lunedì 19 agosto 2024

Redipuglia, 5 luglio 1939

Redipuglia, lettera "F"

Premessa

Nel giugno del 2024, tornando da Trieste, mi sono fermato ancora una volta a Redipuglia.

C'ero già stato due volte, la prima da bambino con mio padre. Questa volta, camminando lungo le gradinate del sacrario, mi sono fermato davanti ai nomi che cominciano per F e ho pensato che fra quelle lettere avrebbe potuto esserci anche il cognome di mio nonno.

Diego Faldi era un ragazzo del 1899. Chiamato alle armi non ancora diciottenne, dopo l'addestramento a Rovezzano fu inviato sul fronte del Grappa alla fine del 1917. Sopravvisse alla guerra, tornò a Prato, sposò Umberta, ebbe due figli - mio babbo e mio zio - e morì nel 1963, un anno dopo la mia nascita.

Di quello che aveva vissuto al fronte, nella mia famiglia, non era rimasto quasi niente. Ho cominciato allora a cercare, e i documenti civili e militari mi hanno restituito date, luoghi, spostamenti e nomi. Fra questi quello di Gino Melani, un altro ragazzo del 1899, morto il 23 dicembre 1917 durante un'azione sul fronte del Grappa e legato, secondo quanto è rimasto nella memoria familiare, alla sopravvivenza di mio nonno.

Non sono invece riuscito a stabilire con certezza a quale reparto fossero assegnati Diego e Gino in quei giorni. Nel racconto li ho collocati nel 92° Reggimento fanteria della Brigata Basilicata, realmente impegnato nel settore dell'Asolone nel dicembre del 1917.

Da ciò che è documentato, da ciò che è rimasto nella memoria familiare e da ciò che può ragionevolmente essere accaduto nasce questo racconto. Diego, Gino e le persone della famiglia sono realmente esistiti; altri personaggi e molti dei dialoghi appartengono invece alla ricostruzione narrativa. Dove i documenti tacciono, ho provato a immaginare ciò che nessun archivio può conservare: le parole, le paure, i silenzi.


Redipuglia, 5 luglio 1939

Di là dai grandi occhi, delle curve labbra, dai riccioli,
rilievi sul coperchio d'oro del nostro esistere,
un punto tenebroso che viaggia come il pesce
nella bonaccia mattinale del mare, e tu lo scorgi:
sempre un vuoto, dovunque, con noi. 

(Ghiorghios Seferis - Il Re di Asine) 


Diego chiuse piano la porta di casa e rimase qualche istante sul marciapiede. Viale Montegrappa era ancora quasi buio. Nell'aria fresca prima dell'alba passò un barroccio, con le ruote cerchiate di ferro che raschiavano il selciato; il conducente salutò appena sollevando una mano e Diego rispose con un cenno. Aveva la giacca della divisa ferroviaria piegata sul braccio e teneva il cappello nell'altra mano.

Era mercoledì 5 luglio 1939 e compiva quarant'anni.

Si incamminò verso il ponte della Vittoria con la sensazione sgradevole di essere uscito di casa di nascosto. Non era propriamente una fuga: a quarant'anni, con una moglie, due figli e un posto di responsabilità alla stazione, un uomo non fuggiva più. Però poteva ancora mentire, e quella mattina Diego lo aveva fatto. Umberta credeva che dovesse passare la giornata a Pistoia per una faccenda del magazzino ferroviario. Cesare gli aveva preparato perfino una disposizione di servizio abbastanza credibile da scoraggiare domande.

«Se ti scopre, ricordati che io non ti conosco» gli aveva detto, porgendogli il foglio. «E soprattutto non venire poi a raccontarmi che sono stato io a metterti quest'idea in testa.»
Diego aveva riso. «L'idea ce l'avevo già. Te mi hai soltanto fornito i mezzi per farmi cacciare di casa.»
«Peggio ancora. Se lo sapevo ti facevo pagare.»
Gli era sembrato divertente. Adesso, mentre attraversava la città addormentata, gli veniva meno da ridere.

Oltre il ponte, la Stazione Centrale emergeva dalla penombra con le finestre illuminate. Diego la conosceva in ogni rumore, odore e angolo: il ferro dei binari, il carbone dei convogli a vapore, l'olio, i carrelli trascinati sui marciapiedi, le voci degli uomini che cominciavano il turno. Era il posto in cui trascorreva gran parte delle giornate e che, proprio per questo, quasi non vedeva più; quella mattina invece gli apparve estraneo, come se bastasse entrarvi senza dover lavorare per trasformarlo in un luogo diverso.

Due settimane prima Pietro lo aveva fermato al bar San Marco. Erano stati insieme a Rovezzano nel 1917, prima che la guerra li mandasse in direzioni diverse. Pietro era finito sul Piave, Diego sul Grappa; poi entrambi erano tornati a Prato, avevano trovato un impiego statale, si erano sposati e avevano cominciato quella vita ordinaria che, durante certi mesi del 1917, nessuno dei due avrebbe saputo immaginare. Avevano parlato delle mogli, dei figli, del lavoro. Pietro si era lamentato di un superiore appena trasferito; Diego gli aveva raccontato della casa che forse avrebbe costruito. Poi, mentre girava il cucchiaino nella tazzina ormai vuota, Pietro aveva detto:
«L'altro giorno sono stato dai Melani. Era parecchio che non vedevo la su' mamma.»
Diego aveva posato la tazzina. «Come sta?»
«Vecchia. Più di quello che mi ricordavo.» Pietro aveva esitato, continuando a guardare il tavolo. «Le è arrivata una lettera del ministero. Hanno trasferito Gino a Redipuglia.»
Per alcuni secondi Diego non aveva capito. «Trasferito dove?»
Pietro aveva alzato gli occhi. «I resti, Diego. Hanno portato i resti nel sacrario novo. La su' mamma ha aperto la lettera davanti a me e me l'ha fatta leggere, perché con quelle parole lì non ci capiva molto.»
Diego era rimasto in silenzio.
«Dice che adesso riposa lassù» aveva continuato Pietro. «Almeno sa dov'è.»
Diego non aveva chiesto altro. Quella notte aveva sognato Gino per la prima volta dopo molti anni, ma non il Gino che ricordava nella neve. Aveva sognato il ragazzo di Rovezzano, seduto su una cassa, che rideva con la bocca piena.

