sabato 10 ottobre 2026

C'è sempre un'ape da rincorrere

Croce Arcana, gennaio 2022 

Ci sono compositori che ammiro e altri che, oltre all'ammirazione, riescono a coinvolgermi in modo quasi fisico, riportando alla superficie sensazioni, ricordi e desideri che credevo di avere lasciato da qualche parte lungo il cammino. Richard Strauss è fra questi e, se dovessi spiegare perché, comincerei da un'immagine che ha ben poco a che fare con la musicologia: una curva che si avvicina indefinitamente al proprio asintoto, senza raggiungerlo mai.

È una sensazione che provo soprattutto nei grandi poemi sinfonici, dove la musica sembra tendere di continuo verso qualcosa che rimane appena oltre le sue possibilità, con progressioni, crescendo e slanci orchestrali di tale intensità da far credere, ogni volta, che il culmine sia finalmente raggiunto; ma proprio quando l'orchestra sembra avere dato tutto, Strauss trova il modo di spingerla ancora più in là.

Il Don Juan, composto a soli ventiquattro anni, ne è l'esempio più travolgente. Fin dalle prime battute la musica si lancia in avanti con un'energia quasi insolente, alternando l'esaltazione a episodi di straordinario lirismo in cui sembra finalmente trovare pace: una pace che dura pochissimo, perché il desiderio torna subito a imporsi e la ricerca ricomincia.

Alla base c'è il Don Giovanni di Nikolaus Lenau, un uomo che insegue ostinatamente un ideale amoroso impossibile e finisce per consumarsi nella propria insoddisfazione; eppure, quando ascolto questa musica, non penso alle sue conquiste. Penso alla montagna.

Nel Don Juan ritrovo le emozioni di un'ascensione: l'impulso iniziale, quando la vetta è ancora lontana e già esercita un'attrazione irresistibile; la fatica crescente, le soste, le esitazioni, l'alternarsi di entusiasmo e stanchezza; e quella particolare eccitazione degli ultimi passi, quando finalmente si intravede il punto più alto e tutte le energie si concentrano nello sforzo di raggiungerlo.

E poi la cima, il paesaggio che si apre all'improvviso, una felicità quasi esaltante che contiene già il germe di una sottile malinconia: sappiamo benissimo che dovremo scendere, che quella luce cambierà, che il vento e le nuvole trasformeranno ogni cosa e che, tornati a valle, di quel momento resterà soltanto il ricordo. Certo, la ricerca di Don Giovanni finisce nella disillusione, mentre in montagna la soddisfazione della vetta è reale; ma il sentimento di fondo non è poi così diverso, perché nessuna conquista esaurisce davvero il desiderio che ci ha spinti a intraprenderla.

Nell'Alpensinfonie, invece, la montagna smette di essere una metafora: Strauss racconta un'ascensione vera e propria, dal buio della notte al sorgere del sole e poi, fra boschi, torrenti, pascoli e ghiacciai, fino alla vetta. E ciò che più mi affascina è che, raggiunta la cima, non chiude lì il racconto: arriva il temporale, il sole tramonta e infine torna la notte, quasi a ricordarci che le nostre conquiste si inseriscono in un mondo che continua tranquillamente a esistere anche dopo che ce ne siamo andati.

Ma c'è un altro Strauss, in apparenza lontanissimo dalle esplosioni orchestrali del Don Juan e dalle grandi architetture dell'Alpensinfonie, che mi commuove con altrettanta intensità: quello dei Vier letzte Lieder, i Quattro ultimi Lieder, scritti nel 1948, quando il compositore aveva ormai ottantaquattro anni e la sua lunghissima esistenza si avvicinava alla fine.

Qui la vitalità quasi sfrenata dei poemi sinfonici lascia il posto a una contemplazione malinconica, in cui la primavera, l'autunno, il sonno e il tramonto diventano immagini del trascorrere della vita; eppure, sotto quella superficie pacificata, continuo ad avvertire la stessa capacità di desiderare, di dilatare le frasi, di prolungare le tensioni armoniche e di cercare, ancora una volta, qualcosa che sfugge proprio mentre stiamo per raggiungerlo.

