sabato 31 gennaio 2026

Un angelo senza ali, una testa senza corpo


C’è qualcosa di profondamente perturbante – e irresistibile – in questo gruppo ligneo custodito all’Antico Palazzo dei Vescovi di Pistoia. Un angelo, ormai diventato diacono, che non regge un simbolo astratto ma la testa decapitata di San Giovanni Battista. Non un dettaglio: il centro emotivo dell’opera.

La figura è giovane, vestita con la dalmatica, la veste propria dei diaconi, e ostende un piatto sul quale poggia la grande testa monocroma del Battista, scolpita con un realismo quasi brutale. Sul retro, all’altezza delle scapole, si notano due ampie asole: sono le ferite della storia, i punti dove un tempo erano fissate le ali. Nel 1361 furono rimosse, e l’angelo perse per sempre la possibilità di volare. Da allora, più che un messaggero celeste, sembra un officiante silenzioso di un rito che non ammette consolazioni.


L’opera proviene dal Battistero di Pistoia, dove fu collocata in un tabernacolo vicino all’altare e rimase fino al 1970, subendo nel tempo varie ridipinture. L’attribuzione è uno dei suoi grandi enigmi: la testa del Battista è concordemente assegnata a Giovanni Pisano, mentre sull’angelo le opinioni divergono. C’è chi ha ipotizzato un reimpiego di una scultura francese del tardo Duecento, chi invece propende per una realizzazione di bottega o di un collaboratore dello stesso Pisano, eseguita appositamente per sorreggere il capo decollato.

Recenti indagini scientifiche hanno aggiunto un ulteriore livello di lettura. La scultura, in legno di noce, è stata sottoposta a tomografia assiale computerizzata (TAC) per studiarne la struttura interna e le trasformazioni subite nei secoli. I risultati hanno mostrato comportamenti del materiale molto simili tra testa e figura, suggerendo una provenienza dei legni dallo stesso ambito territoriale. Tecnologia avanzata, dunque, per interrogare un’opera che continua a rispondere solo a metà.

Un angelo senza ali, un santo ridotto a reliquia, un capolavoro che non spiega ma interroga. Non consola, non promette, non assolve. Questo angelo non annuncia nulla: mostra. Regge una testa e, con quella, ci costringe a guardare il confine sottile tra sacro e violenza, tra devozione e crudeltà rituale. È un’opera che ha perso le ali ma non il potere di disturbare, e forse è proprio qui la sua forza: nel ricordarci che il Medioevo non era affatto un’epoca ingenua, e che certi capolavori non nascono per piacere, ma per restare.

martedì 27 gennaio 2026

Una donna libera, un pittore inquieto: la Falconiera di Giovanni Boldini

La ricostruzione della sala da pranzo affrescata
Prima del suo soggiorno pistoiese, Isabella Robinson Falconer aveva già vissuto più vite di quante ne concedesse l’Ottocento a una donna. Figlia di un facoltoso costruttore londinese, esuberante e poco incline a rispettare le convenzioni sociali, Isabella conosce molto presto il lato meno indulgente della morale vittoriana: rimasta incinta a soli diciassette anni, viene abbandonata. A salvarla non è un matrimonio riparatore, ma un audace stratagemma messo in piedi da Mary Shelley – sì, proprio l’autrice di Frankenstein – che la fa rifugiare a Parigi sotto la copertura di un matrimonio fittizio con Sir Walter Sholto Douglas, pseudonimo maschile della scrittrice Mary Diana Dods
.

Dopo appena due anni, nel 1829, Isabella torna a Londra vedova e con una figlia. Poco dopo si unisce al reverendo William Falconer, rettore della diocesi di Bushey, che sposa negli anni Trenta. Il matrimonio stavolta è vero; ma la convivenza è intermittente, discontinua, quasi teorica. Lui resta legato ai propri incarichi e affari londinesi; lei, sempre più attratta dall’Italia e dalla sua cultura, sceglie un’altra strada.

Un altro scorcio della sala 

Sul finire degli anni Quaranta dell’Ottocento Isabella approda in Toscana, entrando a far parte di quella vivace e colta comunità anglosassone che da decenni aveva eletto Firenze a seconda patria. È  formalmente ancora legata al reverendo Falconer, ma è libera; dipinge, studia, frequenta artisti. A Firenze diventa allieva di Telemaco Signorini e stringe rapporti con Michele Gordigiani. Non è una dilettante per passatempo: è una donna che prende l’arte sul serio, come pratica e come visione del mondo.

