martedì 27 ottobre 2026

Ma chi se' tu, i' Pacchiani?

Lo stemma dei Pacchiani in San Francesco 

Stamattina ero in centro e mi è venuto di entrare nella chiesa di San Francesco, a Prato, da poco tutta rimessa a nuovo. Ero da solo, cioè in compagnia della macchina fotografica, e cercando qualcosa da inquadrare mi è caduto lo sguardo sui tanti stemmi di famiglia popolati di aquile, leoni e torri. Uno mi ha fermato: c'era un maiale.

Campo azzurro, sette stelle d'oro disposte ad arco, un albero frondoso e, sotto, lui: un porco grigio che passeggia tranquillo su una fascia rossa, con tre chiodi a ventaglio di sotto. A guardar bene, il tronco dell'albero gli finisce dritto sulla schiena, tanto che sembra portarselo dietro come un ombrellone da spiaggia. Una presenza piuttosto disinvolta, in mezzo a tanta solennità araldica.

E poi, sette stelle. Un maiale a sette stelle, quando agli alberghi ne bastano cinque per dirsi di lusso.

Ho scoperto solo a casa che è lo stemma dei Pacchiani, e quel cognome mi ha riportato immediatamente a un modo di dire di famiglia. Quando ero ragazzo, se si faceva qualcosa senza badare troppo alle spese, con una larghezza che poteva sembrare eccessiva, da mia nonna o dal mio babbo arrivava la domanda: «Ma chi se' tu, i' Pacchiani?». Non c'era bisogno di spiegazioni: i Pacchiani erano quelli che potevano permetterselo.

A ripensarci, lo stemma lo diceva già. Esiste un verbo antico, pacchiare, che voleva dire mangiare con ingordigia, ed è da lì che viene la pacchia. Un maiale sotto un albero che potrebbe benissimo essere una quercia, cioè piazzato davanti alla dispensa delle ghiande: se non è un'arma parlante, le somiglia parecchio. Non ho prove che l'araldista ci pensasse davvero, ma il sospetto è troppo bello per tenerlo per me.

Avevo pensato anche a pacchiano, lo confesso. La parola viene dal Sud e in origine indicava il contadino agghindato col vestito della festa; oggi è il lusso sbandierato, vistoso, un po' sopra le righe. Che c'entri qualcosa col cognome non lo so, ma a una famiglia di tintori arrivata alla nobiltà, e diventata proverbio per le spese senza misura, il vestito della festa sta a pennello. E un maiale a sette stelle, diciamolo, non è proprio un monumento alla sobrietà.

Secondo la ricostruzione di Giuseppe Guanci, la fortuna dei Pacchiani nasce fra tintorie, lana e commerci. Nel 1779 troviamo Giovacchino di Gian Filippo Pacchiani, tintore come suo padre; a imprimere una svolta alla sua attività sarà l'incontro con Vincenzo Mazzoni, commerciante attivo a Livorno, dove arriva una richiesta di berretti rossi destinati al Levante.

Sono i berretti che oggi chiamiamo fez, e per produrli Mazzoni si rivolge all'esperienza del lanaiolo pratese. Prato che veste le teste del Levante: già questo basterebbe a un racconto. All'inizio, però, le cose non vanno benissimo: provano con il feltro, poi scoprono che bisogna lavorarli a maglia. Secondo un aneddoto riportato da Guanci, Mazzoni avrebbe capito il procedimento masticando un pezzo di berretto fino a disfarne la struttura. Una forma di analisi del campione che avrebbe fatto la gioia di qualunque dentista, e forse il primo caso documentato di spionaggio industriale per via orale.

Il governo granducale fiuta l'affare e mette i soci davanti a una scelta: un contributo subito, oppure un premio per ogni dozzina di berretti esportata. Scelgono il premio, cioè scommettono su sé stessi. Visto come andò a finire, è probabile che il detto di casa mia cominci a nascere proprio lì.

La domanda cresce, le donne nelle campagne filano e lavorano a maglia, nelle fabbriche i berretti vengono rifiniti sulle forme di terracotta: attorno a quel copricapo si organizza una rete di lavoro che coinvolge molte famiglie.

Nel 1792 i Pacchiani aprono lo stabilimento nei locali dell'antico ospedale di San Silvestro, detto del Dolce, in via del Carmine. Vi installano filatoi meccanici mossi da forza animale e riuniscono sotto lo stesso tetto gran parte delle lavorazioni: e siccome la fabbrica è meglio averla sott'occhio, il palazzo di famiglia sorge lì accanto, affacciato sull'attuale via Mazzini. Casa e bottega, insomma, ma coi filatoi: una cosa proprio "alla pratese".

Dopo Giovacchino e il figlio Giuseppe, è Alessandro a guidare il passaggio dai berretti ai tessuti, investendo in nuovi prodotti e macchinari. La fortuna diventa abbastanza consistente da lasciare tracce anche nell'architettura: Giuseppe fa ristrutturare il palazzo nel 1815–1816, con sale decorate a soggetto mitologico, perché quando si arriva in alto è giusto farsi accompagnare dagli dèi. Nel 1831 Alessandro e suo fratello Cesare vengono ammessi alla nobiltà di Prato. Il maiale evidentemente ha fatto carriera.

In famiglia c'era anche un personaggio che con i berretti c'entra poco: il canonico Francesco Giuseppe Maria, fratello di Giuseppe. Tre nomi di battesimo, perché anche su quelli in casa Pacchiani non si badava a spese. Ma lui merita un racconto tutto suo, che troverete in un altro articolo.

La fabbrica continua invece il proprio cammino, viene ampliata nel 1857 e sul finire dell'Ottocento passa ai fratelli Egisto e Graziano, entrambi celibi, con i quali Guanci fa terminare questa dinastia imprenditoriale. Dopo un secolo di larghezze, gli ultimi Pacchiani risparmiarono proprio sull'unica cosa che serviva per andare avanti: gli eredi.

Restano il palazzo, le testimonianze dell'attività, il maiale a sette stelle in San Francesco; e resta una frase che in casa mia continuava a circolare quando ormai, dei suoi protagonisti, si era persa quasi ogni cognizione.

È questo che mi piace della storia locale: fotografi un maiale su uno scudo e ti ritrovi fra commerci mediterranei, fabbriche, canonici eccentrici e voci di famiglia. Alla fine capisci anche perché quel cognome fosse sopravvissuto così bene: dei Pacchiani si potevano dimenticare i nomi, le date e perfino i berretti; i quattrini, a Prato, erano più difficili da scordare.

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