domenica 11 ottobre 2020

La Cappella dei Principi, o della meraviglia della fine

Sarcofago e statua di Ferdinando I  
A Firenze c'è un luogo in cui si coniugano sfarzo e celebrazione, decadenza e caducità. Un posto in cui la "meraviglia" seicentesca raggiunge vertici incomparabili di arte e artigianato per celebrare una dinastia - quella medicea - che nei due secoli precedenti aveva stampato fermamente il suo sigillo sulla Toscana e che nell'attraversare un secolo di ferro e sangue come il Seicento sentiva già incombere su di sé, inesorabile, l'ombra della fine.
Monumenti di Ferdinando I, Cosimo II e Ferdinando II 
Questo luogo è la Cappella dei Principi in San Lorenzo. È il canto del cigno degli ultimi Medici: il loro sepolcro, cupo e grandioso, lucido di marmi e pietre dure, rivestito di meravigliosi pannelli in commesso per creare i quali venne fondato un Opificio - detto appunto "Delle Pietre Dure" - che ha sfornato nei secoli dei veri miracoli di artigianato e che esiste e opera ancora oggi.

Vista d'insieme  
Ideata da Cosimo I, la Cappella fu concretamente realizzata a partire dal 1604 sotto il suo successore Ferdinando I. Per l'esecuzione dei lavori fu incaricato l'architetto Matteo Nigetti che utilizzò i disegni di Don Giovanni de' Medici, fratello del Granduca, modificati dal Buontalenti. Si tratta di un ambiente imponente: la Cappella ha un diametro di 28 metri e il coronamento - a cupola - raggiunge l'altezza di 59 metri, rendendola la più maestosa in città dopo quella brunelleschiana di Santa Maria del Fiore.

Sebbene i lavori si protrassero per quasi un secolo e mezzo senza mai arrivare al compimento, ciò che rimane è sufficiente a svelare l’intento: innalzare un monumento che fosse insieme celebrazione e memoria della dinastia, un palcoscenico di pietre e di luce destinato a rendere eterna la grandezza dei Medici. Era il Seicento, un secolo tragico, schiacciato da guerre e assolutismi, ma dominato da un gusto teatrale che faceva della rappresentazione la chiave di ogni esperienza. 
Pannello in commesso dall'altare  
Nel mondo barocco tutto era scena, e anche la parte più terribile — la Morte, che fosse di un uomo, di una famiglia o di un’intera stirpe — doveva sottostare alle regole dello spettacolo, ammonendo e insieme affascinando chi assisteva.
Dettaglio di un pannello  
La Cappella dei Principi nasce così come il gran teatro della dinastia, dove la morte del Principe si mutava in rito di eternità. Le sue pareti scintillanti di marmi rari e pietre preziose sono quinte che nascondono un dramma cupo e ambiguo, in cui le forze oscure muovono i fili della vicenda senza mai concedere una vera sintesi. Qui conta l’immagine più della parola, il gesto più del nome: i protagonisti si spogliano della loro identità individuale per specchiarsi all’infinito, dissolti e insieme consacrati in un gioco di riflessi che trasforma il sepolcro in palcoscenico, e la morte in meraviglia. Un grande teatro immobile in cui la dinastia mette in scena la propria eternità proprio mentre ne intuisce l’impossibilità. Qui la memoria non consola, la bellezza non assolve: seduce, abbaglia, e poi lascia intravedere — tra una vena di porfido e un riflesso di diaspro — la verità più semplice e più crudele: nessuna pietra, per quanto dura, vince davvero il tempo.

Eppure, ironia della storia, nessuno dei Medici vide compiuta la cappella come era stata immaginata: nel tempo la famiglia si estinse, il Granducato passò ai Lorena, e la decorazione della cupola fu realizzata solo tra il 1828 e il 1837 da Pietro Benvenuti, con scene tratte dalla Genesi e dalla Vita di Cristo. I sarcofagi stessi, pur monumentali, sono vuoti; le vere spoglie dei Granduchi riposano nella cripta sottostante, in stanze semplici che contrastano con lo splendore soprastante.