venerdì 12 giugno 2026

Non scenderai due volte nello stesso pozzo (sacro)

La chiesa di Sant'Anastasìa a Sardara  

A Sardara, accanto alla chiesa di Sant'Anastasia, c'è un luogo in cui il tempo sembra essersi dimenticato di passare. O, più precisamente, ha continuato a passare sempre dallo stesso punto: una fenditura nella pietra, una scala che scende nel buio, un'acqua cercata, temuta, venerata, usata per curare il corpo e forse qualcosa di più profondo.

Qui l'acqua non è mai stata soltanto acqua.

Il pozzo sacro nuragico racconta una devozione antichissima. Più di tremila anni fa uomini e donne scendevano verso quella sorgente con un gesto che non poteva essere solo pratico. Si entrava nella terra per avvicinarsi all'acqua, e dunque alla vita, alla guarigione, al mistero. Si lasciava il mondo della luce per uno spazio più basso, più fresco, più segreto: uno spazio che conserva ancora qualcosa di potente, quasi indiscreto, come se la terra, da lì sotto, continuasse a guardare noi più di quanto noi guardiamo lei.

L'entrata del pozzo sacro 

Poi sono passati i secoli. Sono arrivati altri popoli, altre lingue, altri riti. Sopra quel luogo è sorta una chiesa cristiana, e gli antichi culti sono stati dimenticati, trasformati, addomesticati. Ma l'acqua è rimasta. Testarda. Silenziosa. Presente.

Ed è questo l'aspetto più impressionante di Sant'Anastasia: non la bellezza delle pietre, non l'importanza archeologica del sito, ma la persistenza millenaria di una stessa credenza nello stesso luogo. Cambiano i nomi del sacro, le parole con cui lo si invoca, gli altari. Resta il gesto: avvicinarsi all'acqua con speranza, paura, bisogno, gratitudine.

La bocca del pozzo dentro la chiesa, con la vera coperta da monetine 

Dentro la chiesa si apre un altro pozzo nuragico. Oggi la sua bocca, circondata di monetine, ha qualcosa di ipnotico: un occhio nero nel pavimento, una piccola bocca della terra. Guardandolo, si ha la sensazione che non sia un pozzo ma un punto di passaggio. Gli archeologi vi hanno trovato recipienti caduti durante l'uso: di lì si attingeva, davvero. Non un simbolo astratto, buono per le brochure con aggettivi in saldo, ma un gesto concreto e quotidiano: calare un vaso, raccogliere, bere, portare via. Ed è proprio la concretezza a renderlo potente.

La tholos del pozzo sacro 

Perché l'acqua è una delle grandi ossessioni simboliche dell'uomo. Nasce dal profondo, scorre, lava, guarisce, distrugge, ricomincia. È vita allo stato primario, prima delle parole. Non stupisce che tante culture l'abbiano legata alla purificazione, alla rinascita, al passaggio da una condizione all'altra.

L'interno del pozzo sacro

Il pozzo aggiunge un'immagine più radicale: la discesa. Non si resta in superficie. Si abbandona la luce piena — la piazza, la chiesa, la vita ordinaria — e ci si inoltra verso un punto più basso, più umido, più oscuro. Una soglia verticale. È difficile non vederci il richiamo al ventre della terra: si entra nella pietra come in un grembo, si torna là dove acqua e terra si confondono, e poi si risale. Non guariti, necessariamente — anche se l'acqua di Sardara è da sempre legata alla cura e al termalismo — ma cambiati, almeno nell'intenzione. Come se la discesa avesse il potere di sciogliere qualcosa.

È qui che il luogo diventa non solo archeologico, ma archetipico.

La risalita verso l'esterno

C'è qualcosa di profondamente eracliteo in tutto questo. Non si scende due volte nello stesso fiume, diceva Eraclito, perché l'acqua è sempre diversa e diverso è chi vi entra. Vale anche per un pozzo sacro. Non si scende due volte nello stesso pozzo: l'acqua che tocchiamo non è mai la stessa, e non siamo più gli stessi nemmeno noi.

Il corpo cerca sollievo, freschezza, cura. Ma insieme al corpo scende anche altro: una paura, una domanda, una pena, una speranza mal formulata. E quando si risale, qualcosa è stato consegnato al buio. Qualcosa è rimasto laggiù. O forse qualcosa, da laggiù, è tornato con noi.

Non importa se oggi arriviamo con la macchina fotografica, le scarpe comode e una certa aria da persone razionali. Davanti a quel buco scuro circondato di monetine, qualcosa in noi capisce benissimo il gesto. Sappiamo che è irrazionale. Lo sappiamo, sì. E infatti continuiamo a farlo: gettiamo una moneta, guardiamo l'acqua, affidiamo al pozzo una piccola richiesta privata. La modernità, a volte, è solo superstizione con una connessione internet migliore.

L'interno della chiesa con la statua di Sant'Anastasìa 

Tremila anni di uomini e donne che si avvicinano alla stessa acqua. Non con le stesse parole, non con la stessa fede, non con gli stessi strumenti, ma con lo stesso bisogno: trovare un contatto con qualcosa che venga da sotto, da prima, da più lontano. Certi luoghi resistono perché toccano una memoria più profonda della storia — non quella dei libri e delle dinastie, ma quella dei gesti. Chinarsi. Scendere. Guardare nel buio. Attingere. Bere. Chiedere. Tornare alla luce.

La storia, intanto, ha cambiato nome alle cose. Ha costruito chiese sopra luoghi più antichi, ha aggiunto altari, passerelle, ringhiere, cartelli. Ha trasformato il rito in archeologia, la devozione in visita culturale, la sorgente in patrimonio.

Ma sotto, nel buio fresco della pietra, l'acqua continua a fare quello che ha sempre fatto.

Scorre.

E ricorda.

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