È soprattutto Im Abendrot, il Lied del tramonto, a suscitarmi questa impressione. La poesia di Joseph von Eichendorff racconta di due persone che hanno percorso insieme il lungo cammino dell'esistenza e ora, stanche, si fermano davanti a un paesaggio immerso nella luce della sera; due allodole si alzano ancora nel cielo e, mentre tutto si acquieta, arriva una domanda di disarmante semplicità: è forse questa la morte? A quel punto Strauss fa riaffiorare nell'orchestra il tema della trasfigurazione di Tod und Verklärung, il poema sinfonico composto quasi sessant'anni prima.

Il giovane Strauss, quello delle grandi ambizioni e dell'energia apparentemente inesauribile, è ancora lì, nascosto fra le note del vecchio, che può guardare al proprio passato senza averlo perduto del tutto: le esperienze, le emozioni e persino le inquietudini di allora sono diventate parte di ciò che egli è.

Il rapporto fra ciò che abbiamo vissuto e ciò che non potremo più vivere è una questione che, con gli anni, sento sempre più mia. Jorge Luis Borges, in Límites, osserva che molte delle nostre esperienze hanno un'ultima volta di cui non siamo consapevoli: una strada che percorriamo senza sapere che non ci passeremo mai più, uno specchio in cui ci siamo guardati per l'ultima volta, un libro che resterà per sempre chiuso, benché sia ancora lì, a portata di mano, nella nostra biblioteca.

Il tempo ci sottrae possibilità senza avvisarci, e spesso sono proprio le cose più banali a diventare all'improvviso irraggiungibili; poi arriva l'età in cui cominciamo a fare il conto: quanti luoghi non visiteremo, quanti libri non leggeremo, quante montagne rimarranno soltanto un desiderio.

Quando ripenso a una montagna salita molti anni fa, provo il rimpianto di non essere più lassù e, qualche volta, il sospetto di non avere più l'occasione, o le gambe, per tornarci; ma insieme avverto una felicità altrettanto autentica, perché quella montagna, quel paesaggio e quella giornata appartengono ormai alla mia storia, e nessuno potrà cancellarli. Le due sensazioni oscillano come un pendolo, senza che l'una riesca mai a prevalere definitivamente sull'altra.

Una montagna non smette di esistere dentro di me quando ne discendo, così come un libro che mi ha cambiato il modo di pensare continua ad accompagnarmi anche dopo che l'ho riposto sullo scaffale; e forse, col tempo, diventiamo anche la somma dei paesaggi attraversati, delle persone amate, delle cose imparate. Non so se questa ricchezza interiore conduca alla serenità: i ricordi possono essere insieme una consolazione e una fonte di malinconia, e la consapevolezza di avere vissuto qualcosa di meraviglioso non elimina affatto il desiderio di poterlo rivivere.

Ma non è detto che il desiderio debba rivolgersi sempre a ciò che abbiamo perduto, né che accettare i limiti imposti dal tempo voglia dire rinunciare a cercare qualcosa di nuovo. Possiamo diventare più prudenti, più consapevoli delle nostre possibilità, meno disposti a inseguire illusioni impossibili, senza per questo smettere di entusiasmarci; anzi, vorrei che l'esperienza accumulata non finisse per rendermi meno curioso di ciò che ancora non conosco.

In una poesia di Lalla Romano c'è un bambino che, per rincorrere un'ape, dimentica il proprio tesoro di sassi. Per lui quei sassi sono davvero un tesoro, raccolto con cura e carico di un valore tutto personale; ma l'ape è viva, imprevedibile, e il bambino non esita. Se dovessi formulare un augurio per gli anni che ancora mi aspettano, sceglierei proprio questo: conservare la capacità di quel bambino, continuando ad accumulare esperienze senza diventare avaro dei miei ricordi.

Vorrei poter guardare, senza farmi sopraffare dalla nostalgia, una montagna che non posso più salire, e sentire ancora il richiamo di un sentiero sconosciuto; ascoltare Im Abendrot lasciandomi attraversare dalla sua malinconia, senza perdere la vitalità che mi fa amare tanto le prime, travolgenti battute del Don Juan.

Forse la curva dell'inizio continuerà ad avvicinarsi al suo asintoto senza raggiungerlo mai, e va bene così: non mi piacerebbe arrivare al punto in cui nulla abbia più la capacità di sorprendermi. Quanto ai sassi raccolti lungo il cammino, spero di poterne conservare il ricordo ancora a lungo, senza però preoccuparmi troppo di custodirli tutti.

Perché potrebbe sempre passare un'ape, e vorrei avere ancora la voglia di rincorrerla.

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