Il treno della Direttissima lasciò Prato nella luce ancora incerta dell'alba. Diego si sistemò vicino al finestrino e, mentre il convoglio prendeva velocità, vide scorrere Poggio Secco, le pendici della Calvana, Santa Cristina; più lontano, fra gli alberi, gli parve di distinguere i Cappuccini. Tutta la sua vita stava lì, raccolta in pochi chilometri di campagna.

Era nato su quei poggi, a Santa Cristina lo avevano battezzato e ai Cappuccini aveva sposato Umberta quindici anni prima. Adesso pensavano perfino a una casa loro: il mezzano gli aveva parlato di un terreno non lontano dal ponte Petrino e, se Quirino avesse partecipato all'affare, forse ne avrebbero costruite due. Diego sorrise immaginando suo padre.

Vincenzo avrebbe storto la bocca e probabilmente gli avrebbe domandato se, con una casa di proprietà e un posto alle ferrovie, avesse deciso di diventare un signore. Era morto senza vederla, quella casa. Senza vedere molte cose. Quando il paesaggio scomparve dentro una galleria, nel vetro diventato improvvisamente nero Diego vide riflessa la propria faccia. Si osservò distrattamente, come avrebbe guardato quella di uno sconosciuto seduto di fronte.

Quarant'anni: provò a mettere quel volto al posto di quello di Gino, ad aggiungergli ventidue anni, qualche ruga, magari dei baffi o un principio di calvizie. Non ci riuscì. Gino continuava ad averne diciotto. Il rumore delle ruote sui giunti dei binari cambiò ritmo e, per qualche secondo, a Diego sembrò di riconoscere quello molto più lento di un'altra ferrovia.

Rovezzano, giugno 1917. Diego sedeva su una cassa contro il muro della caserma, con il moschetto fra le ginocchia e un pezzo di pane e formaggio appoggiato su un foglio di carta. Aveva fame, i piedi gli facevano male e già detestava il sergente che quella mattina li aveva fatti marciare avanti e indietro per il piazzale sotto il sole.

Un'ombra si fermò davanti a lui. «O te, icché tu fai costì da solo? Sono dieci minuti che ti vedo armeggiare con codesto fucile.»
Diego continuò a strofinare una parte dell'otturatore.
«Mangio. O almeno ci provo, se nessuno viene a rompermi le scatole.»
«Ah, allora scusa. Pensavo che stessi preparando l'arma per ammazzare il sergente.»
Diego alzò finalmente gli occhi.
Il ragazzo che gli stava davanti era magro, con due occhi scuri e una testa appena tosata sulla quale resisteva l'ombra di quelli che dovevano essere stati capelli ricci. Gli tese la mano.
«Gino Melani.»
Diego esitò appena prima di stringerla.
«Diego Faldi.»
«Di dove sei?»
«Prato.»
Gino rimase a guardarlo per un istante, poi scoppiò a ridere. «Anch'io, bischero. E io che t'ho sentito parlare e pensavo: questo dev'essere di Vienna.»
Si sedette accanto a lui senza essere invitato e guardò con interesse il pane. «Codesto formaggio è tutto tuo?»
«Per ora sì.»
«Per ora mi pare una risposta onesta.»
Diego lo fissò. «Tu mi vieni a cercare per mangiare il mi' formaggio?»
«No, sono venuto perché te stavi qui da solo con una faccia da funerale. Però, già che ci sono, non vedo perché dovremmo sprecare un'occasione così buona!»
Diego tagliò un pezzo e glielo porse.
Gino lo prese senza complimenti. «Vedi? Siamo amici.»
«Siamo amici da parecchio, sì! Saranno almeno tre minuti.»
«Gli amici veri si riconoscono subito. Quelli falsi aspettano almeno una settimana prima di fregarti il mangiare.»

Mangiarono per un po' senza parlare. Nel piazzale un sergente urlò qualcosa a un gruppo di reclute; uno rispose troppo lentamente e si prese un'imprecazione che fece voltare mezza compagnia.
Gino lo seguì con gli occhi e scosse la testa. «Se per vincere la guerra basta urlare, quello lì ci porta a Vienna da solo. A noi potrebbero anche darci il permesso.»
A Diego sfuggì una risata, e fu così che cominciò. Gino parlava parecchio, Diego meno, e nei giorni successivi scoprirono che la differenza funzionava abbastanza bene. Gino riusciva a trovare qualcosa di ridicolo quasi ovunque: nel modo in cui marciavano, nelle divise troppo larghe, nel rancio, nei baffi di un tenente che secondo lui si preparava ogni mattina usando il righello. Di Umberta Diego gli parlò soltanto qualche giorno dopo, mentre pulivano gli scarponi.
«Aspetta un momento» disse Gino, smettendo di strofinare il cuoio. «Quindi c'è una donna.»
«Una ragazza.»
«È la stessa cosa, se ti aspetta. Bella?»
Diego sollevò una spalla. «Per me sì.»
«Allora l'è bella. Non devo mica sposarla io.»
«Non ho detto che la sposo.»
«No, però hai fatto quella faccia lì.»
«Quale faccia?»
«Quella da uno che ha già deciso tutto e si vergogna di dirlo.»
Diego gli tirò lo straccio contro una gamba.
Gino rise, poi tornò serio. «Ti scrive?»
«Sì. Non sempre, ma scrive.»
«È già parecchio. A me non scrive nessuna, a parte la mi' mamma, e lei soprattutto per sapere se mangio oppure no.»
Diego continuò a spazzolare lo scarpone. «E se non torno?»
Gino alzò lentamente la testa. Per una volta non trovò subito qualcosa da dire. «Allora bisogna fare in modo di tornare.»
«Tu la metti facile.»
«Non ho detto che è facile.» Gino appoggiò lo scarpone a terra. «Dico che ci si prova. E se la fortuna fa la schizzinosa, magari ci si dà una mano noi. Tu guardi la mi' schiena e io guardo la tua.»
Diego annuì. «D'accordo.»
«Bene. Adesso possiamo andare allo spaccio, perché parlare di morire mi ha fatto venire sete.»
«Un bicchiere.»
Gino si alzò e gli fece l'occhiolino. «Certo, un bicchiere. Poi se per caso ce n'è un altro lì da solo non possiamo mica lasciarlo senza compagnia.»