Nel 1860 acquista una villa nella campagna pistoiese, a Collegigliato. È qui che la casa prenderà il nome con cui oggi la conosciamo: La Falconiera. Ed è qui che Isabella vive di fatto da sola. Non isolata – attorno a lei ci sono contadini, fattori, personale – ma senza un compagno, senza una vita sociale mondana, senza una parte da recitare. Una solitudine scelta, abitata, osservata. Da quella posizione privilegiata guarda il mondo e decide di investirvi ciò che ha di più prezioso: tempo, denaro, fiducia.

È Signorini a parlarle di un giovane pittore ferrarese, Giovanni Boldini. Non ha ancora trent’anni, ma è già stimato dai colleghi più affermati; Signorini ne loda apertamente il talento, e anche Cristiano Banti, più mondano e navigato, ne apprezza lo stile. Isabella è incuriosita e vuole conoscerlo. L’incontro si rivela decisivo.

È grazie a Lady Falconer che Boldini può permettersi il suo primo viaggio a Parigi, nel giugno del 1867. La signora ne sostiene le spese e lo introduce a un mondo che lo segnerà per sempre: pittori, scrittori, prostitute, nobildonne, gentiluomini e ladri che gravitano attorno ai teatri, ai cabaret e ai café chantant di Montmartre e Pigalle. Boldini assorbe quell’energia, la immagazzina, la rielabora. Pochi mesi dopo, tra il novembre del ’67 e il marzo del ’68, la Falconer lo accompagna anche in Costa Azzurra, ancora in parte selvaggia, non poi così diversa dalla costa livornese cara ai Macchiaioli.

Rientrati a Pistoia, Isabella gli affida l’incarico più intimo e radicale: decorare la sala da pranzo della Falconiera. Nasce così, nell’estate del 1868, un ciclo di affreschi unico nel suo genere: l’unico esempio di pittura murale nello stile della Macchia. Qui non c’è il Boldini mondano, sensuale e raffinato cantore della Belle Époque. C’è il Boldini legato al mondo agricolo, vicino a Giovanni Fattori, con cui condivide il respiro profondo della campagna e del mare.

Buoi, pagliai, campi, un arenile solitario, cieli densi: i colori sono tenuti, dominati dagli ocra, dai verdi scuri, dall’azzurro fosco. Il tratto è essenziale, il racconto silenzioso. È il connubio fra arte e natura delle scuole di Castiglioncello e della Piagentina, tradotto in un grande ciclo pittorico “alla maniera antica”, probabilmente suggerito anche dai consigli di Cristiano Banti, sempre prodigo di incoraggiamenti.

Poche settimane dopo la conclusione dei lavori, nel dicembre del 1868, Isabella Robinson Falconer muore. La villa, non più abitata dalla figlia, resta a lungo disabitata, passa di mano in mano, cambia funzione. Durante la Seconda guerra mondiale viene anche utilizzata come base militare. Gli affreschi sopravvivono, deteriorati ma ancora lì, come un segreto murato.

Negli anni Trenta del Novecento Emilia Cardona Boldini, vedova del pittore, giunge in Toscana alla ricerca di quell’opera di cui il marito le aveva parlato in modo vago, ricordando appena l’iniziale della città. Dopo lunghe ricerche arriva a Pistoia, scopre la Falconiera e decide di acquistarla. Gli affreschi ci sono ancora, ma sono in cattivo stato; la villa ormai è una colonica cadente, e la stanza negli anni è diventata un magazzino di granaglie.

Solo nel 1974, con l’acquisto della villa da parte della Cassa di Risparmio di Pistoia, le pitture vengono finalmente staccate, restaurate e salvate. Oggi sono conservate nel rinnovato Museo dell’Antico Palazzo dei Vescovi di Pistoia, collocate in una sala dedicata e nell’ordine originario voluto da Boldini.

Guardando oggi quegli affreschi al Palazzo dei Vescovi, è difficile non pensare che raccontino molto più di un episodio giovanile nella carriera di Giovanni Boldini. Raccontano l’incontro fra un talento inquieto e una donna che aveva già attraversato scandali, fughe, identità fittizie e solitudini scelte, senza mai rinunciare alla propria libertà di sguardo.

