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| La ricostruzione della sala da pranzo affrescata |
Dopo appena due anni, nel 1829, Isabella torna a Londra vedova e con una figlia. Poco dopo si unisce al reverendo William Falconer, rettore della diocesi di Bushey, che sposa negli anni Trenta. Il matrimonio stavolta è vero; ma la convivenza è intermittente, discontinua, quasi teorica. Lui resta legato ai propri incarichi e affari londinesi; lei, sempre più attratta dall’Italia e dalla sua cultura, sceglie un’altra strada.
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| Un altro scorcio della sala |
Nel 1860 acquista una villa nella campagna pistoiese, a Collegigliato. È qui che la casa prenderà il nome con cui oggi la conosciamo: La Falconiera. Ed è qui che Isabella vive di fatto da sola. Non isolata – attorno a lei ci sono contadini, fattori, personale – ma senza un compagno, senza una vita sociale mondana, senza una parte da recitare. Una solitudine scelta, abitata, osservata. Da quella posizione privilegiata guarda il mondo e decide di investirvi ciò che ha di più prezioso: tempo, denaro, fiducia.
È Signorini a parlarle di un giovane pittore ferrarese, Giovanni Boldini. Non ha ancora trent’anni, ma è già stimato dai colleghi più affermati; Signorini ne loda apertamente il talento, e anche Cristiano Banti, più mondano e navigato, ne apprezza lo stile. Isabella è incuriosita e vuole conoscerlo. L’incontro si rivela decisivo.
È grazie a Lady Falconer che Boldini può permettersi il suo primo viaggio a Parigi, nel giugno del 1867. La signora ne sostiene le spese e lo introduce a un mondo che lo segnerà per sempre: pittori, scrittori, prostitute, nobildonne, gentiluomini e ladri che gravitano attorno ai teatri, ai cabaret e ai café chantant di Montmartre e Pigalle. Boldini assorbe quell’energia, la immagazzina, la rielabora. Pochi mesi dopo, tra il novembre del ’67 e il marzo del ’68, la Falconer lo accompagna anche in Costa Azzurra, ancora in parte selvaggia, non poi così diversa dalla costa livornese cara ai Macchiaioli.
Rientrati a Pistoia, Isabella gli affida l’incarico più intimo e radicale: decorare la sala da pranzo della Falconiera. Nasce così, nell’estate del 1868, un ciclo di affreschi unico nel suo genere: l’unico esempio di pittura murale nello stile della Macchia. Qui non c’è il Boldini mondano, sensuale e raffinato cantore della Belle Époque. C’è il Boldini legato al mondo agricolo, vicino a Giovanni Fattori, con cui condivide il respiro profondo della campagna e del mare.
Buoi, pagliai, campi, un arenile solitario, cieli densi: i colori sono tenuti, dominati dagli ocra, dai verdi scuri, dall’azzurro fosco. Il tratto è essenziale, il racconto silenzioso. È il connubio fra arte e natura delle scuole di Castiglioncello e della Piagentina, tradotto in un grande ciclo pittorico “alla maniera antica”, probabilmente suggerito anche dai consigli di Cristiano Banti, sempre prodigo di incoraggiamenti.
Poche settimane dopo la conclusione dei lavori, nel dicembre del 1868, Isabella Robinson Falconer muore. La villa, non più abitata dalla figlia, resta a lungo disabitata, passa di mano in mano, cambia funzione. Durante la Seconda guerra mondiale viene anche utilizzata come base militare. Gli affreschi sopravvivono, deteriorati ma ancora lì, come un segreto murato.
Negli anni Trenta del Novecento Emilia Cardona Boldini, vedova del pittore, giunge in Toscana alla ricerca di quell’opera di cui il marito le aveva parlato in modo vago, ricordando appena l’iniziale della città. Dopo lunghe ricerche arriva a Pistoia, scopre la Falconiera e decide di acquistarla. Gli affreschi ci sono ancora, ma sono in cattivo stato; la villa ormai è una colonica cadente, e la stanza negli anni è diventata un magazzino di granaglie.
Solo nel 1974, con l’acquisto della villa da parte della Cassa di Risparmio di Pistoia, le pitture vengono finalmente staccate, restaurate e salvate. Oggi sono conservate nel rinnovato Museo dell’Antico Palazzo dei Vescovi di Pistoia, collocate in una sala dedicata e nell’ordine originario voluto da Boldini.
Guardando oggi quegli affreschi al Palazzo dei Vescovi, è difficile non pensare che raccontino molto più di un episodio giovanile nella carriera di Giovanni Boldini. Raccontano l’incontro fra un talento inquieto e una donna che aveva già attraversato scandali, fughe, identità fittizie e solitudini scelte, senza mai rinunciare alla propria libertà di sguardo.
La Falconiera fu per Boldini un laboratorio decisivo, ma per Isabella Robinson Falconer fu qualcosa di più: un luogo dove vivere secondo le proprie regole, lontano dai ruoli imposti e abbastanza vicino all’arte da lasciare una traccia duratura. Che quegli affreschi siano sopravvissuti a guerre, abbandoni e trasformazioni non è solo un colpo di fortuna: è la prova che certe scelte, anche quando sembrano marginali, finiscono per avere più futuro di molte carriere ufficiali.
E forse è giusto che oggi li si incontri così: strappati alle pareti di una villa perduta e restituiti allo sguardo, come un dialogo rimasto in sospeso tra una donna che seppe vedere lontano e un pittore che, anche grazie a lei, imparò a guardare il mondo con occhi nuovi.



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