Quando il treno uscì dalla galleria, la valle del Reno tornò improvvisamente alla luce e Diego dovette socchiudere gli occhi.
Il controllore comparve poco dopo sulla porta dello scompartimento.
«Biglietto, prego.»
Diego gli porse il tesserino ferroviario. L'uomo lo osservò, poi gli restituì un sorriso professionale. «Collega. Di dove?»
«Prato Centrale.»
«Ah, buona stazione, nuova! Ci sono passato diverse volte. Dove andate oggi?»
Diego esitò appena. «A Redipuglia.»
Il controllore alzò le sopracciglia. «È una bella corsa da fare in giornata.»
«Lo so. Ma devo vedere una persona.»
L'uomo abbassò gli occhi sul tesserino prima di restituirglielo. «A Padova trovate la coincidenza per Gorizia; Redipuglia viene prima. Ma immagino che queste cose le sappiate meglio di me.»
«Ho controllato gli orari tre volte.»
«Allora siete dei nostri davvero.» Il controllore fece per proseguire, poi si fermò. «Ci siete già stato al sacrario?»
Diego scosse la testa. «Mai.»
«Io ero su uno dei convogli speciali quando lo inaugurarono. Una giornata che non finiva più: treni ovunque, gente da ogni parte, autorità, soldati... Quando finalmente sono riuscito a vederlo, ormai era quasi sera.»
Diego aspettò un momento «E com'è?»
Il controllore guardò oltre il finestrino, come se la risposta potesse essere là fuori. «Grande. Non saprei dirvi altro.»
«Grande quanto?»
L'uomo sorrise appena. «Troppo. Almeno per me. Però quando sarete davanti lo capirete da solo.»
Si toccò la visiera. «Buon viaggio, collega.»

Diego lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava lungo il corridoio. Poi tornò al finestrino, pensando a quell'unica parola che l'uomo aveva corretto quasi controvoglia. Troppo.

Nel novembre del 1917 avevano raggiunto Padova su una tradotta che sembrava non dover arrivare mai. Il fumo della locomotiva entrava dappertutto e, quando scesero, avevano fuliggine nei capelli, nella bocca, perfino dentro il colletto della divisa. Gino sputò nero sulla banchina e rimase a osservare con attenzione la macchia.
«Se torno a Prato così, la mi' mamma non mi riconosce. Mi mette direttamente nel mastello e mi lascia a mollo fino a Natale.»
Diego aveva riso. Poco dopo avevano visto i feriti e Gino, per qualche ora, non aveva più fatto battute.

Il trasferimento verso il Grappa era durato giorni e, nella memoria di Diego, quella parte della guerra era rimasta soprattutto come una lunga marcia. Zaino, moschetto, scarponi; un passo dopo l'altro, al punto che quando finalmente si fermavano i piedi continuavano a pulsare come se volessero andare avanti da soli. Quando li assegnarono al 92° Fanteria, il nome della Brigata Basilicata non disse quasi niente a nessuno dei due. A Diego interessava soprattutto che avessero smesso di spostarli da una parte all'altra e che Gino fosse ancora con lui.

«Almeno adesso sappiamo con chi dobbiamo cercare di non farci ammazzare» aveva commentato Gino quando glielo avevano comunicato. La strada verso le posizioni era piena di soldati, muli, carri, autocarri e barelle. Una mattina passò accanto a loro un uomo sdraiato sotto una coperta fino al petto. Aveva gli occhi aperti e Diego, vedendolo immobile, pensò che fosse morto. Poi l'uomo girò la testa.
«Acqua.»
Diego fece istintivamente un passo verso di lui, ma qualcuno più avanti gridò di non rompere la fila.
«Ce l'ho io» disse a Gino.
«Faldi, muoviti!»
Diego continuò a marciare. Si voltò soltanto una volta, abbastanza da vedere la barella scomparire dietro un carro. Non seppe mai chi fosse quell'uomo né se fosse sopravvissuto. Per anni, ogni tanto, se lo sarebbe ricordato senza sapere bene perché.

Sul Grappa faceva freddo, ma non il freddo che Diego conosceva a Prato, quello delle mattine di brina nei campi, quando bastava camminare un po' per sentirsi meglio. Quello entrava nei vestiti lentamente e rimaneva lì, soprattutto nei piedi e nelle mani.
Una sera Gino si tolse uno scarpone e bestemmiò.
Diego sollevò la testa.
«Icché t'hai fatto?»
«Io nulla. È il piede che ha deciso di staccarsi da solo.»
Aveva una piaga sul tallone. Diego rovistò nello zaino e tirò fuori uno straccio asciutto. «Metti questo prima di rimettere lo scarpone, se no domattina non cammini.»
Gino prese lo straccio e lo rigirò tra le dita. «E te?»
«Io ne ho un altro.»
Gino lo guardò a lungo. «Faldi, ti rendi conto che sei il peggior bugiardo dell'esercito italiano?»
«E allora ridammelo se tu 'n ci credi!»
«Non se ne parla. Ormai è requisizione militare.»

Quella notte dormirono seduti, stretti l'uno contro l'altro perché non c'era abbastanza spazio per sdraiarsi. Nessuno dei due trovò qualcosa da dire sul fatto che, in quelle condizioni, almeno il freddo sembrava un po' meno forte.