La Falconiera fu per Boldini un laboratorio decisivo, ma per Isabella Robinson Falconer fu qualcosa di più: un luogo dove vivere secondo le proprie regole, lontano dai ruoli imposti e abbastanza vicino all’arte da lasciare una traccia duratura. Che quegli affreschi siano sopravvissuti a guerre, abbandoni e trasformazioni non è solo un colpo di fortuna: è la prova che certe scelte, anche quando sembrano marginali, finiscono per avere più futuro di molte carriere ufficiali.

E forse è giusto che oggi li si incontri così: strappati alle pareti di una villa perduta e restituiti allo sguardo, come un dialogo rimasto in sospeso tra una donna che seppe vedere lontano e un pittore che, anche grazie a lei, imparò a guardare il mondo con occhi nuovi.

venerdì 23 gennaio 2026

Il leone, la pecora e la memoria

Il Teatro Goldoni di Livorno ai primi del Novecento 

Agosto 1904. La sala era gremita, il caldo estivo rendeva l'aria pesante. Giovanni Marradi, poeta già noto per i suoi versi malinconici e musicali, si alzò per parlare di Francesco Domenico Guerrazzi davanti a un pubblico attento. Marradi era uno di quei letterati che sapevano muoversi tra i salotti e le accademie con la stessa naturalezza con cui maneggiavano i versi. Livornese come il Guerrazzi, aveva dedicato la sua vita alla poesia – quella poesia tardo-romantica che piaceva tanto al pubblico dell'epoca – e ora, in quella conferenza, stava rendendo omaggio a uno dei giganti della sua città.

Guerrazzi era morto da più di vent'anni, nel 1873, ma la sua ombra era ancora lunga. Scrittore, politico, rivoluzionario: aveva attraversato il Risorgimento da protagonista, era stato arrestato, aveva governato la Toscana durante la breve esperienza della Repubblica, aveva scritto romanzi storici che avevano infiammato gli animi patriottici. L'Assedio di Firenze, Beatrice Cenci, La battaglia di Benevento: libri che oggi quasi nessuno legge più, ma che allora erano sulla bocca di tutti. Era stato un tribuno, un agitatore, uno che sapeva usare la penna come altri usavano la spada.

Tra le carte del Guerrazzi, Marradi aveva trovato una lettera. Non un proclama, non un manifesto politico: una lettera privata, intima, scritta da Francesco Donato Guerrazzi – il padre dello scrittore – al figlio ancora giovane. Il vecchio Guerrazzi aveva tracciato quelle parole con l'inchiostro e l'amore di chi voleva lasciare un insegnamento al proprio ragazzo, forse presagendo che quel figlio sarebbe diventato qualcosa di più grande. E in quella lettera c'era una frase che Marradi lesse ad alta voce, forse senza immaginare il destino che l'attendeva: "Meglio vivere un giorno da leone che cent'anni da pecora". Il pubblico ascoltò, la frase venne annotata, discussa. L'editore Bemporad pubblicò gli atti della conferenza nel 1905, e quelle parole – nate dall'affetto paterno di un uomo di cui non sappiamo quasi nulla, destinate a formare il carattere di un futuro protagonista del Risorgimento – iniziarono il loro viaggio attraverso il tempo.

La scritta tracciata sulla casa di Fagaré 
Giugno 1918. Le rive del Piave. Il maggiore Carlo Rigoli guardava il muro di una casa che ospitava il comando del suo battaglione. Mancavano poche ore all'inizio del bombardamento – erano le 19 del 14 giugno – e qualcosa dentro di lui cercava un modo per cristallizzare quel momento, per lasciare un segno prima dell'ignoto. Chiamò il soldato Bernardo Vicario e gli dettò quelle parole che aveva letto chissà dove, chissà quando.

Vicario prese un pezzo di carbone, di gesso, qualcosa che potesse scrivere, e tracciò sul muro bianco della casa di Fagarè: "Meglio vivere un giorno da leone che cent'anni da pecora". Poche ore dopo iniziò la Battaglia del Solstizio. Il maggiore Rigoli cadde durante il combattimento, come tanti altri. Ma quelle parole rimasero sul muro, visibili, potenti. Quando la casa crollò sotto i bombardamenti, quel muro rimase in piedi, e la frase divenne leggenda. I soldati che passavano di là la vedevano, la ripetevano. Si diceva che l'avesse scritta un ignoto combattente prima di morire, un eroe anonimo che aveva lasciato il suo testamento spirituale.

