lunedì 2 novembre 2026

"Son tutti birbanti"

Lettera di Teresa Emilia Viviani a Francesco Pacchiani 

In piazza San Francesco, a Prato, a pochi metri dallo stemma col maiale a sette stelle da cui è nata questa serie di articoli, c'è la Biblioteca Roncioniana. In uno scaffale, fra le carte del canonico Francesco Pacchiani, dorme una lettera scritta da una ragazza di diciannove anni chiusa in un convento di Pisa. Sono andato a svegliarla. È un foglio solo, rilegato in un volume insieme ad altre carte del canonico, scritto con una calligrafia da far invidia a un notaio, datato «Il 27 novembre 1820, a sera» e firmato dentro un ovale di svolazzi: «Teresa Emilia Viviani».

Il nome forse non dice molto, ma la letteratura inglese la conosce benissimo: è la «Emily» dell'Epipsychidion, il poema d'amore più rarefatto di Percy Bysshe Shelley, la fanciulla prigioniera che fece perdere la testa al poeta e la pazienza a sua moglie Mary. Di lei hanno scritto in tanti: Shelley in versi, Mary con sarcasmo, il cugino Medwin con la consueta fantasia, i biografi con più o meno indulgenza. Lei, invece, la si è sentita parlare poco. Le sue lettere agli Shelley sono finite a Oxford, alla Bodleian Library, e solo di recente Valentina Varinelli le ha pubblicate per intero, con traduzione e note. Questo articolo prova a raccontare la storia con la voce di lei, finché si può.

Cominciamo dal nome. Al battesimo, a Firenze, l'avevano chiamata Maria Teresa Anna Vincenzia Torella: cinque nomi, due più del canonico Francesco Giuseppe Maria, che pure non si era risparmiato. E quell'«Emilia», che tutti credevano un'invenzione di Shelley, lei la usava già prima di conoscerlo. Da dove venisse, nessuno lo sa. Forse era semplicemente il suo nome di casa, come succede ancora in tante famiglie toscane: ad esempio mia madre, Maria Paola all'anagrafe, per tutti è sempre stata Alina.

Teresa, nata nel 1801, era la figlia maggiore del marchese Niccolò Viviani, governatore di Pisa, e di Blandina Roubion. Dal 1816 stava nel Conservatorio di Sant'Anna, una via di mezzo fra un collegio e un convento per ragazze di buona famiglia: prima come educanda, poi, dal 1818, come pensionante a pagamento. Il motivo lo spiegò il padre stesso alla priora, con una franchezza che oggi fa quasi tenerezza: l'aveva messa lì «non come Educanda, giacchè era educata, ma per semplice comodo mio, e di mia Moglie», che aveva da badare a due figli piccoli e a uno in fasce. Una figlia grande, insomma, in casa ingombrava.

Mary Shelley ci vedeva la gelosia della madre, e Teresa non la smentisce. In una lettera a Percy si sfoga: «Ah, Iddio perdoni a mia Madre! Essa potrebbe rendermi contenta, sennon felice, ed invece è essa la molla motrice de' miei mali!». Medwin, che non resisteva mai a un colpo di teatro, ne fa una matrigna giovane e invidiosa; nei documenti però non ce n'è traccia.

Che cos'era, esattamente, un conservatorio? Non un convento di clausura e nemmeno un collegio come lo intendiamo oggi, ma una via di mezzo voluta dal granduca Pietro Leopoldo, che proprio nel 1785 aveva fatto di Sant'Anna un istituto per l'educazione delle ragazze di buona famiglia; di solito li gestivano delle oblate. A Prato ne abbiamo uno sottomano: San Niccolò. Si studiavano italiano, francese, storia, geografia, aritmetica, disegno, musica e lavori d'ago, con una dose di messe e devozioni che a volte, lamentava un ispettore granducale a proposito di un altro conservatorio, si mangiava le lezioni.

Galera, a rigore, no. Teresa riceve visite in parlatorio, manda e riceve lettere per mezzo di servitori e cameriere, a Natale e per il compleanno va a casa, e almeno una volta ottiene perfino il permesso di andare a trovare gli Shelley. Ma il portone si chiude a un'ora fissa, nella Settimana Santa il convento si sbarra per gli esercizi spirituali, le lettere possono finire sotto occhi indiscreti, e ogni uscita dipende dai genitori e dalla sorvegliante. Per una bambina era una scuola; per una ragazza di diciannove anni, che la scuola l'aveva finita da un pezzo, era un parcheggio con le grate.