A Bologna il treno si riempì. Diego scese soltanto il tempo necessario per bere e risalì nello stesso scompartimento. Poco dopo entrò un uomo con un bambino di sei o sette anni, probabilmente suo figlio, che rimase incollato al finestrino per quasi un'ora, contando i carri merci e chiedendo il nome di ogni stazione.
«Quello lì va a Milano?»
«No, va dalla parte opposta.»
«E quello?»
«Non lo so.»
«Ma avevi detto che conoscevi i treni.»
Il padre sospirò. «Conosco i treni che prendo io, non tutti quelli del Regno d'Italia.»

Diego abbassò gli occhi per nascondere un sorriso. Pensò ai propri figli e poi, senza sapere come ci fosse arrivato, cercò di ricordare se Gino avesse mai detto di volerne. Non gli venne in mente niente. Avevano parlato di donne, di tornare a casa, di vino, di lavoro; forse anche di figli, ma dopo ventidue anni alcune conversazioni erano rimaste nitide e altre si erano ridotte a una sensazione.

A Padova comprò un giornale e qualcosa da mangiare. In prima pagina c'erano parole che negli ultimi mesi sembravano tornare ogni giorno: Germania, Polonia, Danzica, alleanze, eserciti. Lesse poche righe e richiuse il giornale, irritato senza sapere bene contro chi. Il treno per Gorizia era già sul binario. Salì e trovò posto in uno scompartimento quasi vuoto.

Poco dopo la partenza da Padova una donna si affacciò sulla porta dello scompartimento. «Scusate. È libero? Negli altri c'è una confusione che non si riesce nemmeno a leggere.»

Diego si spostò appena, benché il posto davanti a lui fosse completamente vuoto. «Certo. Accomodatevi.»

La donna entrò con una piccola valigia. Poteva avere qualche anno meno di lui, trentacinque forse, ed era abbastanza alta da non dover allungare le braccia per sistemare il bagaglio sulla reticella. Aveva i capelli biondi raccolti sotto un cappello chiaro e portava un vestito estivo semplice ma ben tagliato. Diego la guardò il tempo necessario per accorgersi che era una bella donna, poi abbassò gli occhi sul giornale.

Lei si sedette di fronte e si tolse i guanti. «Grazie. Se avessi saputo che in luglio tutti decidevano di viaggiare verso Gorizia, sarei partita ieri.»
L'italiano era corretto, ma l'accento non lo era affatto. Diego piegò il giornale sulle ginocchia.
«Non siete di queste parti.»
«È così evidente?»
«Abbastanza.»
Lei sorrise. «Sono ungherese.»
Gli occhi, quando lo guardò direttamente, erano chiarissimi, di un verde che nella luce dello scompartimento prendeva quasi il grigio. Per un momento gli ricordarono quelli di sua madre. Non il viso, né l'espressione: soltanto quel colore insolito.
La donna inclinò appena la testa. «Ho qualcosa che non va?»
«No. Mi ricordavate qualcuno.»
«Spero una persona piacevole.»
«Mia madre.»
Lei rise. «Questa è una risposta molto prudente.»
Diego si accorse troppo tardi dell'equivoco. «Dicevo per il colore dei vostri occhi.»
«Meno male. Stavo già cercando di capire quanti anni mi avevate dato.»

Diego sorrise e aprì il giornale. Per qualche minuto non parlarono. Lui tentò di leggere un articolo sulla Germania e la Polonia; dall'altra parte dello scompartimento la donna aveva aperto un libro e, quando il treno prendeva una curva, ogni tanto una ciocca di capelli sfuggiva da sotto il cappello e lei la rimetteva a posto con un gesto distratto. Diego si sorprese a guardarla una seconda volta.
Fu lei a chiudere per prima il libro. «Andate fino a Gorizia?»
«No. Scendo a Redipuglia.»
Qualcosa cambiò nell'espressione della donna. «Al sacrario?»
«Sì.»
«Non ci sono mai stata.»
«Eppure è qui vicino.»
«Appunto.»
La risposta lo incuriosì. «Avete qualcuno lassù?»
Lei guardò per qualche secondo fuori dal finestrino. «No. O almeno non credo.»
Diego aspettò, ma la donna non aggiunse niente. «Io sì» disse allora. «Un commilitone.»
Lei tornò a guardarlo. «È morto durante la guerra?»
«Sul Grappa, nel diciassette. Hanno trasferito i resti a Redipuglia e io l'ho saputo soltanto poche settimane fa.»
«E siete venuto apposta da...»
«Prato. Stamani.»
«E fate tutto questo viaggio per andare a trovare un morto.»
Diego sorrise appena. «Detto così sembra una cosa stupida.»
«Non ho detto che lo sia.»
Per qualche momento rimasero in silenzio.
Poi lei tese la mano. «Erzsébet Varga.»
«Diego Faldi.»
La mano era fresca. La stretta durò un poco più del necessario prima che entrambi la lasciassero.
«Qui mi chiamano quasi tutti Elisabetta» disse lei. «Ho smesso di correggerli.»
«Erzsébet non è così difficile.»
«Aspettate di doverlo scrivere.»
«Allora per ora mi limiterò a dirlo.»
Lei sorrise; il treno attraversò una stazione senza fermarsi.
«Vivete a Gorizia?» domandò Diego.
«Da qualche anno. Prima abitavo a Trieste con mia sorella.»
«E vostro marito? Siete sposata?»
Erzsébet abbassò appena gli occhi. «Non più. Miklós è morto qui durante la guerra.»
Diego si accorse della parola soltanto dopo qualche secondo. «"Qui" dove?»
«È proprio questo il problema.»
Erzsébet ripiegò lentamente i guanti sulle ginocchia. «Era nell'esercito imperiale. Nel 1916 combatteva sul fronte dell'Isonzo. L'ultima notizia che ho di lui viene dai giorni della battaglia per Gorizia; dopo non c'è più niente.»
«Disperso.»
«Così dicevano.»
La parola gli sembrò inadeguata, ma non trovò nulla con cui sostituirla. «Non avete mai saputo dove lo seppellirono?»
Erzsébet scosse la testa. «Per anni ho creduto che prima o poi qualcuno me lo avrebbe detto. Poi hanno cominciato a spostare i cimiteri, a raccogliere i morti, a portarli negli ossari. Ho scritto, ho domandato. Ogni risposta indicava qualcun altro a cui scrivere.» Si strinse appena nelle spalle. «Potrebbe essere a Oslavia. Potrebbe essere in un cimitero austro-ungarico. Potrebbe essere uno degli ignoti. Oppure nessuna di tutte queste cose.»
Diego pensò alla propria destinazione. «È per questo che non siete mai andata a Redipuglia.»
Erzsébet lo guardò. «Mio cognato continua a dirmi che dovrei andarci. Dice che bisogna vedere almeno una volta che cosa hanno costruito.»
«E voi non volete.»
«Non so cosa dovrei andarci a cercare.»
Non c'era amarezza nella sua voce, pensò Diego; piuttosto si avvertiva stanchezza.
«Sapete qual è la cosa che vi invidio?» disse lei dopo qualche momento.
Diego rimase sorpreso. «A me?»
«Voi sapete dove state andando.»
Lui non capì.
Erzsébet passò un dito lungo la cucitura di un guanto. «Fra poco scenderete dal treno e troverete il nome del vostro amico. Sarà in mezzo a migliaia di altri, immagino, ma ci sarà scritto Gino Melani
Diego aspettò.
«Io non saprei neppure dove andare a cercare Miklós.» La voce non era cambiata. «Magari è a pochi chilometri da qui. Potrei essergli passata accanto cento volte.»
Diego cercò qualcosa da dire. «Forse prima o poi...»
Erzsébet lo fermò con un piccolo movimento della testa. «Sono ventitré anni, Diego. Non occorre consolarmi.»
Lui tacque. Poi, quasi senza decidere di farlo: «Alle ferrovie gli uffici si parlano fra loro. Le liste dei trasferimenti dai cimiteri di guerra devono essere da qualche parte, e io saprei a chi domandare. Non è il mio lavoro, ma è un mestiere che conosco.»
Erzsébet lo guardò senza rispondere.
«Da Prato è lo stesso» aggiunse. «Una lettera si scrive da lì come da qui.»

