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martedì 20 gennaio 2026

Un labirinto sopra la testa, un "forse" dentro di noi

Palazzo Ducale, Mantova  
Ci sono frasi che non nascono per essere spiegate, ma per circolare. Passano di bocca in bocca, di sala in sala, di secolo in secolo, cambiando forma senza perdere il nucleo.

Forse che sì, forse che no è una di queste.

All’inizio è poco più di un’espressione gergale, adottata nei primi anni del Cinquecento da Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova e marito di Isabella d’Este. Una frase apparentemente leggera, quasi detta per gioco, ma in realtà perfetta per un’epoca — e per un uomo — abituati a muoversi sul filo dell’incertezza: politica, alleanze, guerre, fortuna, cadute improvvise. Nulla è garantito. Tutto è provvisorio.

Quella formula ambigua diventa presto musica. La frottola Forse che sì forse che no, composta da Marchetto Cara, la trasforma in qualcosa di memorabile, cantabile, condivisibile. La musica fa quello che sa fare meglio: prende un dubbio e lo rende contagioso. Non lo risolve, lo diffonde.

Libro III delle Frottole di Ottaviano Petrucci, Venezia 1504

La frottola di Marchetto Cara, però, non è affatto un gioco leggero. Forse che sì forse che no mette in musica una visione del mondo sorprendentemente lucida e disincantata. Il “forse” non è esitazione momentanea, ma condizione permanente dell’esistenza: il mondo è “ognor così”, instabile, ambiguo, mai del tutto decifrabile. In questo contesto il silenzio diventa una forma di prudenza (“el tacer nocer non può”), mentre il parlare troppo, soprattutto del giudicare gli altri senza guardare se stessi, appare come una trappola.
Il testo riconosce che il mondo è “falso errante”, privo di direzione certa, e tuttavia governato da una forza che non si lascia razionalizzare: l’Amore, sovrano invisibile agli occhi degli ignari, capace di consumare e far ricadere l’uomo nello stesso errore, ancora e ancora. Non a caso la canzone è dichiaratamente destinata solo a chi “dal mondo ha contrasto”: non a tutti, ma a chi ne avverte le frizioni, le contraddizioni, le ambiguità.

La chiusura è rivelatrice: chi ha vento favorevole può spiegare le vele; chi non ce l’ha, deve remare. Nessuna promessa di salvezza, nessuna certezza. Solo la scelta consapevole di attraversare il labirinto contando sulle proprie forze.

Poi il motto smette di essere solo parola o suono e diventa immagine. Tra il 1506 e il 1508 Lorenzo Leonbruno realizza il celebre soffitto ligneo con il labirinto, originariamente nel palazzo di San Sebastiano. Nei lacunari, la frase si ripete in modo quasi ossessivo: forse che sì, forse che no. Non c’è più leggerezza qui. C’è la rappresentazione di una condizione umana fragile, esposta, inconsapevole del proprio destino. Il labirinto non promette salvezza: promette solo un percorso.

Quasi un secolo dopo, nel 1601, il soffitto viene trasferito nel Palazzo Ducale per volontà di Vincenzo I Gonzaga, con l’intervento dell’architetto Antonio Maria Viani. Non è un semplice trasloco: è una riscrittura del significato. Il fregio viene arricchito con un riferimento alla terza spedizione del duca contro i Turchi a Canessa e con una frase centrale che esplicita il valore mitologico del labirinto. Il dubbio individuale diventa retorica del potere: il mondo è incerto, ma il principe deve attraversarlo comunque.

E poi, molto più tardi, arriva Gabriele d’Annunzio. Vede quel soffitto a Mantova, resta catturato da quella frase incastrata nel legno come un pensiero che non trova uscita. Nel 1909 la trasforma nel titolo di un romanzo: Forse che sì forse che no. A quel punto il motto non parla più di corti rinascimentali o di imprese militari, ma di desiderio, ossessione, rischio, vertigine. Il labirinto non è più sopra la testa: è dentro i personaggi.

E infine arriviamo noi. Moderni, tecnologici, iperconnessi. Ma davvero così diversi?

Anche noi viviamo in un labirinto di possibilità, scelte reversibili, decisioni prese senza garanzie. Continuiamo a dire “forse”, magari con parole nuove, ma con lo stesso identico tremito di fondo. Cinque secoli dopo, quel motto non è invecchiato: ci somiglia ancora.