Le 20 lire in argento del 1928 
Anni Venti. L'Italia era cambiata. Il fascismo cercava simboli, slogan, frasi che potessero galvanizzare le masse. E quella frase – trovata sul muro di Fagarè, nata dalle trincee, intrisa del sangue della Grande Guerra – era perfetta. Mussolini, che era stato giornalista e conosceva il potere delle parole, la fece sua. O meglio, lasciò che la gente pensasse fosse sua. La frase iniziò a comparire ovunque: sui muri delle case, accanto ad altri slogan del regime. Nel 1928 venne coniata sulle 20 lire d'argento, a perpetua memoria. Era diventata uno dei motti più famosi del Ventennio, e tutti la attribuivano al Duce. Chi avrebbe osato contestare? Il diritto di critica non era contemplato dalla dittatura.

Ma c'era comunque qualcuno che sapeva. C'era chi ricordava. Nel 1926, sul Resto del Carlino, il capitano Antonio Fazio scrisse una lettera affermando che a tracciare quella frase era stato il capitano Marchese, dell'11° reparto d'Assalto, morto in battaglia. Nel 1931 fu Bernardo Vicario – ormai ex soldato – a farsi vivo, raccontando di quel pomeriggio del giugno 1918, del maggiore Rigoli, delle parole dettate sul muro. Non se n'era attribuito la paternità prima perché non la sentiva sua: erano state del maggiore, e il maggiore era morto.

La vera svolta arrivò dall'avvocato Luigi Grancelli, deputato alla Camera durante la XXVII legislatura. Fu lui a ricostruire l'intera storia, a risalire fino alla fonte originaria. E la fonte era lì, stampata negli atti della conferenza di Marradi, pubblicati da Bemporad nel 1905. La frase non era fascista. Non era nemmeno bellica. Era una frase scritta in una lettera privata, da un padre a un figlio, quasi cent'anni prima.

La storia di questa frase è la storia dell'Italia stessa: stratificata, contraddittoria, capace di trasformare l'intimità di un consiglio paterno nella propaganda di un regime. È la dimostrazione che le parole non appartengono mai davvero a chi le pronuncia per primo, ma a chi le usa, le trasforma, le piega ai propri scopi. E forse è anche un monito: le radici del presente affondano sempre nel passato, in modi che spesso non immaginiamo. Gli effetti e le cause sono meno evidenti di quanto sembrano. Una lettera privata diventa un grido di guerra. Un padre che scrive al figlio diventa, senza saperlo, la voce di un'epoca che non vedrà mai.

Il leone e la pecora continuano a guardarsi, separati da quelle parole. Ma la storia che le unisce è molto più complessa di quanto potrebbe raccontare l'intera galleria di simboli che il fascismo costruì intorno a sé: le monete, i muri delle case, i manifesti, gli slogan gridati nelle piazze. Quella frase attraversò tutto questo, sopravvisse al regime che l'aveva adottata, e ancora oggi riaffiora periodicamente nella memoria collettiva – spesso senza che chi la pronuncia sappia nulla di Francesco Donato Guerrazzi, di suo figlio rivoluzionario, di Marradi che la riscoprì, del maggiore Rigoli che la fece scrivere sul muro di una casa in guerra. Le parole hanno una vita propria, più lunga e più testarda di qualunque potere che cerchi di possederle.

martedì 20 gennaio 2026

Un labirinto sopra la testa, un "forse" dentro di noi

Palazzo Ducale, Mantova  
Ci sono frasi che non nascono per essere spiegate, ma per circolare. Passano di bocca in bocca, di sala in sala, di secolo in secolo, cambiando forma senza perdere il nucleo.

Forse che sì, forse che no è una di queste.

All’inizio è poco più di un’espressione gergale, adottata nei primi anni del Cinquecento da Francesco II Gonzaga, marchese di Mantova e marito di Isabella d’Este. Una frase apparentemente leggera, quasi detta per gioco, ma in realtà perfetta per un’epoca — e per un uomo — abituati a muoversi sul filo dell’incertezza: politica, alleanze, guerre, fortuna, cadute improvvise. Nulla è garantito. Tutto è provvisorio.