Mentre lo diceva si accorse di aver già immaginato il resto: una busta con la propria calligrafia, una risposta che sarebbe arrivata dopo settimane, un motivo per tornare da quelle parti. Vide perfino la stazione di Gorizia, che non aveva mai visto, e questa donna che lo aspettava sotto la pensilina. Durò il tempo di un respiro. Poi ci fu Umberta, la cucina di viale Montegrappa, i ragazzi che a quell'ora erano a scuola, il terreno vicino al ponte Petrino. Non era un uomo infelice; e in qualche modo era proprio quello a rendere il pensiero più fastidioso, non meno. Lo scacciò come si scaccia una mosca in una giornata calda, sapendo che tornerà.
«Siete gentile» disse Erzsébet. «Ma no.»
Diego rimase sorpreso. «Non vi costerebbe niente.»
«A voi. A me forse sì.» Rimise i guanti sulle ginocchia, li ripiegò di nuovo, come se le mani avessero bisogno di qualcosa da fare. «Per tre o quattro anni ho aspettato una lettera. Poi ho smesso, e ho cominciato a vivere in un modo che con quella lettera non funzionerebbe più. Se domani qualcuno mi scrivesse: è in quel campo, terza fila, dovrei ricominciare tutto da capo. Seppellirlo un'altra volta, e questa volta da sola.»
«Non ci avevo pensato.»
«Non c'è ragione perché ci pensiate.» Sorrise. «Voi state andando a trovare un amico. È una cosa molto più semplice.»
«Non ne sono sicuro.»
«Nemmeno io» disse lei. «Ma è il mio turno di essere consolante.»
Diego rise, e si accorse che gli era passato il fastidio.

Parlarono ancora. Di Prato, del lavoro alla stazione, dell'Ungheria che Erzsébet aveva lasciato molti anni prima. Lei gli raccontò abbastanza da fargli capire che aveva imparato presto a non aspettarsi dalle frontiere la stabilità che promettevano sulle carte; Diego le parlò della casa che pensava di costruire e, quasi senza rendersene conto, di Umberta.
«Avevo visto che eravate sposato» constatò Erzsébet fissando l'anello di acciaio all'anulare di Diego.
«Da quindici anni.»
«E vostra moglie sa che state andando a Redipuglia?»
Diego esitò. «Crede che io sia a Pistoia per lavoro.»
Erzsébet non disse niente. Riaprì il libro, lo richiuse subito dopo, e guardò fuori dal finestrino abbastanza a lungo perché Diego avesse il tempo di sentire quello che lei non aveva detto.
«Com'è, vostra moglie?» domandò infine.
Diego ci mise qualche secondo. «Pratica. Molto più di me.»
«Allora forse era il caso di provarci.»
«Forse.»
Il rimprovero, leggerissimo, gli dette più fastidio di quanto avrebbe voluto. Erzsébet non insistette.

Fu Diego, dopo qualche minuto, a raccontarle che Gino gli aveva salvato la vita. Non partì dall'esplosione. Le raccontò Rovezzano, la promessa di guardarsi la schiena, il trasferimento sul Grappa. Erzsébet ascoltava senza interromperlo molto e, quando il rumore del treno cresceva, si sporgeva leggermente in avanti per sentirlo. A un certo punto le loro ginocchia si toccarono; nessuno dei due cambiò posizione. Quando Diego arrivò a dicembre, la voce gli si fece più bassa. Respirò lentamente. «Successe sull'Asolone.»

