domenica 26 gennaio 2020

San Vitale di Ravenna e la dimensione del tempo

L'interno della basilica di San Vitale
San Vitale a Ravenna non è una chiesa come le altre. E' così antica che ti spiazza: ammiri le pitture e i mosaici, resti estasiato davanti alle sue architetture e ai suoi colori ma non ti rendi conto facilmente di quanto sia antica.

Proprio mentre stavamo ad ammirare i mosaici dell'abside, una donna accanto a me mormora al marito, guardando i pulvini traforati delle colonne del matroneo: "Vedi? Anche qui si percepisce l'influenza islamica, le colonne somigliano a quelle dell'Alhambra di Granada".

Una delle finestre del matroneo nell'abside
Io ascolto, ripenso la cronologia di questa basilica e ho un brivido. Questi capitelli sono stati scolpiti cento anni prima che un oscuro mercante di nome Maometto cercasse di unificare le tribù dell'Arabia sotto la bandiera dell'Islam e iniziasse una straordinaria impresa di conquista. Delle loro geometrie l'Islam si è appropriato senza crearle: quando queste colonne furono scolpite non c'era nessun Islam e non ci sarebbe stato ancora per un secolo.

Cristo pantocratore tra San Vitale ed Ecclesio vescovo
Non ho replicato alla visitatrice, ma ho provato una strana sensazione, difficile da descrivere. E' stato come quando ci si sporge per guardare in fondo a un pozzo - e quindi sotto terra - e nell'acqua si vedono, riflesse, le stelle.

L'ambulacro
E' stato come se improvvisamente intorno a me, in questo edificio, nel tranquillo universo in cui mi muovevo si fosse spalancato un vertiginoso abisso di tempo. Che trasformava le cose a cui ero abituato in oggetti alieni, portatori di significati diversi da quelli abituali. Come se quel mondo lontanissimo emergesse attraverso le cose che mi circondavano e si rivelasse ancora vivo e vero.

L'imperatore Giustiniano con la sua corte
Mi sono reso conto che nella nostra superficialità ci siamo abituati a guardare agli edifici che abbiamo intorno in termini puramente spaziali: una costruzione è larga, alta, profonda, ispira o meno maestosità a seconda del suo aspetto puramente fisico. Mentre la vera dimensione di San Vitale, quella che prevale sulle altre, è quella del tempo. Se il tempo degli edifici fosse definibile come uno spazio, San Vitale sarebbe un grattacielo alto quindici secoli, ben più imponente delle costruzioni di vetro e acciaio di Dubai o New York.


Le volte dell'ambulacro
E noi attraversiamo come ombre questa dimensione sovrumana. Ma proprio per questo amo i luoghi come San Vitale: il loro estendersi attraverso il tempo porta dentro di sé una promessa di eternità.

sabato 25 gennaio 2020

Ionica. Una traduzione di Kavafis


La fioritura di maggio a Santorini, 1995
Ὶωνιχὸν

E sradicati i loro simulacri
dai loro templi li scacciammo. Eppure
non fu morire, questo, per gli Dei
Perché t’amano ancora, o terra ionica,
perché in loro, ombre, è la vita
del tuo ricordo, ancora
d’agosto, quando il mattino t’irrora,
l’impeto di energia vitale che ne emana
nel tuo respiro tutto si travasa;
e a volte di una forma indefinita
di adolescente rianima i tuoi colli
l’essenza, che li percorre
vertiginosa.

(Konstantinos Kavafis, trad. Guido Ceronetti)

Ricordo benissimo quella mattina dell'8 maggio 1995 quando arrivammo a Santorini. Tirava vento, e arrivando in aereo da Mykonos non ci eravamo resi bene conto di dove fossimo né di cosa ci aspettasse a Fira. Lasciammo i bagagli in camera - l'albergo era a Kamari, sul lato esterno dell'isola - e prendemmo subito l'autobus per Fira. Quando arrivammo era l'ora di pranzo.

Il paese in sé non sembrava nulla di particolare, salvo il fatto che stava in alto e prometteva un bel panorama: ma quando scendemmo alla fermata e percorremmo i pochi passi che ci separavano da quella che pensavamo fosse solo una bella veduta, ci rendemmo conto che ci eravamo sbagliati. E di grosso.

Davanti a noi si apriva un semicerchio di rocce laviche nere, strapiombante per centinaia di metri su un lago marino azzurrissimo largo chilometri. Case bianche, di un bianco abbagliante, cielo azzurro, acqua blu. Uno spettacolo meraviglioso, di quella bellezza che ti mozza il fiato e annoda la gola. 

Ma quello che più ci fece restare a bocca aperta furono i fiori. Infinite distese di margherite e mesembriantemi coprivano le scarpate di lava nera, in un trionfo di giallo bianco e fucsia. In quel momento mi venne in mente - per restarvi scolpita - la parola vertiginosa della traduzione di Ceronetti da Kavafis. Perché proprio allora la Primavera cicladica mi avvolse come una vertigine, e come una dea si impossessò di me.

lunedì 13 gennaio 2020

I piedi dell'imperatore

Giustiniano e il suo seguito, San Vitale, Ravenna
A Ravenna, nella basilica di San Vitale esiste un ciclo di mosaici unico al mondo che ancora oggi, quasi millecinquecento anni dopo la loro realizzazione, lascia noi moderni a bocca aperta per la loro bellezza, testimonianza della maestria degli artigiani bizantini continuatori della grande tradizione romana.

Realizzati originariamente per un fine politico e religioso (l'esaltazione di Giustiniano nella lotta contro l'eresia ariana) che oggi sfugge alla comprensione dei più, restano ancora come una straordinaria finestra su di un mondo di quasi millecinquecento anni or sono.

Da fotografo, cercando scorci da ritrarre dentro questa chiesa straordinaria, non ho saputo resistere alla tentazione di portare a casa un'immagine di uno dei due pannelli di mosaico più noti della tradizione bizantina: quello che ritrae Giustiniano con i suoi dignitari che inaugurano - in effigie, perché l'imperatore non è mai stato qui - questa basilica, nel 547 dopo Cristo. Millequattrocentosettantatre anni fa.

Elaborando l'immagine al pc sono stato colpito dalla sua atemporalità e al tempo stesso dal realismo di alcuni volti: quello di Giustiniano, che pare fu realizzato a Costantinopoli e portato via mare già pronto per essere inserito nel mosaico, e quello del vescovo Massimiano, committente dell'opera e in quel momento a capo della chiesa ravennate. Anche i volti dei dignitari che lo circondano (i generali Belisario e Narsete, il giovane Anastasio, nipote dell'imperatrice Teodora) sono astratti nell'espressione ma allo stesso tempo realistici, come se fossero stati fermati per l'eternità.

L'imperatore procede verso il Cristo rappresentato nel catino dell'abside portando con sé il pane eucaristico entro una sorta di vaso d'oro. E nel procedere - rappresentato con la mancanza di prospettiva tipica delle scene della pittura bizantina che dispone frontalmente quella che in effetti è una processione - chi ha maggior potere calpesta i piedi di chi gli è sottoposto, tanto per far capire anche in effigie chi è che comanda.