Forse che sì, forse che no.
Non una risposta, ma l’unico modo onesto di stare al mondo.

martedì 13 gennaio 2026

The Wreck of the Gonzaga: un palazzo, un naufragio, una meraviglia

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi 
Diversi anni fa l’artista Damien Hirst mise in scena a Venezia The Wreck of the Unbelievable: il ritrovamento immaginario di un relitto colossale, carico di meraviglie impossibili, sospeso tra archeologia e finzione. Un naufragio costruito per farci vacillare, per chiederci fino a che punto siamo disposti a credere a ciò che vediamo quando la bellezza è convincente.

Sala di Troia, Giulio Romano 

Ecco, entrando nella reggia che fu dei Gonzaga, mi sono sentito più o meno così: come un esploratore moderno al cospetto di un tesoro saccheggiato, di un enorme puzzle di cui sono più le tessere mancanti che quelle ancora al loro posto.

 Sarcofago "del Generale"  

Palazzo Ducale non è un relitto inventato, ma un vascello reale arenato nel tempo. Per secoli è stato macchina di potere, teatro politico, residenza dinastica, scrigno di opere, simboli e rituali. Poi la storia ha fatto il suo mestiere, con la consueta mancanza di delicatezza: dinastie estinte, collezioni disperse, vendite, spoliazioni, passaggi di mano, riusi. Il carico più prezioso ha preso altre rotte. L’equipaggio è scomparso. I comandanti hanno smesso di dare ordini.

Ma il tempo non si limita a togliere. Ed è qui che le cose si fanno più interessanti.

Galleria della Mostra, busto di Cesare  

Come il mare, il Tempo sottrae, erode, inghiotte — ma a volte restituisce. Porta con sé oggetti, opere, presenze che originariamente non facevano parte dell’universo dei Gonzaga, ma che oggi abitano queste sale. Arrivate per strade oblique, per decisioni successive, per necessità museali, per nuove narrazioni. Sono qui, un po’ straniate e stranianti, come reperti depositati da una marea che non segue la logica della purezza storica, ma quella della sopravvivenza.

Galleria della Mostra 

Camminando tra le stanze, si ha così la sensazione di muoversi in un luogo dove il tempo non ha solo scavato dei vuoti, ma ha anche confuso le carte. Le sale raccontano due storie intrecciate: quella di ciò che è stato tolto e quella di ciò che è stato aggiunto. Un palazzo che non è più “com’era”, ma che proprio per questo è diventato qualcos’altro. Un organismo stratificato, in cui le epoche si toccano senza chiedere permesso.

Una porta scolpita seicentesca 

In questo senso il Palazzo è davvero un relitto: non un rudere morto, ma una struttura sopravvissuta che porta impressi i segni delle correnti che l’hanno attraversata. Il tempo non l’ha distrutto, lo ha trasformato. E la trasformazione, come spesso accade, è più interessante della conservazione integrale.

La Sala dei Fiumi 

C’è un paradosso affascinante: ci aspetteremmo che la bellezza, privata di una parte consistente del suo apparato originario, si indebolisca. Invece spesso succede il contrario. I frammenti superstiti — una sala, una decorazione, una prospettiva, una luce che entra da una finestra — diventano più intensi, più concentrati. Non sono più solo belli: sono testimoni. Hanno attraversato secoli di mutamenti, di indifferenza, di riusi, e continuano a parlare con una voce sorprendentemente chiara.

Ritratto di Eleonora Gonzaga 

A differenza del progetto di Hirst, qui non c’è bisogno di sospendere l’incredulità. Non serve credere a una storia costruita. La storia è già accaduta, ed è spesso più incredibile di qualsiasi invenzione: un potere che sembrava eterno e che si dissolve, un patrimonio che migra, un palazzo che resta come un guscio monumentale, ancora capace di colpire chi lo attraversa oggi, in silenzio, lontanissimo dal mondo che l’ha generato.

La famiglia Gonzaga in Adorazione della Trinità, Pieter Paul Rubens 

Palazzo Ducale è dunque un relitto reale, e proprio per questo è unbelievable. Non perché finga di esserlo, ma perché ha resistito. Perché, nonostante le assenze e le sovrapposizioni, continua a funzionare come dispositivo di memoria e di meraviglia.

Le fotografie che ho incluso non pretendono di raccontare il tutto. Vorrebbero piuttosto essere frammenti: schegge di un tesoro sopravvissuto, emerse dalla stiva dopo il naufragio. Non l’illusione di una completezza perduta, ma il piacere di ciò che resta — e che, contro ogni previsione, continua a parlarci.

Busto dell'imperatore Augusto

mercoledì 26 novembre 2025

Il Miserere di Gregorio Allegri, ovvero il canto delle tenebre

Cliccare per ascoltare il brano


Ci sono musiche che appartengono ai luoghi più di quanto appartengano ai loro compositori. 