Il 21 dicembre il cielo era basso e grigio. Li avevano schierati insieme agli altri rincalzi in uno spiazzo dove il fango, gelato durante la notte, si spezzava sotto gli scarponi. Erano rimasti fermi abbastanza a lungo perché Diego smettesse di domandarsi quando li avrebbero fatti muovere e pensasse soltanto al freddo che gli saliva dai piedi. Quando arrivò il maggiore, accompagnato da due ufficiali, qualcuno gridò l'attenti. L'uomo salì sopra una cassa e aspettò che le file smettessero di agitarsi. Aveva una voce forte, abituata a raggiungere anche quelli in fondo.
«Soldati! Il nemico, imbaldanzito dagli avvenimenti delle scorse settimane, ha creduto che l'Esercito italiano fosse vinto e che gli fosse ormai aperta la via verso il cuore della Patria. Voi sapete che così non è stato.»
Diego provò a muovere le dita dentro gli scarponi. Quelle del piede destro risposero appena.
Accanto a lui Gino si spostò da una gamba all'altra.
«Sulle nuove posizioni alle quali ci siamo attestati, i vostri compagni hanno già mostrato al nemico quale errore abbia commesso. Il Piave e questi monti sono oggi il baluardo dietro il quale stanno le nostre case, le nostre famiglie, tutto ciò che abbiamo il dovere e l'onore di difendere.»
Qualcuno, qualche fila più avanti, cominciò a tossire. Cercò di trattenersi, poi rinunciò.
Gino si piegò appena verso Diego. «Se la fa ancora lunga, a me mi tocca difendere prima i piedi.»
Diego abbassò gli occhi per nascondere un sorriso. «Sta' zitto, bischero.»

Il maggiore continuava a parlare. La voce arrivava a tratti limpida, a tratti il vento se ne portava via qualche parola.
«...il sacrificio dei vostri fratelli caduti...»
Diego guardò il terreno. Una crosta sottile di ghiaccio copriva il fango e, poco più avanti, qualcuno l'aveva rotta con il tacco lasciando affiorare una macchia nera.
«...degni del nome che portate e delle gloriose tradizioni del vostro reggimento...»
Gino cambiò ancora piede.
«...nessuno dubiti della fermezza con la quale l'Esercito saprà compiere il proprio dovere...»
Diego perse il filo. Gli venne in mente la cucina di casa, sua madre che al mattino smuoveva la cenere per cercare sotto la brace ancora viva; poi pensò a Umberta e all'ultima lettera ricevuta, che ormai aveva letto tante volte da conoscerne alcune frasi a memoria. Quando tornò ad ascoltare, il maggiore aveva alzato la voce.

«Fra pochi giorni, forse fra poche ore, potrà essere chiesto anche a voi di dare prova del vostro valore. Ricordate allora che su queste montagne non si difende soltanto una posizione: qui si difende il suolo d'Italia. Nessuno indietreggi, nessuno venga meno al proprio dovere. Il nemico deve sapere che di qui non passerà.»

Qualcuno nelle prime file gridò qualcosa che Diego non comprese. Il maggiore sollevò il braccio.

«Soldati, abbiate fede nei vostri capi, nei vostri compagni e nella vittoria. Siate degni di coloro che sono caduti prima di voi. Viva il Re! Viva l'Italia!»

La risposta partì dalle prime file e raggiunse anche le ultime. Alcuni gridarono con convinzione, altri perché stavano gridando tutti. Diego gridò anche lui. Gino pure. Quando finalmente ruppero le file, Gino andò a sedersi su alcune traversine accatastate e Diego lo raggiunse.
«Icché avevi? Durante il discorso pareva ti avessero messo le formiche negli scarponi.»
Gino sputò nel fango.
«Avevo i piedi gelati. E poi cercavo di capire tutto quello che diceva.»
«E ci sei riuscito?»
Gino si strinse nelle spalle e raccolse un pezzetto di legno, rigirandoselo fra le dita.
«Più o meno. Parla bene, comunque.»
«Il maggiore?»
«Sì. Parlano bene quelli che salgono sulle casse. Sarà perché dall'alto gli viene meglio.»
Diego sorrise, ma Gino continuò a guardare il legno.
«Dice che qui dietro ci sono le nostre case.»
«Ci sono davvero.»
«Lo so.» Gino spezzò il legnetto con il pollice. «Ed è proprio per quello che io, se devo dirti la verità, vorrei soltanto tornarci. Una domenica come quelle di prima, hai capito? Mangiare fino a stare male, bere qualcosa, mettermi una giacca che non sia questa e magari trovare una ragazza che abbia voglia di stare a sentire le mie bischerate.»
«Quella è più difficile degli austriaci.»
«Può darsi, ma almeno con lei posso provare a ragionare senza prenderla a fucilate.»
Diego rise.
Gino rimase qualche secondo a guardare davanti a sé. «Mi manca perfino la mi' mamma quando mi fa ammattire. Te ci credi?»
«No.»
«Fai bene. Se glielo racconti quando torniamo, dico che non è vero.»
Dallo spiazzo arrivò l'ordine di prepararsi.
Gino si alzò lentamente, batté le mani sui pantaloni e si sistemò il moschetto sulla spalla.
«Forza, Faldi. Ricordati quello che abbiamo detto a Rovezzano.»
Diego lo guardò. «La storia della schiena?»
«Quella. Io guardo la tua e te guardi la mia. Almeno finché non siamo a casa.»
«D'accordo.»
Gino gli tese una mano per tirarlo in piedi. «E quando siamo a casa ti porto a ballare. Anche se Umberta non vuole.»
«Allora forse è più pericoloso tornare.»
Questa volta fu Gino a ridere.

La mattina del 23 dicembre arrivò l'ordine di avanzare. Nessuno parlò di una grande offensiva o di un'azione destinata a comparire sui giornali. Dovevano guadagnare terreno lungo il costone dell'Asolone, raggiungere alcune posizioni ancora tenute dagli austro-ungarici e, se fosse stato possibile, spingerli più indietro.

A Diego bastò guardare il pendio davanti a loro per capire che il nome dato all'operazione avrebbe fatto poca differenza. La neve caduta nei giorni precedenti resisteva nelle conche e fra le pietre. Il vento ne sollevava piccoli sbuffi che entravano negli occhi quando alzavano la testa. Diego si tirò la sciarpa sopra la bocca e cercò Gino. Era qualche passo più avanti. Due giorni prima avevano scherzato ancora sulla promessa fatta a Rovezzano. Adesso Diego vedeva davvero la schiena dell'amico davanti a sé e cercava di non perderla.