Allegro, comunque, non era. A sorvegliarla c'era un'oblata severissima, la «Signora Eusta», che Teresa ribattezza Argo, come il gigante dai cento occhi. Le altre suore, quando la vedono pregare in ginocchio alla finestra, al chiaro di luna, diventano «queste stupide Bestie», che crederebbero che lei adori la Luna. Oggi, al posto di quel collegio, c'è la Scuola Superiore Sant'Anna, che ne conserva ancora l'archivio, compresa la lettera del padre alla priora.

Lei, intanto, legge, scrive versi e studia Dante. Il suo maestro, o almeno così sarebbe dovuto essere, era il canonico Pacchiani, e la lettera della Roncioniana racconta come andavano, o meglio come non andavano, le lezioni. Il 26 novembre il professore passa dal convento portandosi dietro un giovane maestro suo protetto, quello che tutti chiamano Esopo. Il giorno dopo non si vede nessuno, e la sera Teresa prende la penna: «La giornata è scorsa, ma non si è veduto nè il finto Esopo, nè il padrone di esso». Il padrone è il Pacchiani, e la battuta non è innocente: nella tradizione Esopo era uno schiavo, e il suo padrone un filosofo che il servo metteva nel sacco a ogni pagina. Poi la stoccata: «Anche Dante l'attende», perché lei brama «d'escire dalla Selva oscura in cui son tuttora avvolta, e di trovare la diritta via». Per una ragazza chiusa in convento da quasi cinque anni, la citazione non era scelta a caso, e l'«efficace assistenza» che chiede al professore somiglia più a quella di un Virgilio che a quella di un maestro di grammatica. Il Virgilio in questione, tre giorni dopo, si presenterà in parlatorio in compagnia di un'inglese.

Ma chi erano gli inglesi che stavano per entrare nella sua vita, e che ci facevano a Pisa? Percy Bysshe Shelley aveva ventotto anni ed era un poeta quasi sconosciuto in patria, cacciato da Oxford per un opuscolo sull'ateismo, erede di un titolo di baronetto e di un patrimonio che il padre gli faceva arrivare col contagocce. Mary, ventitré anni, figlia di due celebri radicali, William Godwin e Mary Wollstonecraft, aveva già scritto Frankenstein; Claire, la sorellastra, da Byron aveva avuto una figlia. In Italia erano arrivati nel 1818, un po' per la salute di Percy e un po' per lasciarsi alle spalle un'Inghilterra che gli aveva tolto i figli della prima moglie. A Pisa si erano fermati nel gennaio 1820, per il clima, che Mary giudicava il più mite e salubre del mondo, e per farsi curare dal celebre chirurgo Andrea Vaccà Berlinghieri. Di mitezza, del resto, c'era bisogno: l'Europa usciva da anni freddissimi, e nel 1816, l'anno senza estate, Mary aveva cominciato Frankenstein chiusa in casa dalla pioggia sul lago di Ginevra. L'inverno appena passato a Firenze era stato gelido; Pisa, al confronto, sembrava il Sud.

E i soldi? Dal 1815, alla morte del nonno, Percy riceveva una rendita di mille sterline l'anno: da gentiluomo di campagna, non da nababbo, anche perché una parte se ne andava regolarmente a tappare i debiti del suocero Godwin. Ma in Italia, scriveva Mary, una corona rendeva quanto in Inghilterra una sterlina, cioè quattro volte tanto: la prima casa presa a Pisa costava quattro ghinee e mezza al mese. Agli occhi di una ragazza chiusa in un convento pisano, insomma, quegli inglesi erano ricchi. Teniamolo a mente: più avanti ci servirà.