Il Miserere di Gregorio Allegri, composto a Roma intorno al 1630, è una di queste: fragile, sospeso, costruito per vivere nell’ombra e per invitare chi lo ascolta a far parte della penombra. Non è una partitura “geniale” nel senso moderno del termine; è un organismo che respira con lo spazio che lo contiene. E lo spazio perfetto era – e resta – la Cappella Sistina durante l’Ufficio delle Tenebre del Mercoledì Santo.

Immaginare quella sera è sempre un piccolo viaggio: quindici candele sul candelabro triangolare, una che si spegne dopo l’altra, il chiaroscuro che avanza, i volti del Papa e dei Cardinali che emergono appena dalla penombra, gli affreschi di Michelangelo che sembrano galleggiare in un crepuscolo che non è naturale ma liturgico. In questo teatro sacro, il Miserere scivolava come un soffio: alternanza di canto piano e polifonia, un richiamo sottile che ancora oggi sembra arrivare da un punto preciso ma inafferrabile della cappella.

C’è un altro aspetto che oggi rischiamo di dimenticare: quanto questa musica dovesse apparire sovrannaturale a chi la ascoltava nel Seicento. Noi abbiamo orecchie allenate alla complessità: viviamo in un mondo in cui la musica è parte del panorama, dove anche le armonie più audaci passano ovunque, dalla radio dell’auto allo streaming del cellulare fino alla diffusione acustica dei centri commerciali. Ma un ascoltatore dell’epoca, seduto sotto gli affreschi della Sistina e immerso nella penombra del rito, percepiva il Miserere in un modo completamente diverso.

Era polifonia pura: voci che si rincorrevano, fioriture leggere come filigrana, linee che si intrecciavano e si separavano come se avessero un’intelligenza propria. E soprattutto, nessuno strumento. Nessun organo, nessuna viola da gamba, nessuna tiorba a fare da sostegno. Solo il fiato umano – addestrato per anni, disciplinato come un corpo unico – che riempiva lo spazio con note perfette, limpide, sospese.

Per molti, doveva sembrare di sentire gli angeli.

Perché non era una musica che “veniva eseguita”, era una musica che accadeva, che nasceva nell’aria, viveva per pochi minuti e poi si dissolveva nel buio come un’apparizione. Una cosa così raffinata, così matematica nel suo contrappunto e allo stesso tempo così emotiva nella resa, era un prodigio acustico: la prova tangibile che l’uomo, almeno per un istante, poteva sfiorare il divino.

E nel silenzio della Cappella Sistina, quando l’ultima cadenza si posava come un respiro trattenuto, la reazione doveva essere sempre la stessa: una frazione di secondo di incredulità, un istante in cui nessuno osava muoversi. Poi soltanto il buio, la candela che si spegneva e quella sensazione vertiginosa di aver ascoltato qualcosa che non apparteneva del tutto alla terra.

Gregorio Allegri 

Nel tardo Seicento, l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo – musicista competente e assai sensibile al prestigio – volle assolutamente il Miserere per la sua cappella imperiale di Vienna. Chiese a papa Innocenzo XI una copia. La ottenne. Tutto sembrava semplice… fino all’esecuzione viennese.

Quello che risuonò nel palazzo imperiale non era un capolavoro mistico: era un corale moscio. Un disastro. Un Miserere che sembrava uscito da una parrocchia annoiata della periferia boema.

Leopoldo, convinto di essere stato ingannato, perse le staffe: accusò il maestro di cappella della Sistina di avergli rifilato un altro Miserere, una specie di tarocco musicale ante litteram. E siccome ai sovrani piacciono i gesti teatrali, fece sapere al Papa di ritenersi truffato. Innocenzo XI, che non capiva molto di musica ma teneva moltissimo alla reputazione della sua cappella, si indignò al punto da cacciare il maestro senza ascoltare spiegazioni.

Il pover’uomo rimase per mesi nell’ombra, provando a dire che no, non aveva mandato alcun falso. A salvarlo fu un cardinale che si prese a cuore la sua causa e spiegò al Papa – con tatto e un pizzico di verità scomoda – che il Miserere non era replicabile fuori dalla Sistina. Non perché fosse “magico”, ma perché i cantori romani avevano una competenza tecnica fuori dal comune e, soprattutto, perché l’intero rito delle Tenebre era costruito per esaltare quel brano specifico. In altre parole: le stesse note, in un altro luogo e con altre voci, risultavano irriconoscibili.

Innocenzo XI, ancora scettico ma un po’ meno furente, si convinse e scrisse una lunga lettera di autodifesa a Leopoldo I, spiegando che non c’era stata alcuna truffa: era la natura stessa del brano a non sopportare il trasferimento.