Quando arrivò il segnale si mossero con gli altri. Avanzavano bassi, approfittando di ogni sporgenza del terreno. Il pendio era fatto di pietra, terra gelata, buche e fili di ferro; ogni tanto qualcuno si fermava e quello dietro doveva scartare senza sapere bene perché. Qualcuno gridò e quasi nello stesso momento partirono colpi di fucile. Diego si gettò dietro una sporgenza. Sentiva il respiro caldo dentro la sciarpa e il battito del cuore troppo forte nelle orecchie. Aspettò che gli uomini davanti si muovessero e riprese ad avanzare.

Gino era ancora lì. Non avrebbe mai saputo ricostruire con precisione i secondi successivi. Nella memoria gli rimasero soltanto pezzi che, ogni volta, tornavano nello stesso ordine. La schiena di Gino. La neve. Il rumore secco di qualcosa che cadeva sulle pietre. Gino che si voltava. I suoi occhi, poi una mano contro il petto.
«Giù!»
Diego cadde all'indietro. Vide Gino chinarsi e raccogliere qualcosa; pensò che volesse gettarla via. Non seppe mai se ci riuscì, l'esplosione cancellò tutto.
Quando tornò a sentire, il mondo aveva un rumore lontanissimo, come se fosse finito sott'acqua. Aveva neve in bocca e, quando provò ad alzarsi, il piede gli cedette.
«Gino.»
Non sentì la propria voce. Strisciò in avanti. «Gino.»
Lo trovò poco più avanti. Non ebbe più bisogno di chiamarlo.

Quando Diego smise di parlare, Erzsébet era rimasta nella stessa posizione, leggermente inclinata verso di lui. Il treno continuava a correre e lei rimase in silenzio a lungo. Diego si accorse che non gli aveva detto mi dispiace. Ne fu quasi sollevato.
«Non l'avevate mai raccontato così a vostra moglie?» domandò infine.
«No. Sa che sono stato ferito e sa che Gino è morto, ma non le ho mai raccontato davvero quella giornata.»
«E a me sì.»
Diego sorrise appena. «Forse perché domani non ci vedremo più.»
«Oppure perché vi sto simpatica.» Questa volta lo guardò direttamente.
Diego sostenne lo sguardo. «Anche.»
Per qualche secondo nessuno dei due distolse lo sguardo, poi entrambi sorrisero. Erzsébet si voltò verso il finestrino.
Più tardi gli raccontò che qualche volta parlava ancora a Miklós. «Non so dove sia, ma questo non sembra impedirgli di ascoltarmi.»
Diego sorrise. «E cosa gli raccontate?»
«Tante cose stupide. Chi si è sposato, chi è morto, quanto costano le ciliegie. Una volta gli ho parlato per mezz'ora di una perdita d'acqua in cucina.»
«E lui cosa dice?»
«Finalmente niente. Quando era vivo aveva sempre un'opinione.»
Diego rise. «Perché proprio quelle cose?»
Erzsébet guardò le proprie mani. «Perché sono quelle che avrebbe saputo se fosse rimasto.»
Il treno continuò a correre. Quando cominciò a rallentare, lei guardò fuori. «Credo che sia Redipuglia.»
Diego si alzò, prese la giacca e cercò il cappello.
Erzsébet glielo porse dal sedile. «Questo lo lasciate qui? Così vostra moglie avrà almeno una prova che non siete stato a Pistoia.»
Diego tese la mano: le dita si incontrarono e rimasero a contatto un istante prima che lei lasciasse il cappello. «Forse glielo racconterò quando torno.»
«Del viaggio?»
Diego la guardò, e per un attimo la domanda ebbe un significato che nessuno dei due aveva pronunciato.
Erzsébet abbassò gli occhi. «Intendevo dire che siete venuto qui.»
«Avevo capito» rispose, ma non era del tutto vero.
Diego si mise il cappello. «È stato un piacere conoscervi, Erzsébet.»
Questa volta pronunciò correttamente il nome.
Lei sorrise. «Anche per me, Diego.»
Lui raggiunse la porta.
«Buon compleanno.»
Diego si voltò sorpreso.
Erzsébet indicò con gli occhi la tasca della giacca. «Il tesserino. Quando l'avete mostrato al controllore.»
«Allora lo sapevate già.»
«Da un po'. Non volevo rovinarvi il piacere di confessarlo.»
Diego rise, poi il treno si fermò.

Scese. Sulla banchina si accorse di stare contando i passi fino alla fine della pensilina, uno dopo l'altro, come si conta per non pensare a nient'altro. Il treno ripartì alle sue spalle. Arrivò in fondo senza essersi voltato.

La stazione rimase alle sue spalle. Era quasi mezzogiorno e il caldo di luglio aveva già cancellato il fresco della partenza da Prato. Diego imboccò la strada verso il sacrario e lo intravide dapprima attraverso gli alberi, abbastanza da pensare che il controllore avesse forse esagerato. Poi uscì allo scoperto e lo vide tutto insieme. La scalea occupava il fianco della collina, enorme, geometrica, tanto regolare che l'occhio faticava a comprenderne subito le dimensioni. Diego rallentò senza accorgersene.
Grande.
Troppo.
Attraversò il piazzale e imboccò la Via Eroica. I nomi delle battaglie erano infissi nella pietra, uno dietro l'altro. Alcuni li conosceva perché li aveva sentiti pronunciare durante la guerra, altri perché erano comparsi per mesi sui giornali; altri ancora non gli dicevano quasi niente. Li lesse camminando; dietro ciascuno di quei nomi dovevano esserci stati uomini come lui e Gino, ma lì non ne rimaneva traccia. Restavano le battaglie.