Con loro, quell'inverno, c'era anche un ospite fisso: Thomas Medwin, cugino di secondo grado di Percy e suo compagno di collegio da bambini. Ex ufficiale dei dragoni, reduce da cinque anni in India e rimasto a mezza paga, nell'autunno del 1820 si piazza in casa Shelley. Si ammala e si fa curare per sei settimane, studia l'arabo con Percy e una sera, per calmargli i dolori, prova perfino a «magnetizzarlo» alla maniera di Mesmer. Mary lo sopporta a fatica: «il fardello di Tom si fa pesantissimo», scrive. Ma a noi Medwin interessa per un'altra ragione: aveva l'orecchio lungo e la penna facile. Anni dopo pubblicherà le Conversazioni con Lord Byron, che fecero infuriare gli amici del poeta, e nel 1847 una Vita di Shelley piena di errori di date, di fatti e di citazioni, ma anche dell'unico racconto in presa diretta di quell'inverno pisano. Mary, che si era rifiutata di collaborare, sostenne che le avesse chiesto 250 sterline per rinunciare al libro; lui negò. Insomma, il pettegolo di casa: prezioso, divertente e da prendere sempre con un grano di sale.

A fine novembre del 1820, dunque, gli inglesi entrano in scena con Teresa. Il 29 il Pacchiani le porta in parlatorio Claire Clairmont, la sorellastra di Mary; nei giorni seguenti arrivano Percy e Mary, e il 5 dicembre anche il cugino Medwin. È amicizia a prima vista, e Teresa non conosce le mezze misure. I tre diventano i suoi «tre Angeli» mandati dal Cielo per consolarla: Percy è il «Fratello», Mary la «Sorella», Claire la «Chiarina», che si mette in testa di insegnarle l'inglese. Scrive lettere torrenziali, a volte due nello stesso giorno, in un italiano fiorito di superlativi ed esclamativi, qualche volta in francese. Mary ne resta conquistata, e a Leigh Hunt confida, in un italiano un po' zoppicante, che Teresa scrive con un'eleganza e una delicatezza pari ai migliori autori del miglior secolo d'Italia.

Fra il convento e casa Shelley va e viene di tutto: libri, la Corinna di Madame de Staël, la Nouvelle Héloïse di Rousseau, un volume di Molière che si perde per strada, carta assorbente, una catenina per Natale, una piccola scrivania in prestito e, per i vent'anni di lei, il 15 aprile 1821, una coppia di uccellini. In cambio arrivano mazzi di fiori e lettere in cui Teresa si preoccupa senza sosta della salute di Percy, sempre malandato, e gli promette: «Ti obbedisco; non prendo più oppio; ma il non dormire mi angustia». Sì, anche lei, come mezza Europa romantica, per dormire ricorreva all'oppio.

Con Mary il rapporto è più complicato. Teresa la adora, ma la trova freddina, e glielo dice: «Tu mi sembri un poco fredda, talvolta». Poi si corregge con le parole di Percy: la sua apparente freddezza non è che «la cenere che ricopre un cuore affettuoso». Più avanti la prega di non essere «così gelata» e la chiama «limpida goccia di fontana gelata». Mary, si capisce, non era tipo da abbracci; e Teresa, quando scrive a Percy al chiaro di luna, chiude sperando «che Mary non sia gelosa».

Shelley, davanti a una fanciulla prigioniera, non aveva mai saputo resistere. Nel 1811, a diciannove anni, era scappato in Scozia con Harriet Westbrook, sedicenne, convinto di salvarla dalla tirannia del padre e delle maestre del collegio, e l'aveva sposata. Nel 1814 era toccato a Mary, sedicenne anche lei, che in casa non sopportava più la matrigna e si rifugiava a leggere sulla tomba della madre: partirono insieme per il continente, con Claire, sedicenne pure lei, al seguito per buona misura. Il cavaliere errante, va detto, aveva criteri di selezione piuttosto precisi: le prigioniere avevano sedici anni, diciannove al massimo, e di vecchie zie da liberare nelle cronache non c'è traccia.

Allo stato civile, invece, badava poco. Quando partì con Mary era ancora sposato con Harriet, che pochi mesi prima aveva perfino risposato a Londra e che aspettava il secondo figlio. Il divorzio, nell'Inghilterra di allora, richiedeva una legge del Parlamento fatta apposta; a sciogliere il nodo fu la tragedia. Nel dicembre 1816 Harriet fu ripescata annegata nella Serpentine, a Hyde Park, e neanche tre settimane dopo Shelley sposò Mary; poco dopo un tribunale gli tolse i figli avuti da lei. Mary, insomma, il copione della fanciulla da liberare lo conosceva dall'interno: sei anni prima, la prigioniera era stata lei.