L’imperatore allora tentò la via più pratica: “Se la partitura non basta, mandatemi almeno qualcuno dei vostri cantori.” Il Papa acconsentì, i musicisti prepararono le valigie… ma nel 1683 la guerra contro i turchi travolse ogni progetto. Leopoldo dovette abbandonare Vienna, e il Miserere restò dove aveva sempre voluto restare.

Un canto che rifiuta di essere posseduto. Un canto nato per le tenebre e custodito dalle tenebre. Forse il frammento più fragile – e più luminoso – di ciò che siamo, capace di emergere solo nel buio della Cappella Sistina, quando le candele si spengono e la musica sembra ricordarci che l’incanto, a volte, dura un soffio soltanto.

giovedì 8 maggio 2025

Patroni e quattrini a San Giusto in Piazzanese

La targa del 1665 posta a memoria dell'accordo 

Chi giunge oggi alla chiesa di San Giusto in Piazzanese ci arriva attraversando la periferia di Prato: una periferia che sa di cemento e di lavoro, fatta di capannoni tessili, strade trafficate, e con quella sensazione tipica delle zone dove la città ha divorato pian piano la campagna. Eppure, basta voltare lo sguardo, o camminare pochi passi per ritrovare i campi, i filari, le vecchie case coloniche. È una terra di confine, dove l’anima contadina convive con l’identità industriale.

La chiesa sta in una piccola oasi verde, preceduta da un viale di grandi platani piantati per commemorare i caduti della Grande Guerra: è un edificio semplice dalle forme settecentesche, che solo nell'alto campanile gotico dimostra la sua antichità. Dentro, in una penombra silenziosa, si può trovare - con un po' di attenzione - una lapide in latino datata 1665. Non è una semplice iscrizione, ma il sigillo su una contesa che agitò due famiglie nobili e che venne risolta grazie all’intervento di uno degli uomini più influenti della Toscana di allora. 

Di seguito la traduzione:

A Dio Ottimo Massimo 

Riguardo al diritto di patronato di questa parrocchia di San Giusto in Piazzanese, dopo la morte di Roberto Francesco Martelli, uno dei patroni, nell’anno 1660 sorse una controversia tra l’abate Ieronimo, pievano, e il cavaliere Francesco Lelio Martelli, figlio del fratello del suddetto Roberto, e il cavaliere Camillo da Verrazzano, erede del medesimo Roberto per testamento. Per risolvere questa questione, fui incaricato dal Serenissimo Principe di Toscana Leopoldo, e dopo aver esaminato la causa, come arbitro nominato, pronunciai la sentenza a favore dell’abate Ieronimo e infine anche del cavaliere Francesco. Tale decisione fu registrata negli atti della curia episcopale di Pistoia e riferita al consigliere di Firenze il 21 novembre 1661.A compimento di ciò, si aggiunse anche la donazione dello stesso Verrazzano, come risulta dagli atti di Carlo Novelli. Affinché la memoria del fatto non svanisse, l’abate Ieronimo e il cavaliere Francesco, fratelli e figli di Lelio Martelli, unanimemente si presero cura di far porre questo monumento. Nell’anno della salvezza 1665.

Tutto ebbe inizio nel 1660, alla morte di Roberto Francesco Martelli, uno dei patroni della pieve. Da quel momento si scatenò una disputa giuridica e familiare sul diritto di patronato: un privilegio concesso nel 1463 da Papa Pio II alla famiglia Martelli, che dava diritto a scegliere il pievano e influenzare la vita religiosa e sociale del borgo. I contendenti erano da una parte l’abate Ieronimo, pievano della chiesa insieme a Francesco Lelio Martelli, figlio del fratello del defunto Roberto. Dall’altra parte c’era Camillo da Verrazzano, nominato erede testamentario di Roberto. La questione si trascinò per diversi anni, probabilmente percorrendo tutte le tappe possibili della giustizia ecclesiastica e civile, fino ad arrivare al vertice del potere: il Granduca.