Quella formula ambigua diventa presto musica. La frottola Forse che sì forse che no, composta da Marchetto Cara, la trasforma in qualcosa di memorabile, cantabile, condivisibile. La musica fa quello che sa fare meglio: prende un dubbio e lo rende contagioso. Non lo risolve, lo diffonde.

Libro III delle Frottole di Ottaviano Petrucci, Venezia 1504

La frottola di Marchetto Cara, però, non è affatto un gioco leggero. Forse che sì forse che no mette in musica una visione del mondo sorprendentemente lucida e disincantata. Il “forse” non è esitazione momentanea, ma condizione permanente dell’esistenza: il mondo è “ognor così”, instabile, ambiguo, mai del tutto decifrabile. In questo contesto il silenzio diventa una forma di prudenza (“el tacer nocer non può”), mentre il parlare troppo, soprattutto del giudicare gli altri senza guardare se stessi, appare come una trappola.
Il testo riconosce che il mondo è “falso errante”, privo di direzione certa, e tuttavia governato da una forza che non si lascia razionalizzare: l’Amore, sovrano invisibile agli occhi degli ignari, capace di consumare e far ricadere l’uomo nello stesso errore, ancora e ancora. Non a caso la canzone è dichiaratamente destinata solo a chi “dal mondo ha contrasto”: non a tutti, ma a chi ne avverte le frizioni, le contraddizioni, le ambiguità.

La chiusura è rivelatrice: chi ha vento favorevole può spiegare le vele; chi non ce l’ha, deve remare. Nessuna promessa di salvezza, nessuna certezza. Solo la scelta consapevole di attraversare il labirinto contando sulle proprie forze.

Poi il motto smette di essere solo parola o suono e diventa immagine. Tra il 1506 e il 1508 Lorenzo Leonbruno realizza il celebre soffitto ligneo con il labirinto, originariamente nel palazzo di San Sebastiano. Nei lacunari, la frase si ripete in modo quasi ossessivo: forse che sì, forse che no. Non c’è più leggerezza qui. C’è la rappresentazione di una condizione umana fragile, esposta, inconsapevole del proprio destino. Il labirinto non promette salvezza: promette solo un percorso.

Quasi un secolo dopo, nel 1601, il soffitto viene trasferito nel Palazzo Ducale per volontà di Vincenzo I Gonzaga, con l’intervento dell’architetto Antonio Maria Viani. Non è un semplice trasloco: è una riscrittura del significato. Il fregio viene arricchito con un riferimento alla terza spedizione del duca contro i Turchi a Canessa e con una frase centrale che esplicita il valore mitologico del labirinto. Il dubbio individuale diventa retorica del potere: il mondo è incerto, ma il principe deve attraversarlo comunque.

E poi, molto più tardi, arriva Gabriele d’Annunzio. Vede quel soffitto a Mantova, resta catturato da quella frase incastrata nel legno come un pensiero che non trova uscita. Nel 1909 la trasforma nel titolo di un romanzo: Forse che sì forse che no. A quel punto il motto non parla più di corti rinascimentali o di imprese militari, ma di desiderio, ossessione, rischio, vertigine. Il labirinto non è più sopra la testa: è dentro i personaggi.

E infine arriviamo noi. Moderni, tecnologici, iperconnessi. Ma davvero così diversi?

Anche noi viviamo in un labirinto di possibilità, scelte reversibili, decisioni prese senza garanzie. Continuiamo a dire “forse”, magari con parole nuove, ma con lo stesso identico tremito di fondo. Cinque secoli dopo, quel motto non è invecchiato: ci somiglia ancora.

Forse che sì, forse che no.
Non una risposta, ma l’unico modo onesto di stare al mondo.

martedì 13 gennaio 2026

The Wreck of the Gonzaga: un palazzo, un naufragio, una meraviglia

Andrea Mantegna, Camera degli Sposi 
Diversi anni fa l’artista Damien Hirst mise in scena a Venezia The Wreck of the Unbelievable: il ritrovamento immaginario di un relitto colossale, carico di meraviglie impossibili, sospeso tra archeologia e finzione. Un naufragio costruito per farci vacillare, per chiederci fino a che punto siamo disposti a credere a ciò che vediamo quando la bellezza è convincente.

