martedì 20 gennaio 2026

Un labirinto sopra la testa, un forse dentro di noi

Palazzo Ducale, Mantova  
Ci sono frasi che non nascono per essere spiegate, ma per circolare. Passano di bocca in bocca, di sala in sala, di secolo in secolo, cambiando forma senza perdere il nucleo.

Forse che sì, forse che no è una di queste.

All’inizio è poco più di un’espressione gergale, adottata nei primi anni del Cinquecento da Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova e marito di Isabella d’Este. Una frase apparentemente leggera, quasi detta per gioco, ma in realtà perfetta per un’epoca — e per un uomo — abituati a muoversi sul filo dell’incertezza: politica, alleanze, guerre, fortuna, cadute improvvise. Nulla è garantito. Tutto è provvisorio.

Quella formula ambigua diventa presto musica. La frottola Forse che sì forse che no, composta da Marchetto Cara, la trasforma in qualcosa di memorabile, cantabile, condivisibile. La musica fa quello che sa fare meglio: prende un dubbio e lo rende contagioso. Non lo risolve, lo diffonde.

Libro III delle Frottole di Ottaviano Petrucci, Venezia 1504

La frottola di Marchetto Cara, però, non è affatto un gioco leggero. Forse che sì forse che no mette in musica una visione del mondo sorprendentemente lucida e disincantata. Il “forse” non è esitazione momentanea, ma condizione permanente dell’esistenza: il mondo è “ognor così”, instabile, ambiguo, mai del tutto decifrabile. In questo contesto il silenzio diventa una forma di prudenza (“el tacer nocer non può”), mentre il parlare troppo, soprattutto del giudicare gli altri senza guardare se stessi, appare come una trappola.
Il testo riconosce che il mondo è “falso errante”, privo di direzione certa, e tuttavia governato da una forza che non si lascia razionalizzare: l’Amore, sovrano invisibile agli occhi degli ignari, capace di consumare e far ricadere l’uomo nello stesso errore, ancora e ancora. Non a caso la canzone è dichiaratamente destinata solo a chi “dal mondo ha contrasto”: non a tutti, ma a chi ne avverte le frizioni, le contraddizioni, le ambiguità.

La chiusura è rivelatrice: chi ha vento favorevole può spiegare le vele; chi non ce l’ha, deve remare. Nessuna promessa di salvezza, nessuna certezza. Solo la scelta consapevole di attraversare il labirinto contando sulle proprie forze.

Poi il motto smette di essere solo parola o suono e diventa immagine. Tra il 1506 e il 1508 Lorenzo Leonbruno realizza il celebre soffitto ligneo con il labirinto, originariamente nel palazzo di San Sebastiano. Nei lacunari, la frase si ripete in modo quasi ossessivo: forse che sì, forse che no. Non c’è più leggerezza qui. C’è la rappresentazione di una condizione umana fragile, esposta, inconsapevole del proprio destino. Il labirinto non promette salvezza: promette solo un percorso.

Quasi un secolo dopo, nel 1601, il soffitto viene trasferito nel Palazzo Ducale per volontà di Vincenzo I Gonzaga, con l’intervento dell’architetto Antonio Maria Viani. Non è un semplice trasloco: è una riscrittura del significato. Il fregio viene arricchito con un riferimento alla terza spedizione del duca contro i Turchi a Canessa e con una frase centrale che esplicita il valore mitologico del labirinto. Il dubbio individuale diventa retorica del potere: il mondo è incerto, ma il principe deve attraversarlo comunque.

E poi, molto più tardi, arriva Gabriele d’Annunzio. Vede quel soffitto a Mantova, resta catturato da quella frase incastrata nel legno come un pensiero che non trova uscita. Nel 1909 la trasforma nel titolo di un romanzo: Forse che sì forse che no. A quel punto il motto non parla più di corti rinascimentali o di imprese militari, ma di desiderio, ossessione, rischio, vertigine. Il labirinto non è più sopra la testa: è dentro i personaggi.

E infine arriviamo noi. Moderni, tecnologici, iperconnessi. Ma davvero così diversi?

Anche noi viviamo in un labirinto di possibilità, scelte reversibili, decisioni prese senza garanzie. Continuiamo a dire “forse”, magari con parole nuove, ma con lo stesso identico tremito di fondo. Cinque secoli dopo, quel motto non è invecchiato: ci somiglia ancora.

Forse che sì, forse che no.
Non una risposta, ma l’unico modo onesto di stare al mondo.

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