Fu proprio il principe Leopoldo de’ Medici, fratello del Granduca Ferdinando II, a essere incaricato della mediazione. Colto, raffinato, appassionato d’arte e fondatore dell’Accademia del Cimento, Leopoldo era l’uomo giusto per districare una matassa tanto delicata. Alla fine, dopo una attenta valutazione, stabilì che il diritto spettava all’abate Ieronimo e al cavaliere Francesco Martelli. Camillo, per evitare ulteriori tensioni, accettò la sentenza e offrì una donazione riconciliatoria. Ma fu davvero solo un gesto di pace? È verosimile immaginare che dietro quella “donazione” si celasse un accordo più complesso: forse Camillo ottenne compensi, benefici o terre. Non lo sapremo mai con certezza, perché la lapide, pur celebrando l’accordo, tace sui dettagli più pratici. Tuttavia, sappiamo che la soluzione trovata fu solenne e definitiva e fu incisa nella pietra, a testimonianza dell’intesa e dell’onore salvato. A volerlo furono gli stessi protagonisti: l’abate Ieronimo e il cavaliere Francesco, fratelli e figli di Lelio Martelli. Uniti, posero quella lapide “perché la memoria del fatto non svanisse”.

La famiglia Martelli era una delle più antiche e autorevoli casate nobiliari di Firenze, da sempre intrecciata con la storia civile e religiosa della città. I rami cadetti, come quello insediato nel territorio di Prato, continuavano a esercitare potere e prestigio anche fuori dai confini cittadini. Anche se mancano prove genealogiche inconfutabili che colleghino direttamente i Martelli di Piazzanese a quelli della “Casa Martelli” oggi museo a Firenze, il cognome, lo stemma araldico e soprattutto il privilegio del patronato concesso dalla Chiesa, parlano chiaro: c’era un legame, se non di sangue, certamente di rango e influenza. 

La chiesa di San Giusto in Piazzanese, oggi 

Quel che rende ancora più interessante il caso di San Giusto è che questa pieve non era nata a servizio del villaggio, ma è venuta prima del villaggio stesso. Documentata già nell’anno 779, San Giusto in Piazzanese fu sicuramente un punto di riferimento per una comunità sparsa, fatta di poderi, piccoli insediamenti agricoli e pievi minori. In effetti, risulta coeva – se non più antica – dello stesso abitato di Borgo al Cornio, che nel tempo avrebbe dato origine alla città di Prato. Si può dire, senza esagerare, che San Giusto è uno dei cuori originari della civiltà pratese, un presidio di culto, ma anche di organizzazione sociale e difesa del territorio. Non a caso, il campanile - in quello stile gotico ancora oggi visibile - fungeva da torre di avvistamento in epoche in cui le incursioni, le guerre tra signorie o le razzie rappresentavano un pericolo concreto. Dal suo punto più alto si dominava tutta la piana circostante, da cui si potevano scrutare i movimenti di eserciti, viandanti e nemici.

Il campanile gotico 

Possedere il diritto di patronato su una chiesa del genere nel Seicento non era solo questione d’onore o di prestigio: era anche, e soprattutto, un ottimo investimento. La parrocchia di San Giusto in Piazzanese, con le sue rendite, i terreni annessi e le offerte dei fedeli, poteva garantire entrate considerevoli, paragonabili a quelle di una media azienda agricola dell’epoca. Le stime più attendibili parlano di rendite annuali che potevano oscillare tra le 100 e le 500 lire toscane, una somma affatto trascurabile in un’epoca in cui:

  • un servo o un contadino a giornata veniva pagato circa 10–20 lire l’anno;
  • una dote media per una figlia da maritare si aggirava intorno alle 150–300 lire;
  • con 200 lire, si poteva acquistare un piccolo podere collinare o un’intera annata di raccolto;
  • un'opera d’arte devozionale, magari commissionata a un pittore locale, poteva costare tra le 30 e le 100 lire, a seconda della fama dell’artista;
  • una famiglia nobile di provincia poteva vivere decorosamente per un anno con una rendita di 400 lire, mantenendo carrozza, servitori e frequentando la vita ecclesiastica e sociale.

Il giuspatronato era, insomma, una fonte di reddito regolare, un simbolo di dominio territoriale e un modo per rafforzare i legami politici con la curia e con le famiglie locali. Chi lo deteneva non solo nominava il pievano, ma spesso determinava le scelte architettoniche, artistiche e pastorali della parrocchia. In certi casi, poteva addirittura intervenire nella destinazione delle offerte e nella gestione dei beni ecclesiastici. In un contesto dove potere religioso e potere economico andavano spesso a braccetto, il patronato era un'arma affilata in mano alla nobiltà terriera, tanto da scatenare dispute lunghe e complesse come quella tra i Martelli e il Verrazzano.

La lapide in cui le ultime eredi Martelli rinunciano al loro diritto 

Quasi tre secoli dopo la famosa disputa, un’altra lapide venne murata nella stessa chiesa. Era il 6 marzo del 1961, e portava i nomi di Francesca e Caterina Martelli, ultime eredi della casata. Con un gesto solenne e volontario, le due sorelle rinunciarono al diritto di patronato, restituendolo alla Curia vescovile di Prato. Non fu solo un gesto formale: fu, di fatto, la fine di un’epoca. Un atto che chiudeva una storia durata quasi cinquecento anni e che segnava il passaggio da un mondo in cui la religione e il potere camminavano a braccetto, a uno in cui la fede ha cominciato — finalmente — a camminare da sola.