Sala di Troia, Giulio Romano 

Ecco, entrando nella reggia che fu dei Gonzaga, mi sono sentito più o meno così: come un esploratore moderno al cospetto di un tesoro saccheggiato, di un enorme puzzle di cui sono più le tessere mancanti che quelle ancora al loro posto.

 Sarcofago "del Generale"  

Palazzo Ducale non è un relitto inventato, ma un vascello reale arenato nel tempo. Per secoli è stato macchina di potere, teatro politico, residenza dinastica, scrigno di opere, simboli e rituali. Poi la storia ha fatto il suo mestiere, con la consueta mancanza di delicatezza: dinastie estinte, collezioni disperse, vendite, spoliazioni, passaggi di mano, riusi. Il carico più prezioso ha preso altre rotte. L’equipaggio è scomparso. I comandanti hanno smesso di dare ordini.

Ma il tempo non si limita a togliere. Ed è qui che le cose si fanno più interessanti.

Galleria della Mostra, busto di Cesare  

Come il mare, il Tempo sottrae, erode, inghiotte — ma a volte restituisce. Porta con sé oggetti, opere, presenze che originariamente non facevano parte dell’universo dei Gonzaga, ma che oggi abitano queste sale. Arrivate per strade oblique, per decisioni successive, per necessità museali, per nuove narrazioni. Sono qui, un po’ straniate e stranianti, come reperti depositati da una marea che non segue la logica della purezza storica, ma quella della sopravvivenza.

Galleria della Mostra 

Camminando tra le stanze, si ha così la sensazione di muoversi in un luogo dove il tempo non ha solo scavato dei vuoti, ma ha anche confuso le carte. Le sale raccontano due storie intrecciate: quella di ciò che è stato tolto e quella di ciò che è stato aggiunto. Un palazzo che non è più “com’era”, ma che proprio per questo è diventato qualcos’altro. Un organismo stratificato, in cui le epoche si toccano senza chiedere permesso.

Una porta scolpita seicentesca 

In questo senso il Palazzo è davvero un relitto: non un rudere morto, ma una struttura sopravvissuta che porta impressi i segni delle correnti che l’hanno attraversata. Il tempo non l’ha distrutto, lo ha trasformato. E la trasformazione, come spesso accade, è più interessante della conservazione integrale.

La Sala dei Fiumi 

C’è un paradosso affascinante: ci aspetteremmo che la bellezza, privata di una parte consistente del suo apparato originario, si indebolisca. Invece spesso succede il contrario. I frammenti superstiti — una sala, una decorazione, una prospettiva, una luce che entra da una finestra — diventano più intensi, più concentrati. Non sono più solo belli: sono testimoni. Hanno attraversato secoli di mutamenti, di indifferenza, di riusi, e continuano a parlare con una voce sorprendentemente chiara.

Ritratto di Eleonora Gonzaga 

A differenza del progetto di Hirst, qui non c’è bisogno di sospendere l’incredulità. Non serve credere a una storia costruita. La storia è già accaduta, ed è spesso più incredibile di qualsiasi invenzione: un potere che sembrava eterno e che si dissolve, un patrimonio che migra, un palazzo che resta come un guscio monumentale, ancora capace di colpire chi lo attraversa oggi, in silenzio, lontanissimo dal mondo che l’ha generato.

La famiglia Gonzaga in Adorazione della Trinità, Pieter Paul Rubens 

Palazzo Ducale è dunque un relitto reale, e proprio per questo è unbelievable. Non perché finga di esserlo, ma perché ha resistito. Perché, nonostante le assenze e le sovrapposizioni, continua a funzionare come dispositivo di memoria e di meraviglia.

Le fotografie che ho incluso non pretendono di raccontare il tutto. Vorrebbero piuttosto essere frammenti: schegge di un tesoro sopravvissuto, emerse dalla stiva dopo il naufragio. Non l’illusione di una completezza perduta, ma il piacere di ciò che resta — e che, contro ogni previsione, continua a parlarci.

Busto dell'imperatore Augusto

lunedì 12 gennaio 2026

Da Capodistria a Mantova: un polittico, molti traslochi, una sola bellezza

Madonna col Bambino, Cima da Conegliano 

Camminando ieri per gli spazi vastissimi del Palazzo Ducale di Mantova, mi sono imbattuto in quest'opera di Cima da Conegliano: il Polittico di Sant'Anna, proveniente dall'omonimo convento di Capodistria. Un incontro quasi casuale, di quelli che capitano quando si è già un po' stanchi e decisamente infreddoliti. Nota climatica non trascurabile: ieri dentro il Ducale faceva un freddo da pinguini. Mi è venuto spontaneo chiedermi come facessero i Gonzaga a viverci in inverno senza ibernarsi.

