giovedì 1 gennaio 2026

I gessetti di Santa Cristina a Pimonte

Un esempio di formula "dei gessetti" 

Ci sono luoghi che non sono soltanto punti sulla mappa, ma nodi del tempo. La chiesa di Santa Cristina a Pimonte di Prato è uno di questi.

È una chiesa appartata, raccolta, quasi defilata rispetto ai grandi assi della città, e proprio per questo capace di conservare una voce propria. Una voce che parla di comunità rurale, di territorio collinare vissuto con misura e continuità, e che – nel mio caso – intreccia inevitabilmente anche una storia familiare. I miei avi risultano legati a Pimonte e a Santa Cristina fin dai primi anni dell'Ottocento, da quando le fonti ce lo consentono. Non genealogie da stemma araldico, ma vite concrete: persone che hanno lavorato questa terra, pregato in questa chiesa, sepolto i propri morti guardando sempre lo stesso edificio.

La chiesa di Santa Cristina, oggi  

Dal punto di vista storico, Santa Cristina è un luogo stratificato. La chiesa fu edificata tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento sulle pendici del Poggio Secco in appoggio a una struttura ancora più antica: una torre di avvistamento a base quadrata, oggi inglobata nell'edificio e riconoscibile nell'attuale sacrestia. Questa torre, probabilmente costruita tra l'XI e il XII secolo, si affacciava sulla via Cassia, asse viario fondamentale già in età medievale. Quando la chiesa venne edificata, la torre doveva essere in parte diroccata, ma ancora abbastanza solida da fungere da sostegno. Un riuso pragmatico, tipicamente medievale, che racconta un territorio in cui nulla veniva sprecato e tutto veniva trasformato.

Santa Cristina non era una semplice chiesa rurale: era una prioria, cioè una chiesa sottoposta a giuspatronato, il diritto – e insieme il dovere – di protezione, manutenzione e nomina del clero esercitato da un benefattore laico, di solito il proprietario del terreno su cui la chiesa sorgeva. Nel caso di Santa Cristina, il giuspatronato appartenne inizialmente agli Aldobrandini, poi passò ai Rospigliosi, famiglie che hanno segnato profondamente la storia ecclesiastica e politica toscana. Questo dato non è un dettaglio notarile: significa che Santa Cristina è sempre stata al crocevia tra fede, territorio e potere, senza mai ridursi a semplice cappella marginale.

Forse anche per questo, Santa Cristina è una chiesa che non ha mai smesso di essere chiesa. Non museo, non quinta scenografica, ma luogo vivo di culto. Ed è probabilmente per questa sua coerenza profonda che oggi è diventata uno dei luoghi in cui, a Prato, si celebra con una certa regolarità la Santa Messa secondo il Vetus Ordo, la forma antica del rito romano.

La cosiddetta Messa vetus ordo – spesso chiamata anche Messa tridentina – è la liturgia cattolica così come si è consolidata nei secoli precedenti il Concilio Vaticano II. È celebrata in latino, con un forte senso di orientamento simbolico, di silenzio, di gesti codificati. È una liturgia che non teme il mistero e non sente il bisogno di tradurre tutto in linguaggio discorsivo. In un luogo come Santa Cristina, questa forma rituale non appare come una ricostruzione artificiale, ma come qualcosa che ritrova il proprio ambiente naturale: le proporzioni dell'aula, la luce, l'acustica, persino la memoria delle pietre sembrano predisposte a quel ritmo lento e concentrato.

Anche all'Epifania, la celebrazione secondo il Vetus Ordo assume un significato particolare, perché è una festa che parla per segni più che per spiegazioni. Ed è proprio all'Epifania che si collega un rito oggi poco conosciuto, ma antichissimo e sorprendentemente concreto: la benedizione dei gessetti.

Durante la Messa dell'Epifania, vengono benedetti dei semplici gessetti, che i fedeli portano poi nelle proprie case. Con questi gessetti si scrive sull'architrave o sullo stipite della porta d'ingresso una formula come questa:

20 + C + M + B + 26

Le lettere C, M e B richiamano i nomi tradizionali dei Magi – Caspar, Melchior, Balthasar – ma sono anche l'acronimo della formula latina Christus mansionem benedicat, "Cristo benedica questa casa". I segni "+" sono croci, i numeri indicano l'anno. Non c'è nulla di magico o superstizioso: si tratta di una benedizione domestica, di un gesto che estende lo spazio sacro dalla chiesa alla casa, dalla liturgia alla vita quotidiana.

È un rito che colpisce per la sua forza silenziosa. In un mondo sempre più digitale, invisibile, reversibile, scrivere con il gesso sopra una porta è un atto radicalmente concreto. È dire: qui si vive, qui si entra e si esce, qui il tempo passa. E si affida questo passaggio non a un sistema astratto, ma a una presenza.

Forse è anche per questo che luoghi come Santa Cristina a Pimonte continuano a parlare, oggi, a persone molto diverse tra loro. Non per nostalgia, ma per fame di continuità. La chiesa resta lì, come è sempre stata: costruita su una torre, affidata a grandi famiglie, attraversata da generazioni anonime. E continua, senza clamore, a fare ciò che ha sempre fatto: tenere insieme la fede, la terra, le famiglie, il tempo. Anche quando il gesso, lentamente, svanisce.

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