venerdì 24 luglio 2026

Oltre il confine della notte

Il candelabro di Ruvo 

La notte non restituisce ciò che prende.

È una delle paure più antiche, avvertita molto prima che qualcuno riuscisse a darle un nome: vedere una persona allontanarsi nel buio, perdere il contorno del suo volto, tendere una mano senza trovare più nulla. La morte, in fondo, comincia proprio così, come una distanza che improvvisamente non sappiamo attraversare. Gli antichi, però, popolavano quella distanza di figure. Dove noi vediamo un limite, loro immaginavano un viaggio; dove noi troviamo il silenzio, collocavano dèi capaci di scendere nel buio e, qualche volta, di strappargli ciò che sembrava ormai perduto.

Nel Museo Archeologico Nazionale del Melfese, sulla sommità di un candelabro di bronzo, una piccola scena racconta proprio questo. Una donna alata tiene tra le braccia un giovane. Lei è eretta, salda, le grandi ali aperte ai lati del corpo; lui è quasi nudo, abbandonato nella sua presa, con le gambe sospese e il volto rivolto verso di lei. Non sappiamo se dorma, se abbia smesso di resistere o se sia già entrato in quella condizione misteriosa nella quale il corpo rimane presente mentre qualcosa, dentro, sembra essersi allontanato.

La donna è Thesan, la dea etrusca dell'Aurora: non una parente di Eos, ma la stessa figura pensata in un'altra lingua religiosa, quella che Omero chiamava «dalle rosee dita» perché ogni mattina sembrava dischiudere il cielo sfiorandolo con la prima luce.

Il giovane potrebbe essere Kephalos, il bellissimo cacciatore ateniese del quale la dea si innamorò e che rapì per portarlo con sé. Altri hanno pensato a Tithonos, l'amato troiano per il quale Eos ottenne da Zeus l'immortalità dimenticando però di chiedere anche l'eterna giovinezza: l'uomo sottratto alla morte e proprio per questo condannato a invecchiare senza fine, a rimpicciolirsi, a ridursi infine a una voce chiusa in una stanza. L'identificazione non è certa, e forse il nome conta meno del gesto: ma se il giovane è lui, il mito dice qualcosa di più duro di un rapimento amoroso. Dice che ogni salvezza si paga, e che chi viene strappato al buio non torna mai davvero indietro.

È questa ambiguità a rendere la piccola composizione tanto commovente. Thesan non si limita ad abbracciare il giovane: lo porta via. Il suo gesto è protettivo e violento nello stesso tempo, perché ogni salvezza implica una sottrazione e ogni partenza lascia qualcuno dalla parte opposta. Lei lo stringe come si stringe ciò che si teme di perdere, ma proprio mentre lo salva dal buio lo separa dal mondo al quale apparteneva. Non c'è soltanto il desiderio di possedere l'amato: c'è quello, più disperato, di impedirgli di scomparire.

La dea dell'Aurora arriva ogni mattina quando la notte sembra ancora padrona del cielo. Le sue dita rosate toccano l'orizzonte, aprono una fenditura nel buio e annunciano che ciò che appariva concluso può ricominciare. Nel mito raffigurato sul candelabro, però, Thesan non si accontenta di vincere le tenebre: entra nel loro dominio e ne strappa un uomo.

Lo prende fra le braccia prima che la notte possa trattenerlo.

Il candelabro proviene dalla necropoli di Sant'Antonio a Ruvo del Monte, nel territorio del Vulture, dove fu deposto alla fine del V secolo a.C. nella tomba di una donna appartenente a un gruppo aristocratico. Era un oggetto prezioso, probabilmente prodotto in ambiente etrusco e arrivato nell'Italia meridionale attraverso una rete di commerci e relazioni assai più ampia di quanto la geografia interna di questi luoghi potrebbe farci immaginare. Gli oggetti, allora, viaggiavano insieme ai miti. Attraversavano montagne, coste e città, portando con sé immagini che potevano essere riconosciute, trasformate e adattate a nuove sensibilità. Un candelabro non serviva soltanto a illuminare una sala: dichiarava ricchezza, evocava il banchetto aristocratico e costruiva, intorno alla luce, un piccolo teatro di figure e significati.

Ma quando fu deposto in una tomba, il gesto di Thesan mutò di segno. Ciò che durante un banchetto poteva raccontare il desiderio di una dea per un giovane mortale, nel silenzio della sepoltura diventava un'immagine del distacco. Il corpo abbandonato dell'amato ricordava quello della defunta; le ali, prima strumenti del rapimento, diventavano promessa di passaggio; l'Aurora non era più soltanto colei che desiderava, ma colei che veniva a prendere.

Nella vicina sepoltura maschile, appartenente allo stesso complesso funerario noto come "tomba degli sposi", anche un cratere mostrava una donna alata e un giovane cacciatore. È difficile pensare che la ripetizione fosse casuale. Chi scelse quei corredi riconosceva nel mito qualcosa che andava oltre la storia degli dèi: una possibilità di dare forma a ciò che nessuno riesce davvero ad accettare, e cioè che una persona amata possa esistere e, poco dopo, non essere più raggiungibile.

Noi - più di duemilacinquecento anni dopo - continuiamo a provare la stessa angoscia. Possiamo cambiare le parole, affidare la morte alla medicina, alla filosofia o alla fede, ma la domanda resta intatta, e resta senza risposta. Gli antichi rispondevano creando immagini; non perché sapessero più di noi, ma perché conoscevano la necessità di opporre una figura al nulla. Davanti all'idea della scomparsa immaginavano una dea alata; davanti al corpo che si abbandona, ponevano due braccia capaci di sostenerlo.

È qui che il candelabro di Ruvo del Monte rivela la sua invenzione più sottile. È un oggetto destinato a portare luce e, sulla sua sommità, raffigura la dea che ogni mattina porta la luce nel mondo. Quando le fiamme ardevano sui suoi bracci, il bronzo doveva accendersi di riflessi mobili: le ali di Thesan emergevano dall'ombra, il volto del giovane tornava visibile, il mito si compiva di nuovo davanti agli occhi di chi assisteva.

Nella tomba, invece, quelle fiamme erano spente. Restava soltanto la loro promessa. Forse il candelabro venne deposto proprio perché potesse continuare a illuminare una strada che i vivi non erano in grado di percorrere; forse Thesan doveva accompagnare la defunta, sottraendola alla notte come aveva sottratto il proprio amato. Oppure la scena serviva a chi rimaneva, e offriva l'immagine di un'ultima cura: nessuno viene lasciato cadere, nessuno attraversa da solo il confine.

Guardando oggi quel piccolo bronzo non possiamo sapere quale pensiero preciso accompagnasse chi lo depose nella terra venticinque secoli fa. Possiamo però riconoscere l'emozione che lo attraversa, perché è ancora nostra: il desiderio impossibile di raggiungere chi abbiamo perduto, di scendere nel buio, prenderlo fra le braccia e riportarlo verso la luce.

Thesan compie per noi quel gesto. Entra nella notte, si china sul corpo dell'amato e lo solleva. Non sappiamo se lo stia rapendo alla vita o salvando dalla morte: nel linguaggio del mito le due cose coincidono. Sappiamo soltanto che non lo lascia. La notte tende le sue grinfie, ma l'Aurora arriva prima e lo stringe a sé; apre le ali e lo conduce altrove.

Oltre il confine della notte.

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