Davanti a quest'opera errante mi è tornata in mente la sorte inquieta di molte opere d'arte europee. Nate per abitare un luogo preciso — una chiesa, un convento, una comunità viva — e poi vendute, spostate, saccheggiate, evacuate. Il polittico di Cima nasce nel 1513 a Venezia per la chiesa conventuale di Sant'Anna a Capodistria, secondo una struttura ancora tradizionale, quando la grande pala unitaria stava già imponendosi. Doveva essere stabile, radicato, parte del ritmo quotidiano del sacro. L'unico spostamento previsto era quello dalla bottega del pittore - a Venezia - al convento di Sant'Anna a Capodistria, dimora dei Frati Minori dell'Osservanza. 

Il polittico di Sant'Anna 

E invece ha continuato — suo malgrado — a viaggiare. Tra restauri maldestri, aureole d'argento aggiunte e poi strappate dai ladri, firme quasi cancellate, guerre, evacuazioni e spostamenti forzati del Novecento. Smontato, trasferito, messo in salvo, restituito, di nuovo spostato. Un'opera nata per stare ferma che ha attraversato mezza Italia.

Per andare a finire qui, a Mantova: e non è solo uno sfondo casuale. È una città che conosce intimamente il tema della dispersione. Le collezioni dei Gonzaga — una delle più straordinarie raccolte d'arte d'Europa — furono in parte vendute già durante la storia della dinastia, per necessità politiche ed economiche, e poi definitivamente disperse dopo la sua fine. Capolavori di Mantegna, Tiziano, Rubens, Raffaello presero la via di Londra, Parigi, Vienna, Madrid. Mantova è rimasta, per così dire, prima custode di una grande bellezza, poi custode di una grande assenza.

Girare oggi nel Palazzo Ducale significa muoversi in mezzo a ciò che resta e a ciò che non c'è più, per magari sorprendersi di fronte a ciò che in origine non c'era mai stato. Proprio per questo l'incontro con un'opera "migrante" come il polittico di Cima risuona ancora di più: è l'eco di una storia più ampia, quella di un'arte continuamente sradicata e ricollocata.

La cosa sorprendente — ed è qui il piccolo miracolo — è che funziona ancora. Nonostante la perdita del contesto originario, nonostante la musealizzazione inevitabilmente un po' chirurgica, quest'opera continua a fare il suo mestiere. La Madonna non posa: esiste. Il Bambino dorme, pesa, è reale. Gli angeli non sono effetti decorativi, ma presenze discrete, quasi silenziose.

Forse è proprio questo uno dei poteri più sorprendenti dell'arte: rendere la bellezza tangibile anche quando si trova fuori contesto. Anche quando è stata venduta, rubata, dispersa, strappata al luogo per cui era nata. La bellezza non è fragile, come spesso si dice. È potente, tenace, capace di attraversare il tempo e continuare a parlare agli uomini del presente così come parlava ai nostri antenati. Qui e ora, dentro una sala gelida di un palazzo che ha perso la sua funzione, forse parla ancora più intensamente di quanto non facesse allora, nella chiesa di un convento che non esiste più.

giovedì 1 gennaio 2026

I gessetti di Santa Cristina a Pimonte

Un esempio di formula "dei gessetti" 

Ci sono luoghi che non sono soltanto punti sulla mappa, ma nodi del tempo. La chiesa di Santa Cristina a Pimonte di Prato è uno di questi.

È una chiesa appartata, raccolta, quasi defilata rispetto ai grandi assi della città, e proprio per questo capace di conservare una voce propria. Una voce che parla di comunità rurale, di territorio collinare vissuto con misura e continuità, e che – nel mio caso – intreccia inevitabilmente anche una storia familiare. I miei avi risultano legati a Pimonte e a Santa Cristina fin dai primi anni dell'Ottocento, da quando le fonti ce lo consentono. Non genealogie da stemma araldico, ma vite concrete: persone che hanno lavorato questa terra, pregato in questa chiesa, sepolto i propri morti guardando sempre lo stesso edificio.