Chissà se il Pacchiani conosceva questi precedenti. Nessun documento lo dice, ma i canali non gli mancavano: Mrs. Mason, l'amica irlandese che aveva introdotto gli Shelley fra i professori pisani e che da ragazza aveva avuto come istitutrice proprio la madre di Mary; il cugino Medwin, che stava in casa e di pettegolezzi viveva; e una casa che si raccontava da sé. Di certo il ritratto che fece di Teresa agli Shelley sembra tagliato su misura per un cavaliere errante: poverina, un uccellino in gabbia, un'anima inquieta che vaga per i corridoi e parla ai fiori della sua cella. Il Pacchiani scrisse l'annuncio, ma la parte la recitò lei, e meglio di come lui l'aveva scritta. Il carcere, del resto, non se l'era inventato il canonico: l'aveva voluto il padre, per «semplice comodo» suo e della moglie.

Con Teresa ci riprova, stavolta per vie ufficiali: scrive una supplica alla granduchessa di Toscana perché intervenga, e non ottiene niente. Claire, da vecchia, racconterà di un piano ancora più improbabile: farla evadere vestita da uomo, con l'aiuto di Mrs. Mason, che da giovane si era travestita da uomo per studiare medicina a Jena e che quindi sapeva come si faceva.

Non potendo liberarla, la mette in versi. Nel 1821 esce, anonimo, l'Epipsychidion, dedicato «alla nobile e sfortunata signora Emilia V., ora prigioniera nel convento di...». È un inno a un amore ideale che non si accontenta di una persona sola, con tanto di invito a fuggire insieme verso un'isola greca; Mary ci compare, ma nei panni di una luna fredda e casta. In epigrafe Shelley mette le parole di lei, tratte da un suo scritto sull'amore: «L'anima amante si slancia fuori del creato, e si crea nel infinito un Mondo tutto per essa, diverso assai da questo oscuro e pauroso baratro».

Teresa, dal canto suo, lo ricambiava in rima. Fra le sue carte c'è un poemetto, Il ritratto di Tirsi: un pastorello alto e snello, dai capelli d'oro e dagli occhi azzurri, più bello di Apollo e di Narciso, tanto che Dafne, a vederlo, non sarebbe scappata ma gli sarebbe caduta fra le braccia. Alla fine lo dichiara figlio di Alfea, cioè di Pisa: un inglese adottato. Tirsi è Shelley, appena travestito.

Intanto, fuori dal convento, la famiglia cercava un marito. A fine dicembre 1820 Mary scrive che l'unica speranza di Teresa è un matrimonio che i genitori le danno per concluso, anche se lei lo sposo non l'ha mai visto. In primavera le nozze sembrano certe; solo che non si sa ancora con chi.

Un candidato, infatti, si presenta da solo. Si chiama Francesco Danielli Panciatichi, ha una ventina d'anni, studia legge a Pisa e viene da Santa Sofia, in Romagna; Maria Gisborne, amica degli Shelley, lo liquiderà con perfidia britannica come un «insipido e stucchevole mortale italiano». Come avesse saputo di Teresa, la cui esistenza era «quasi un segreto», non si sa. Varinelli sospetta lo zampino del solito Pacchiani, che nelle lettere di Teresa compare in codice come «olovaid», diavolo scritto al contrario: la sua storia l'ho raccontata in «Un uomo pubblico, in una strada pubblica».

Fatto sta che il giovane si innamora e insiste, e Teresa, che dal convento vuole uscire ma obbedendo ai genitori, chiede aiuto a Shelley. Il 2 maggio 1821 gli scrive che quella sera Esopo, il protetto del canonico che abbiamo già incontrato, gli porterà i due fratelli Danielli: lui dovrà fingersi informato di tutto e convincere Francesco, anche a nome di lei, a rinunciare. Shelley esegue, e se ne vanta con Claire. Danielli, scrive, aveva quasi spaventato a morte Emilia, che lo aveva passato a lui da calmare e consolare; e lui era riuscito a quietare lo spasimante disperato, guadagnandosi una laurea in arte d'amare. Poi aggiunge, con una lucidità che nei versi non ha: in quel suo convento Emilia vede tutto come attraverso una nebbia, dieci volte più grande del vero.