E queste lapidi, silenziose ma eloquenti, ce lo ricordano ancora oggi.


sabato 16 marzo 2024

Il PIL del Granduca Ferdinando I

Ferdinando I de' Medici in veste da cardinale, Alessandro Allori, 1587

"Tutta la gloria e la ricchezza che c'è, si trova in città, ed è nelle mani di pochi, ai quali son convogliati tutti i prodotti della campagna. Quanto agli artigiani, non possono fare molto di più che vivere, perché di loro appena uno in un'intera città si arricchisce mai; e la vita dei poveri contadini è tale che se non fossero di natura orgogliosi pur nella loro estrema miseria, uno straniero sarebbe mosso a compiangerli."(Robert Dallington, 1596)
All'alba del XVII secolo Prato faceva parte dei "Felicissimi Stati del Serenissimo Granduca" Ferdinando I de' Medici, passato alla Storia in primis per essere asceso al trono granducale dopo aver fatto avvelenare con l'arsenico suo fratello Francesco e la moglie di secondo letto Bianca Cappello nella villa di Poggio a Caiano, e in secundis per aver rafforzato il governo mediceo dopo la sua ascesa al trono, riorganizzando l'economia degli Stati toscani in senso più liberista sulla scorta delle esperienze politiche e diplomatiche che aveva acquisito nella sua lunga carriera di cardinale, fra le altre cose a lungo incaricato dell'amministrazione della città di Roma e della gestione delle finanze della Chiesa.

Detto in poche parole, l'atteggiamento di Ferdinando in economia fu meno paternalista del suo predecessore, il fratello Francesco: sotto il suo regno ci fu una maggiore apertura verso il mercato e una razionalizzazione dell'imposizione fiscale, nel tentativo di rispondere alle esigenze di una società che stava cambiando. Le imposte rappresentavano infatti una fonte primaria di entrate per la famiglia regnante, che le utilizzava per finanziare le spese di governo, l'esercito, le opere pubbliche e il mecenatismo. 
Cristo nella casa di Maria e Marta, Francesco Bassano 1577
Questo però non significava che venissero pagate di buon grado né che i sudditi si sentissero particolarmente ben governati dal loro signore. Lo stesso Dallington nel 1596 annota infatti che
"...appare che il granduca ha due rendite con le quali si arricchisce, cioè grandi imposte e grandi risparmi (perché il risparmio è una gran rendita). Resterebbero altre due cose per farlo assolutamente ricco: l'amore dei suoi sudditi, e la loro ricchezza privata; perché la ricchezza dei sudditi è ricchezza anche del re, e dove il popolo è ricco il principe non è povero. Ma di certo non c'è né l'una né l'altra."

Le tasse a cui era soggetto un suddito dei Felicissimi Stati si potevano suddividere allora come oggi in imposte dirette, ovvero:
  • Tassa sul catasto: gravava sui beni immobili, come terreni e case, sia per la compravendita che per l'affitto nonché per la successione ereditaria, e variava dall'8% al 10% dei valori in questione.
  • Tassa sul sale: un monopolio statale che garantiva un'entrata considerevole.
  • Tassa sulla testa o testatico: applicata a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro reddito, e anche applicata ai capi di bestiame, sia sotto forma di quota forfettaria che di tassa su ciascun capo.
  • Tasse su specifiche attività: ad esempio sulla dote della moglie al momento del matrimonio, sull'esercizio del meretricio (ogni cortigiana doveva pagare una lira - ovvero un ottavo di scudo d'oro - al mese) e sugli Ebrei (2 scudi d'oro all'anno).
e imposte indirette:
  • Dazio doganale: prelevato sulle merci importate ed esportate.
  • Gabelle: tasse su specifici beni di consumo, come pane, vino, carne e tabacco e anche su attività come condanne e cause legali.
  • Tasse sull'esercizio di particolari attività, come ad esempio locande e alberghi, e una tantum - e detta matricola - sull'impianto di attività commerciali di vendita.

Il sistema fiscale mediceo era iniquo, in quanto gravava maggiormente sulle classi meno abbienti. La tassa sul catasto, ad esempio, era spesso viziata da disparità e favoritismi verso i ceti più elevati. Inoltre, le numerose gabelle rendevano i beni di prima necessità più costosi per le famiglie povere.