La chiesa di Santa Cristina, oggi  

Dal punto di vista storico, Santa Cristina è un luogo stratificato. La chiesa fu edificata tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento sulle pendici del Poggio Secco in appoggio a una struttura ancora più antica: una torre di avvistamento a base quadrata, oggi inglobata nell'edificio e riconoscibile nell'attuale sacrestia. Questa torre, probabilmente costruita tra l'XI e il XII secolo, si affacciava sulla via Cassia, asse viario fondamentale già in età medievale. Quando la chiesa venne edificata, la torre doveva essere in parte diroccata, ma ancora abbastanza solida da fungere da sostegno. Un riuso pragmatico, tipicamente medievale, che racconta un territorio in cui nulla veniva sprecato e tutto veniva trasformato.

Santa Cristina non era una semplice chiesa rurale: era una prioria, cioè una chiesa sottoposta a giuspatronato, il diritto – e insieme il dovere – di protezione, manutenzione e nomina del clero esercitato da un benefattore laico, di solito il proprietario del terreno su cui la chiesa sorgeva. Nel caso di Santa Cristina, il giuspatronato appartenne inizialmente agli Aldobrandini, poi passò ai Rospigliosi, famiglie che hanno segnato profondamente la storia ecclesiastica e politica toscana. Questo dato non è un dettaglio notarile: significa che Santa Cristina è sempre stata al crocevia tra fede, territorio e potere, senza mai ridursi a semplice cappella marginale.

Forse anche per questo, Santa Cristina è una chiesa che non ha mai smesso di essere chiesa. Non museo, non quinta scenografica, ma luogo vivo di culto. Ed è probabilmente per questa sua coerenza profonda che oggi è diventata uno dei luoghi in cui, a Prato, si celebra con una certa regolarità la Santa Messa secondo il Vetus Ordo, la forma antica del rito romano.

La cosiddetta Messa vetus ordo – spesso chiamata anche Messa tridentina – è la liturgia cattolica così come si è consolidata nei secoli precedenti il Concilio Vaticano II. È celebrata in latino, con un forte senso di orientamento simbolico, di silenzio, di gesti codificati. È una liturgia che non teme il mistero e non sente il bisogno di tradurre tutto in linguaggio discorsivo. In un luogo come Santa Cristina, questa forma rituale non appare come una ricostruzione artificiale, ma come qualcosa che ritrova il proprio ambiente naturale: le proporzioni dell'aula, la luce, l'acustica, persino la memoria delle pietre sembrano predisposte a quel ritmo lento e concentrato.

Anche all'Epifania, la celebrazione secondo il Vetus Ordo assume un significato particolare, perché è una festa che parla per segni più che per spiegazioni. Ed è proprio all'Epifania che si collega un rito oggi poco conosciuto, ma antichissimo e sorprendentemente concreto: la benedizione dei gessetti.

Durante la Messa dell'Epifania, vengono benedetti dei semplici gessetti, che i fedeli portano poi nelle proprie case. Con questi gessetti si scrive sull'architrave o sullo stipite della porta d'ingresso una formula come questa:

20 + C + M + B + 26

Le lettere C, M e B richiamano i nomi tradizionali dei Magi – Caspar, Melchior, Balthasar – ma sono anche l'acronimo della formula latina Christus mansionem benedicat, "Cristo benedica questa casa". I segni "+" sono croci, i numeri indicano l'anno. Non c'è nulla di magico o superstizioso: si tratta di una benedizione domestica, di un gesto che estende lo spazio sacro dalla chiesa alla casa, dalla liturgia alla vita quotidiana.

È un rito che colpisce per la sua forza silenziosa. In un mondo sempre più digitale, invisibile, reversibile, scrivere con il gesso sopra una porta è un atto radicalmente concreto. È dire: qui si vive, qui si entra e si esce, qui il tempo passa. E si affida questo passaggio non a un sistema astratto, ma a una presenza.

Forse è anche per questo che luoghi come Santa Cristina a Pimonte continuano a parlare, oggi, a persone molto diverse tra loro. Non per nostalgia, ma per fame di continuità. La chiesa resta lì, come è sempre stata: costruita su una torre, affidata a grandi famiglie, attraversata da generazioni anonime. E continua, senza clamore, a fare ciò che ha sempre fatto: tenere insieme la fede, la terra, le famiglie, il tempo. Anche quando il gesso, lentamente, svanisce.