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| Foresta dell'Acquerino, novembre 2026 |
Il Giorno dei morti è passato da qualche giorno e stamattina, invece di portare un fiore davanti a una lapide, ho preso la macchina e sono salito sull'Appennino. Seguivo un itinerario che avevo in testa soltanto a grandi linee, ma che conoscevo da tutta la vita: volevo tornare nei posti che avevano significato qualcosa per lui e per noi, rifare le strade che avevamo fatto insieme.
La prima tappa è stata il Signorino, sulla strada che sale verso la Collina Pistoiese.
Negli anni Sessanta mio padre, con i soldi guadagnati lavorando, si era comprato una Fiat Seicento, e con quella il mondo era diventato all'improvviso più grande. Era appassionato di montagna e già da fidanzati portava mia madre in gita sull'Appennino Pistoiese, su per quella strada tortuosa che dalla pianura sale verso i boschi e i valichi. Al Signorino si fermavano spesso a fare colazione, prima di proseguire.
Il locale c'è ancora. Stamattina mi sono fermato anch'io, ho ordinato un cappuccino e ho pensato a quante volte, in oltre sessant'anni, la mia famiglia fosse passata da quelle stanze. Lì abbiamo festeggiato anche la mia prima comunione. Ero un bambino, e non potevo immaginare che un giorno sarei tornato nello stesso posto, ormai più vecchio di quanto fosse allora mio padre, a cercare le tracce di una vita.
Ho ripreso la strada della Collina e dopo qualche chilometro sono sceso verso un piccolo lago dove non ero mai stato, ma che conoscevo dai racconti dei miei genitori. Anche da anziani, la domenica, capitava che uscissero per una girata in macchina e finissero lassù, come se quelle montagne li richiamassero e loro non avessero mai saputo, o voluto, dire di no.
Ma dall'ultima volta era passato molto tempo, e ho faticato a riconoscerla. I boschi erano cresciuti, in alcuni punti erano stati tagliati, in altri avevano cambiato completamente aspetto, e l'asfalto, già malandato nei miei ricordi, era ridotto anche peggio. Andavo piano, cercando di sovrapporre il paesaggio che avevo davanti a quello che conservavo nella memoria, come due fotografie che non combaciano più.
Lungo quella strada c'era anche una pizzeria, Al Termine. Per un periodo era diventata il nostro ritrovo: io ero ormai sposato, avevo dei figli, la famiglia si era allargata e ognuno aveva preso la sua direzione, ma ogni tanto tornavamo lassù tutti insieme a mangiare una pizza. E offriva sempre lui. Forse era il suo modo di continuare a essere il babbo, anche quando ero diventato adulto e avevo a mia volta dei bambini.
Stamattina l'ho ritrovata. È chiusa, abbandonata, e non so da quanto tempo nessuno si sieda più ai suoi tavoli. Mi sono fermato a guardarla, cercando di riportare indietro il rumore delle nostre voci, le pizze che arrivavano, lui che al momento del conto non lasciava a nessuno il tempo di mettere mano al portafoglio.
Nella memoria i luoghi restano più o meno come li abbiamo lasciati. Nella realtà continuano a cambiare anche mentre siamo lontani, senza preoccuparsi minimamente dei ricordi che vi abbiamo depositato. Eppure alla fine quella strada l'ho ritrovata, e l'ho rifatta tutta. È stato triste, ma bello. La tappa a cui tenevo di più, però, era il Pratofiorito. Ci andavamo quasi ogni anno, nella stagione delle giunchiglie, a raccoglierne mazzi da portare alla mamma e, più tardi, anche a casa mia. Erano giornate semplici: strade di montagna, prati, boschi, piccole scoperte che per un bambino avevano il sapore dell'avventura. Mio padre amava quei posti e, senza mai proporsi di insegnarmi niente, mi aveva passato qualcosa di quell'amore, che negli anni è diventato mio.
Stamattina di giunchiglie non ce n'erano. C'era l'autunno, con i suoi colori quasi sfacciati: il giallo degli aceri, l'arancio delle grandi faggete che sembravano accendersi un'ultima volta prima del sonno invernale. Il cielo era grigio e, salendo di quota, sono entrato nella nebbia, che avvolgeva gli alberi e cancellava il paesaggio un pezzo alla volta. Ho lasciato la macchina e ho camminato un po', fermandomi ogni tanto a fotografare. Sotto i faggi il terreno era un tappeto di foglie cadute; quelle ancora sui rami trattenevano gli ultimi colori della stagione. C'erano alberi enormi, con i tronchi grigi chiazzati di licheni e le radici affondate nella terra, e una strada coperta di foglie che si perdeva in silenzio nel bosco. La nebbia si posava sulle foglie e ogni tanto una goccia si staccava dai rami e mi cadeva addosso. Non pioveva. Era la nebbia stessa che, a forza di condensarsi, diventava troppo pesante per restare sospesa. Lacrime di nebbia, mi è venuto da chiamarle.
Non credo che la natura pianga per noi, né che abbia bisogno di partecipare ai nostri dolori. Ma ci sono momenti in cui si sente, quasi fisicamente, di appartenere a qualcosa di più grande della nostra piccola esistenza: a quel continuo trasformarsi della materia di cui facciamo parte insieme agli alberi, alle montagne, alle nuvole, all'acqua che torna sempre sulla terra. Una goccia mi è caduta sul viso, e ho pensato a quanto siamo fragili e provvisori, e a quanto invece possono durare le cose che lasciamo negli altri. Siamo fatti anche noi della stessa acqua di quella nebbia, che compare per qualche istante fra gli alberi, poi si dissolve e torna, in altre forme, a far parte del mondo.
Solo che stavolta guidavo io.


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