In effetti possiamo affermare con sicurezza che prima della Rivoluzione Industriale di "Felicissimi Stati" in Toscana e men che meno in Europa, non ce n'era nemmeno l'ombra. Al massimo si poteva parlare - in senso relativo - di "felicissimi gruppi sociali" la cui felicità era essenzialmente basata sull'infelicità degli altri; data infatti la bassa produttività delle società preindustriali la torta da spartire era misera, e solo una ristretta élite poteva vivere e prosperare a condizione di far tirare la cinghia a tutti gli altri.
Pianta di Prato di Odoardo Warren, 1740
Nell'insieme si valuta che le tasse riscosse dal granduca ammontassero tra il 30 e il 40% del reddito, e va sottolineato che gli obblighi del governo mediceo erano di gran lunga inferiori da quelli assunti dalle moderne amministrazioni, soprattutto in tema di istruzione, sanità e previdenza.

Anche nei confronti delle comunità come Prato, ovvero di quelle amministrazioni locali che mantenevano una quota di autonomia impositiva e le cui entrate andavano a formare un Ceppo da cui si attingeva per le esigenze locali, il granduca aveva stabilito di incamerare tutti gli avanzi di bilancio, togliendoli al tesoro comunitario che quindi veniva a mancare di autonomia di gestione e che si doveva rivolgere al governo centrale per tutte quelle spese che non fossero correnti.
Scudo d'oro di Ferdinando I
Un ulteriore elemento di criticità era quello della tassazione del clero, che godeva di esenzione fiscale per i beni ecclesiastici e per le rendite derivanti da attività spirituali. Tuttavia, erano previste per il clero alcune imposte specifiche, come la tassa del sussidio e la tassa decennale. Inoltre, il clero poteva essere soggetto a imposte straordinarie in caso di necessità finanziarie dello Stato, come ad esempio nel 1561, quando Cosimo I richiese un contributo per finanziare la guerra contro Siena. Nell'insieme, però, i beni della Chiesa nella Toscana medicea erano largamente improduttivi a fini erariali: i privilegi fiscali sarebbero stati infatti mantenuti fin quasi all'alba della Rivoluzione Francese.

Gli ecclesiastici, oltretutto, erano anche molto numerosi: in una città come Prato, che a fine Cinquecento contava complessivamente - tra città e contado - circa 16.000 abitanti, i religiosi erano 2.000, il 12,5%, che vivevano tutti a spese della comunità laica. Era come se nella Prato di oggi si contassero 25.000 tra preti, frati e monache.
Bilancino da cambiavalute del XVII secolo
In questa situazione non ci si meraviglia se la maggior parte della popolazione appariva povera oltre il sostenibile. Racconta sempre Dallington che alla Fiera di Prato dell'8 settembre 1596:
"Vennero quel giorno devotamente (a trovare me, non il Sacro Cingolo) due miei amici inglesi; osservammo (...) che eran venute nel luogo del mercato circa 18 o 20 mila persone per vedere la reliquia, di cui la metà portava cappelli di paglia, e un quarto era a gambe scoperte; per cui sappiamo che non è tutto oro in Italia, anche se molti viaggiatori che dànno solo un'occhiata alla bellezza delle città e alle facciate dipinte delle case, pensano che sia il solo paradiso in Europa."

Lo scenario generale dell'epoca, visto con gli occhi di oggi, era quello di una desolante miseria che imperversava tra la massa della popolazione e si traduceva in condizioni di vita allucinanti, con contrasti sociali violentissimi anche all'interno di una società relativamente evoluta e benestante quale quella della Toscana di fine Cinquecento.

D'altro canto l'atteggiamento e la sensibilità delle classi privilegiate nei confronti della massa non erano diversi da quelli che hanno molti italiani di oggi nei confronti degli odierni migranti economici. Scriveva infatti pochi anni dopo il medico bergamasco Marcantonio Benaglio:

"Dovendosi dalli presenti successi cavar quell'avvertimento per sapere come governarsi nell'avvenire, si fa memoria che bisognerebbe soccorrere i poveri dei villaggi mandando loro grosse e sufficienti elemosine, vietando poi loro rigorosamente l'ingresso nella città con metter guardie alle porte e facendoli uscire quando fossero entrati. Perché in questo modo facendo si guadagnerà la preservazione della patria dalli soprastanti mali contagiosi, maligni ed epidemici e si schiverà il tedio e cruccio insopportabile, l'orror e spavento che porta seco una turba rabbiosa di gente mezzo morta che assedia ognuno per le strade, per le piazze, per le chiese, e alle porte delle case. cosicché non si può vivere con un puzzore che ammorba, con continui spettacoli di moribondi e morti, e soprattutto tanto rabbiosi che non si ponno distaccar da dosso senza fargli elemosina."

