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| Madonna col Bambino, Cima da Conegliano |
Davanti a quest'opera errante mi è tornata in mente la sorte inquieta di molte opere d'arte europee. Nate per abitare un luogo preciso — una chiesa, un convento, una comunità viva — e poi vendute, spostate, saccheggiate, evacuate. Il polittico di Cima nasce nel 1513 a Venezia per la chiesa conventuale di Sant'Anna a Capodistria, secondo una struttura ancora tradizionale, quando la grande pala unitaria stava già imponendosi. Doveva essere stabile, radicato, parte del ritmo quotidiano del sacro. L'unico spostamento previsto era quello dalla bottega del pittore - a Venezia - al convento di Sant'Anna a Capodistria, dimora dei Frati Minori dell'Osservanza.
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| Il polittico di Sant'Anna |
Per andare a finire qui, a Mantova: e non è solo uno sfondo casuale. È una città che conosce intimamente il tema della dispersione. Le collezioni dei Gonzaga — una delle più straordinarie raccolte d'arte d'Europa — furono in parte vendute già durante la storia della dinastia, per necessità politiche ed economiche, e poi definitivamente disperse dopo la sua fine. Capolavori di Mantegna, Tiziano, Rubens, Raffaello presero la via di Londra, Parigi, Vienna, Madrid. Mantova è rimasta, per così dire, prima custode di una grande bellezza, poi custode di una grande assenza.
Girare oggi nel Palazzo Ducale significa muoversi in mezzo a ciò che resta e a ciò che non c'è più, per magari sorprendersi di fronte a ciò che in origine non c'era mai stato. Proprio per questo l'incontro con un'opera "migrante" come il polittico di Cima risuona ancora di più: è l'eco di una storia più ampia, quella di un'arte continuamente sradicata e ricollocata.
La cosa sorprendente — ed è qui il piccolo miracolo — è che funziona ancora. Nonostante la perdita del contesto originario, nonostante la musealizzazione inevitabilmente un po' chirurgica, quest'opera continua a fare il suo mestiere. La Madonna non posa: esiste. Il Bambino dorme, pesa, è reale. Gli angeli non sono effetti decorativi, ma presenze discrete, quasi silenziose.
Forse è proprio questo uno dei poteri più sorprendenti dell'arte: rendere la bellezza tangibile anche quando si trova fuori contesto. Anche quando è stata venduta, rubata, dispersa, strappata al luogo per cui era nata. La bellezza non è fragile, come spesso si dice. È potente, tenace, capace di attraversare il tempo e continuare a parlare agli uomini del presente così come parlava ai nostri antenati. Qui e ora, dentro una sala gelida di un palazzo che ha perso la sua funzione, forse parla ancora più intensamente di quanto non facesse allora, nella chiesa di un convento che non esiste più.



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