Più avanti arrivò alle tombe dei comandanti: grandi blocchi di pietra, separati dal resto, abbastanza imponenti da costringerlo ad alzare lo sguardo. Diego si fermò per qualche momento davanti a quella del Duca d'Aosta.
Abbiate fede nei vostri capi, nei vostri compagni e nella vittoria.
La voce del maggiore, in piedi sopra la cassa, due giorni prima che Gino morisse. E accanto a lui Gino che spostava continuamente il peso da una gamba all'altra perché aveva freddo ai piedi.
Riprese a camminare. Alle spalle delle tombe cominciavano i gradoni. Diego alzò gli occhi.
PRESENTE
La parola correva lungo tutta la prima fascia, incisa enorme nella pietra. Più sopra compariva di nuovo.
PRESENTE
E ancora, e ancora. Diego la lesse quasi senza pensarci, poi qualcosa dentro di lui si arrestò.
Il piazzale di Rovezzano, i ragazzi schierati, il sergente con il foglio in mano. Un cognome dopo l'altro.
«Melani Gino!»
«Presente!»
Qualche volta troppo forte, apposta, tanto da far voltare quello accanto e procurarsi un'occhiataccia del sergente. Diego guardò nuovamente la parola sulla pietra.
PRESENTE

Lassù nessuno rispondeva.Cominciò a salire; dopo i primi gradoni sentì il piede destro, quello ferito sull'Asolone. Da anni non gli dava quasi più problemi, salvo qualche volta con il freddo o dopo una giornata trascorsa in piedi; quella mattina aveva camminato poco, eppure il dolore tornò netto, proprio nel punto che conosceva. Continuò: ai lati c'erano nomi, file interminabili di nomi, ordinati uno dopo l'altro. A, poi B, poi C. Ogni tanto un cognome gli ricordava qualcuno di Prato; qualche volta un'età lo costringeva a fermarsi e tornare indietro con gli occhi. Diciannove anni. Venti. Ventidue. Continuava a salire e la stessa parola continuava ad accompagnarlo.
PRESENTE
Cominciò a dargli fastidio, e non avrebbe saputo spiegare perché. Si vergognò quasi del pensiero: era venuto fin lì proprio perché Gino finalmente aveva un luogo. Eppure, mentre saliva, gli sembrava che per ritrovarlo dovesse tirarlo fuori da tutta quella grandezza.

A un certo punto, fra un gradone e l'altro, gli venne in mente che da qualche parte lassù dovevano esserci anche i nomi che nessuno aveva potuto scrivere. Non li cercò. Pensò invece a una donna seduta su un treno che a quell'ora correva verso Gorizia, e alle sue mani che ripiegavano e riaprivano un paio di guanti.
Non saprei neppure dove andare a cercarlo.

Diego aveva una lettera dell'alfabeto. Riprese a salire. Quando raggiunse la F, rallentò. Cominciò a scorrere i cognomi senza sapere bene che cosa stesse cercando. Fal... Si fermò. Non c'era un Faldi. Per tutti quegli anni non aveva mai pensato al proprio nome scritto fra quelli dei morti. Era bastata una scheggia diversa, Gino mezzo passo più lontano, una mano che non arrivava in tempo, e su una di quelle pareti qualcuno avrebbe potuto leggere:
FALDI DIEGO
Nient'altro. Nessuno avrebbe saputo di Umberta, dei ragazzi, del lavoro alla stazione. Nessuno avrebbe saputo della casa che pensava di costruire vicino al ponte Petrino o che quella mattina, proprio quel giorno, aveva compiuto quarant'anni. Soltanto un nome. Riprese a salire, adesso il piede gli faceva male a ogni gradino, ma non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Quando raggiunse la M cominciò a percorrere lentamente la fila.
Mac...
Mag...
Man...
Mar...
Il sole colpiva il bronzo e lo costringeva a socchiudere gli occhi. Per qualche momento ebbe paura di non trovarlo, come se anche lì potesse essersi verificato un errore e Gino fosse finito da qualche altra parte.
Poi arrivarono i Me.
Mel...
Diego si fermò.
MELANI GINO

Restò immobile. Aveva attraversato mezza Italia per quelle due parole. Intorno c'erano migliaia di altri nomi, le gradinate, le tombe dei comandanti, le battaglie incise nella Via Eroica, e sopra ogni cosa continuava a ripetersi quel PRESENTE smisurato. Diego invece vedeva una cassa contro il muro di una caserma. Un ragazzo magro che gli guardava il formaggio.
«Codesto è tutto tuo?»
Gli venne da sorridere. Lo spaccio, i baffi del tenente, lo straccio asciutto infilato nello scarpone. Gino che parlava di sua madre e di una domenica a casa, di una giacca che non fosse una divisa e di una ragazza da portare a ballare. Il monumento non sapeva niente di tutto questo. Diego sì. Avvicinò una mano e passò lentamente le dita sulle lettere di bronzo.
Tu guardi la mi' schiena e io guardo la tua.
Sul costone dell'Asolone Gino l'aveva mantenuta, la promessa.
Diego lasciò la mano sul nome ancora per un poco.
«O Gino» disse piano. «Alla fine ci sono arrivato.»
Poi alzò gli occhi verso i gradoni. La parola continuava a ripetersi sopra di lui, uguale, fino a confondersi con la pietra e la luce. Sentì salirgli in gola la risposta e se la tenne. Era una cosa da ragazzi in un piazzale, e lui aveva quarant'anni, una moglie a cui aveva mentito e un treno da prendere.

Il cielo sopra il sacrario era azzurro e indifferente. Una rondine lo attraversò stridendo, descrisse una curva rapida e scomparve fra gli alberi. Diego ritirò la mano e si rimise il cappello. Cominciò a scendere. Il piede gli faceva male e i gradoni, dall'alto, sembravano più ripidi di quando li aveva saliti. A metà si accorse di stare girando l'anello intorno al dito, avanti e indietro, come faceva Umberta quando aspettava che qualcosa si decidesse a succedere. Si fermò e guardò la propria mano. L'acciaio, sotto quel sole, non mandava nessuna luce.

A Redipuglia il treno per Trieste passava alle due e dieci; quello per Gorizia dopo. Diego lo sapeva perché aveva controllato gli orari tre volte, e mentre scendeva li ricontrollò a memoria un'altra volta ancora.

Poi prese quello che tornava indietro.

Nessun commento:

Posta un commento

Salve! Lascia pure un commento su questo articolo, sarò felice di leggerlo!