Mi sono chiesto se fosse possibile valutare dai documenti in nostro possesso l'effettiva ricchezza dello Stato Toscano in quello scorcio di tempo tra Cinquecento e Seicento in cui ebbe luogo il governo di Ferdinando I, e in che termini potessero essere confrontati tra loro due Paesi così diversi come l'Inghilterra elisabettiana di Dallington e lo Stato mediceo. 

Attraverso diversi calcoli, ho stimato una sorta di PIL - Prodotto Interno Lordo - per i due Stati. Sebbene sia solo un'approssimazione, fornisce comunque alcuni utili elementi di confronto. Permette infatti di paragonare, sia pure a grandi linee, un'economia moderna con quella di due Stati preindustriali.

Partiamo dai dati odierni, che appaiono sideralmente lontani da quelli di fine Cinquecento: la Toscana nel 2023 ha avuto un PIL di 113,8 miliardi di Euro, la Gran Bretagna un PIL di 3.212 miliardi di Euro. Gli abitanti al 2023 sono 3.656.000 per la Toscana e 56.489.000 per la Gran Bretagna, il PIL pro capite è di 31.127 Euro per la Toscana e 56.861 Euro per la Gran Bretagna.

Monete di Ferdinando I de' Medici 
Alla fine del Cinquecento la Toscana aveva un PIL valutabile in circa 20-25 milioni di scudi d'oro; l'Inghilterra elisabettiana era sullo stesso ordine di grandezza della Toscana, con un PIL di 24-30  milioni di scudi d'oro. Per dare un'idea di queste grandezze in Euro, possiamo usare un coefficiente di conversione di 100, che porterebbe a un PIL di 2-2,5 miliardi di Euro per la Toscana e 2,4-3 miliardi per l'Inghilterra. 

Malgrado la differenza di estensione dei due Stati, la ricchezza del Granducato era quindi molto maggiore in quanto la popolazione toscana era di gran lunga inferiore a quella inglese: 880.000 abitanti in Toscana contro 4.500.000 in Inghilterra. Facendo la stessa operazione che abbiamo fatto sopra ne viene un PIL pro capite di 2.273/2.841 Euro per la Toscana a fronte di 533/666 Euro per l'Inghilterra.

Una notevole disparità che fa capire per quale motivo Sir Robert Dallington fosse stato mandato in avanscoperta dalla Corona inglese. Per quanto poverissima in termini moderni, la Toscana di fine Cinquecento era ricca in termini relativi, se paragonata a molte altre nazioni europee del tempo, e poteva essere presa ad esempio: ma questa ricchezza era molto mal distribuita, tra privilegi ecclesiastici e nobiliari e inefficienze di ogni genere. 

Della ricchezza prodotta dallo Stato una parte finiva nelle casse del granduca ed era da lui liberamente usata sia per le sue necessità personali che per quelle della sua politica. Partendo dagli assunti precedenti, ho calcolato che le entrate di Ferdinando I oscillassero annualmente tra un minimo di 1 milione di scudi e un massimo di 3 milioni, equivalenti a 100-300 milioni di euro attuali, corrispondenti ad oltre il 10% del bilancio statale. Grandi somme, che nel panorama piuttosto misero dell'Europa dell'epoca fecero guadagnare al sovrano toscano il titolo piuttosto evocativo di "Re di denari" testimoniando se non altro la sua abilità di amministratore.

E pur con le sue diseguaglianze e con la sua relativa povertà, cosa sarebbe potuta diventare l'Italia di fine Cinquecento se, invece di essere frammentata in tanti piccoli Stati come la Toscana, fosse stata unita, mettendo da parte rivalità ed egoismi? Probabilmente sarebbe stata ancora protagonista, in Europa e nel mondo, anche dopo il periodo d'oro del Rinascimento. 

L'antica massima "l'unione fa la forza" trova sempre nella storia una conferma puntuale. Le vicende dei secoli passati ci insegnano che solo attraverso la coesione e la collaborazione è possibile raggiungere grandi obiettivi e prosperare. Al contrario, la divisione e la discordia conducono inevitabilmente alla debolezza, alla disfatta e al decadimento, sia in ambito morale che economico.

Questo motto racchiude infatti una verità fondamentale, che assume una particolare importanza anche nel contesto dell'Europa odierna. In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, solo attraverso la coesione e la collaborazione tra le diverse nazioni sarà possibile affrontare le sfide comuni e costruire un futuro migliore per tutti.

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