A Danielli va peggio. In quelle stesse settimane era finito nei guai con la polizia, fino all'arresto, per un'inchiesta su certe lettere diffamatorie recapitate a un alto dignitario dell'Ordine di Santo Stefano, che portavano la firma falsa di tre professori di idee liberali; uno dei tre, guarda caso, era il Pacchiani. Viene presto scagionato, ma per il governatore Viviani un pretendente con la polizia alle calcagna non era il massimo. Il genero giusto, del resto, era già pronto: Luigi Biondi, possidente di Pomarance, figlio di un ex presidente del Buon Governo, cioè della polizia granducale. A fare da tramite sembra essere Claire, che a Firenze frequenta il fratello di lui e passa lettere «dall'Avvocato Biondi».

Con l'estate, il tono delle lettere cambia. Non più angeli e uccellini, ma lamenti: «Son pure infelice! Qual destino! soffro io orribilmente, e son causa di mille dolori agli altri», e ancora: «Era meglio che tu non mi avessi mai conosciuta». A fine luglio la famiglia chiude anche il parlatorio. Il 28 Teresa scrive a Shelley di non venire più a Sant'Anna, né lui né nessuno di casa sua: i genitori non vogliono che veda più nessuno, e la Signora Eusta le ha detto un'impertinenza «che non l'avrebbe sofferta neppure una serva». Si consola con Petrarca, «Che ragion contra forza non ha loco», e chiude con un consiglio che dà il titolo a questo articolo: non ricevere più nessuno che abbia avuto a che fare con lei, «perchè son tutti birbanti». Chi fossero i birbanti non lo dice; viene il sospetto che pensasse anche a certi intermediari in tonaca.

Poi, il 3 settembre, l'ultima lettera. Teresa ringrazia, ammette di essersi «troppo avanzata» e torna a chiedere quel favore per una sua amica, «tanto virtuosa e sensibile»: una somma di denaro, la «nota somma». Se Lord Byron passa da Pisa, Shelley potrebbe pregarlo di unirsi a lui; se gli pare troppo azzardato, va bene anche meno. E la cosa si può sistemare in modo che lui non compaia affatto: lei gli dirà a chi consegnare il denaro, «senza che si possa formare ingiuriosi sospetti sopra di me». Per il futuro, una raccomandazione: quando sarò maritata, se vuoi scrivermi, «bada di essere molto circospetto», e dammi del Voi.

L'8 settembre 1821 Teresa sposa Luigi Biondi ed esce dal convento per entrare nella famiglia dell'ex capo della polizia: per una ragazza che chiamava Sant'Anna «questo Carcere», un bel paradosso. Sei giorni dopo Shelley scrive a Byron: la mia amica del convento, dopo un gran tumulto, si è finalmente sposata; a Pisa hanno fatto un gran chiasso sulla mia intimità con questa signora. E lo prega di non dire niente di quello che gli ha raccontato, perché tutta la verità non si sa, e Mary potrebbe arrabbiarsi molto.

Che cosa fosse quella verità da tenere nascosta a Mary, Shelley non lo scrive, e da qui in avanti si può solo ragionare sugli indizi. Gli Shelley si convinsero che l'amica in difficoltà fosse Teresa stessa. Varinelli sospetta che Shelley, nonostante la delusione, abbia pagato, magari chiedendo a Byron di contribuire, e che il segreto fosse proprio questo. Ricevute non ce ne sono: è un'ipotesi, ma regge.

