sabato 25 aprile 2026

Nuova stagione, stessa gente

Matteo Biffoni alle celebrazioni del Capodanno cinese 2019

Ci sono frasi che in politica tornano sempre utili. "Nuovo inizio" è una di queste. Suona bene, rassicura, promette aria fresca. Ma quando a pronunciarla è chi ha già amministrato la città per dieci anni più quasi due, più che un programma sembra una richiesta di amnesia collettiva.

Prato torna alle elezioni dopo il commissariamento seguito alle dimissioni della sindaca Bugetti, maturate a seguito di un’inchiesta ancora non conclusa. In questo quadro si ripresenta Matteo Biffoni, sindaco dal 2014 al 2024, con l'idea di aprire una nuova stagione. Prima, però, sarebbe utile guardare con serietà alla stagione precedente. Perché dieci anni non sono una parentesi. Sono un'epoca politica. E di quell'epoca restano molte promesse sospese, molte opere annunciate e non concluse, molti progetti presentati come trasformativi e poi rimasti impigliati fra cantieri, procedure, rinvii e destinazioni d'uso mai del tutto convincenti.

Il Parco Centrale, il sottopasso del Soccorso, il Bastione delle Forche, Palazzo Pacchiani: storie diverse, ma accomunate dalla stessa fatica — quasi cronica — di portare a compimento ciò che si era cominciato. Esperienze come Prisma Lab, Mercato Coperto, Riversibility, Prato Urban Jungle pongono una domanda che resta sospesa: hanno davvero prodotto una trasformazione stabile e leggibile, o sono stati soprattutto contenitori ben finanziati con ricadute concrete difficili da misurare?

Il problema non è negare che governare sia difficile. Lo è, eccome. Ma proprio per questo non basta moltiplicare annunci, tavoli, percorsi partecipativi e parole seducenti. "Rigenerazione", "innovazione", "partecipazione", "sostenibilità": sono parole nobili, finché producono risultati. Quando diventano il rivestimento elegante di cantieri infiniti, assomigliano più a un linguaggio di copertura che a una visione.

Il nodo vero è un altro: una politica che non sceglie finisce per distribuire. E una politica che distribuisce troppo spesso smette di immaginare. Ogni amministrazione dialoga con associazioni, realtà culturali, sportive, sociali ed economiche; è normale, spesso necessario. Ma quando la rete di contributi, patrocini, agevolazioni e collaborazioni, pur attraverso strumenti formalmente legittimi, diventa uno dei principali collanti del sistema, il confine fra sostegno al tessuto cittadino e manutenzione del consenso si fa sottile. Non si tratta di dire che ogni contributo sia sospetto. Il problema è politico: esiste una vera idea per la città, oppure ci si limita a seminare micro-riconoscimenti per non scontentare nessuno? Una città non si governa raccogliendo fedeltà diffuse. Si governa scegliendo una direzione — e scegliere significa anche dire dei no.

A questo si aggiunge la questione della macchina decisionale. A Prato, in questi anni, si è spesso avuta l'impressione di un sistema capace di avviare processi ma molto meno di chiuderli. Si convoca, si discute, si aggiorna, si rimanda. I tavoli di concertazione, strumenti legittimi quando servono a decidere meglio, rischiano di diventare una forma sofisticata di immobilismo: tutti coinvolti, tutti ascoltati, tutti prudentemente tenuti dentro il perimetro. Ma alla fine chi sceglie davvero? Con quali priorità, con quali tempi, con quale responsabilità?

Prato è una città complessa, produttiva, stratificata: segnata dal tessile, dall'immigrazione, dalla crisi del commercio tradizionale, dalla necessità di ripensare spazi enormi. Ha un patrimonio di archeologia industriale straordinario, e alcuni luoghi meritano tutela, recupero e racconto. Ma non tutto ciò che è stato una fabbrica può diventare automaticamente monumento. Senza una selezione seria, senza funzioni credibili, senza sostenibilità economica e urbana, si rischia di trasformare la memoria industriale in zavorra. Una città viva non può diventare il museo malinconico di se stessa. Non può essere governata con interventi episodici, contenitori recuperati e tavoli che generano altri tavoli.

Per questo il ritorno di Biffoni pone un problema politico prima ancora che personale. Non si tratta di negare l'esperienza maturata, ma di chiedere cosa abbia prodotto. Dopo oltre dieci anni di governo e un commissariamento, il minimo sarebbe pretendere un bilancio pubblico e severo: opera per opera, promessa per promessa, euro per euro. Prima si spiega cosa non ha funzionato. Poi, eventualmente, si chiede di ripartire.

Invece il rischio è rivedere il solito copione: parole di rinnovamento, richiami alla comunità e al futuro, mentre sotto la vernice sembrano restare le stesse logiche, gli stessi equilibri, lo stesso modo di amministrare più il consenso che la città. Io penso che Prato non ha bisogno di un'amministrazione che tenga buoni tutti. Ha bisogno di una politica che scelga, decida, concluda. Che sappia dire cosa vuole che la città diventi fra vent'anni, e che abbia il coraggio di misurare ogni scelta su quella direzione.

La domanda, davanti all'ennesimo "nuovo inizio", non è se Biffoni conosca Prato. La conosce benissimo. La domanda è se Prato possa permettersi altri cinque anni - o dieci - dello stesso metodo.

Perché a forza di amministrare il presente, il futuro resta sempre un cantiere non consegnato.

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