lunedì 19 ottobre 2026

Il confine è laggiù

La vista dalla villa fattoria di Cavaglioni 

Domenica 18 ottobre 2026, alla fine di una giornata passata tra ville, castelli e chiese aperte per Sovicille delle Meraviglie, siamo arrivati alla Villa Fattoria di Cavaglioni.

Ad accoglierci c’era una signora minuta, semplice nei modi, che ci ha accompagnato fino a una grande spianata erbosa affacciata sulla piana di Ampugnano e sulle colline della Montagnola. La vista è quella della foto: il prato, i cipressi, le colline sotto un cielo d’ottobre carico di nuvole. Un tempo qui c’era l’orto della fattoria, oggi è un giardino per gli ospiti del B&B. Il laghetto sulla destra doveva diventare una piscina, ma il Comune ha avuto altre idee.

Nella luce che calava le ho chiesto fin dove arrivassero le terre della fattoria. «Laggiù, laggiù», ha risposto, indicando una fila di alberi quasi invisibile nella foschia. Poi, col tono con cui si dice che domani piove, ha aggiunto che un tempo la tenuta contava tremila ettari.

Tremila ettari. Quasi un terzo del comune di Firenze.

Mentre cercavamo di farci entrare in testa la cifra, lei ha continuato. Era nata lì, a Cavaglioni, ma si sentiva fiorentina, e ci ha sfidato a indovinare in quale piazza fosse cresciuta, «una piazza molto famosa». Firenze la conosciamo bene, ma non abbastanza da tirare a indovinare. Silenzio. «Santissima Annunziata.» Per la precisione Palazzo Budini Gattai, uno dei più imponenti della piazza.

Lo stesso palazzo dove, quando ospitava gli uffici della Regione Toscana, ha lavorato per anni mia suocera. Che a Firenze era arrivata per tutt’altra strada: esule da Zara dopo la guerra, aveva perduto tutto e in Toscana aveva dovuto ricostruirsi una vita. Una, in quelle stanze, ci era cresciuta; l’altra ci andava ogni mattina a lavorare. Le stesse pareti, due facce opposte dello stesso Novecento.

Da lì in poi i ricordi sono arrivati uno dietro l’altro, raccontati come si raccontano le estati dai nonni. La famiglia: Galeotti Ottieri della Ciaja, Galli, Budini Gattai, nomi che da soli sembrano un capitolo di storia toscana. Il padre diplomatico presso la Santa Sede, la madre di famiglia nobile, lei cresciuta con le sorelle tra palazzi fiorentini, ville e tenute sparse per mezza Toscana.

A un certo punto non ho resistito. Le ho detto che era una delle pochissime persone al mondo che, portando un figlio davanti a quel panorama, poteva dirgli senza esagerare: «Figlio mio, un giorno tutto questo sarà tuo».

È scoppiata a ridere. E mi ha risposto che in effetti era stata fortunata, perché i suoi due «figlioli» quella responsabilità se la sono presa davvero. Uno è il conte Gregorio, che oggi manda avanti la fattoria insieme alla sorella. E qui il racconto ha cambiato tono: l’accoglienza, il ristorante, le coltivazioni, l’allevamento, gli edifici da tenere in piedi. Un patrimonio del genere può essere ereditato, ma conservarlo è un'altra faccenda: richiede lavoro quotidiano, competenze e la capacità di adattare al presente ciò che arriva da un passato lontanissimo.

Quello che mi è rimasto, però, non sono i tremila ettari né la sfilata di palazzi e cognomi. È il tono. Nessuna ostentazione, nessuna distanza: solo una signora sorridente che, sul finire di una domenica d’ottobre, raccontava la sua vita e il lavoro dei figli a due sconosciuti capitati nel suo giardino, come fosse la cosa più normale del mondo. Che per lei, in fondo, lo era.

Quando siamo ripartiti il paesaggio era lo stesso: il prato, i cipressi, quella fila di alberi in lontananza. Solo che adesso sapevamo quanta storia ci stava, da qui fino a laggiù.

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