Mary, quando lo viene a sapere, non perdona. Il 7 marzo 1822, scrivendo all'amica Maria Gisborne, liquida tutta la faccenda con una filastrocca inglese per bambini: un tale incontra per una stradina sporca una bella ragazza, le regala dolci, vino e zuccherini, e quella birbona alla fine gli chiede il brandy. Il brandy, spiega, sono i quattrini, e non pochi; la stradina sporca, le frequentazioni pisane. Ecco tutta la storia degli amori platonici di Shelley. Due anni dopo ci scrive pure un racconto satirico, La sposa dell'Italia moderna, mettendo in bocca alla protagonista frasi prese quasi alla lettera dalle lettere di Teresa. Shelley, dal canto suo, si ricrede: nel giugno 1822 scrive che non riesce più a guardare quel poema, perché la donna che celebra si è rivelata «una nuvola invece di una Giunone».

Platonici, scrive Mary. Ma un uomo di mondo, magari di quelli che hanno fatto il militare a Cuneo, qualche domanda se la fa. Il desiderio c'era, e lo ammette Shelley stesso: per raccontare la delusione sceglie il mito di Issione, che si invaghì di Giunone e si ritrovò fra le braccia una nuvola con le sue sembianze, non proprio una storia di contemplazione. Nella stessa lettera, poi, ammette che si è sempre innamorati di qualcosa, e che l'errore sta nel cercare in un'immagine mortale la somiglianza di ciò che forse è eterno: un errore, confessa, che spiriti fatti di carne e sangue evitano a fatica. Teresa poi, a sentire Medwin, era bellissima: profilo greco, capelli neri, occhi che cambiavano colore con l'umore. A Pisa se ne chiacchierava. E c'è un dettaglio curioso: delle lettere di Teresa agli Shelley ne restano una ventina; di quelle che gli Shelley e Claire scrissero a lei, nemmeno una. Qualcuno, evidentemente, ha fatto ordine nei cassetti. E con molta cura.

Contro il sospetto c'è la logistica, ma fino a un certo punto. Teresa non era la Monaca di Monza: niente orto confinante con la casa di un Egidio, ma un'oblata dai cento occhi e un parlatorio. Però dal convento, lo abbiamo visto, ogni tanto usciva, e quante volte, con quale scusa e in compagnia di chi, i documenti non lo dicono; e anche Argo, di cento occhi, qualcuno ogni tanto lo chiudeva. Poi c'è un silenzio che pesa: Medwin, che di pettegolezzi viveva, non insinua niente, e Mary, che aveva ogni motivo per essere velenosa, lo è sui soldi e non sul resto. Ma il silenzio non è una prova, e nemmeno la mancanza di una camera da letto: fra un poeta che predicava il libero amore e una ragazza che scriveva «io non sono che amore», certe intimità si coltivano in molti modi, e non tutte hanno bisogno di un letto. Qualcuna si accontenta di una grata. Insomma: se Shelley pagò, e non è detto, può averlo fatto per buon cuore (a pagare era abituato: il suocero Godwin ci campava da anni), per senso di colpa o per chiudere in fretta una storia di cui a Pisa si chiacchierava già. Quale delle tre, lo lascio decidere al lettore.

Per Teresa la vita da sposata, a quanto pare, non fu migliore di quella in convento. Medwin racconta di averla rivista anni dopo, a Firenze, accompagnato, guarda caso, dal solito Pacchiani, che lo portò con aria misteriosa a trovare una «vecchia amica». In una villa cadente di periferia, prestata dal padre, dietro le zanzariere di un letto, c'era Teresa: separata dal marito dopo sei anni d'inferno fra le colline malariche di Pomarance, consumata dalla malattia. Come sempre con Medwin, un grano di sale è d'obbligo; ma Teresa morì davvero nel 1836, ancora giovane. Un secolo dopo una discendente, Enrica Viviani Della Robbia, le dedicò una biografia devota, Vita di una donna, ritoccandone le lettere per renderle più presentabili: le «stupide Bestie», per esempio, diventarono più castamente «gente».

Oggi le sue lettere stanno a Oxford, la lettera del padre alla priora nell'archivio della Scuola Sant'Anna, e quella al Pacchiani qui a Prato alla Roncioniana, in piazza San Francesco. Nella lettera con cui chiudeva la porta del parlatorio, Teresa aveva scritto a Shelley: «Addio a giorni più felici di questi. Sorgeranno, sì, sorgeranno, me lo predice il cuore; ed il cuore raramente s'inganna». Quella volta, purtroppo, s'ingannava. Dalla selva oscura, a quanto pare, non uscì mai.

Fonti