è la "via più breve per Lòzzole" che ho percorso e che ho apprezzato, in una passeggiata che mi ha fatto immergere in un passato prossimo ma allo stesso tempo incredibilmente remoto. Potete anche voi seguirmi,  scaricando il tracciato gps da questo link. Spero che vi dia le stesse emozioni che ha dato a me...